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16-ascolto-educazione-direzione

L’ASCOLTO E I DISPOSITIVI DI DIREZIONE E DI EDUCAZIONE

  1. La formazione intellettuale dell’insegnante
  2. Il disagio e la difficoltà
  3. Il dispositivo maestro/allievo
  4. Chi parla a chi
  5. L’ascolto e la comunicazione

La formazione intellettuale dell’insegnante

Ruggero Chinaglia Parafrasando Michel Foucault, sorvegliare e punire è più facile di capire e intendere. Somministrare un giudizio sulla base dell’algebra, cioè di un’attribuzione di positività o di negatività è più facile rispetto a cogliere la particolarità o la qualità di qualcosa o di qualcuno. Reprimere, catalogare, rifiutare, assimilare, omogeneizzare, generalizzare è più facile e molto più praticato nel sistema sociale corrente. Perché, nel sistema del sapere, che è lo schema corrente di conformismo, è quasi impossibile che trovi posto la sfumatura che viene dalla particolarità. La fretta, in nome di una presunta velocizzazione necessaria al sistema, esige l’applicazione di categorie generali che vanno in direzione opposta alle esigenze di ciascuno a favore di una presunta esigenza dei “tutti”. La formula “ognuno è…” o “tutti sono…” o “debbono…” ecc., è l’applicazione del letto di Procuste alle istanze di ciascuno.Quello che pregiudica l’incontro è la presunzione di sapere. L’incontro è con la novità, con l’altro modo, con l’imprevisto.

Perché s’instauri un dispositivo di parola ci sono alcune caratteristiche, virtù, proprietà essenziali. Senza di esse nessun dispositivo di parola, di ascolto, di comunicazione, ma solo, nella migliore delle ipotesi, convenevoli, salamelecchi, banalità.

Incominciando questo corso, la prima virtù che occorre s’instauri è l’umiltà: humi­litas, in latino. San Carlo Borromeo aveva questa parola incisa sopra la porta della sua casa, e costituiva il suo motto, il suo riferimento intellettuale e spirituale. L’umiltà non è la modestia, che è l’altra faccia dell’arroganza, ma è la condizione dell’accoglimento, dell’ospitalità. A essa segue la generosità, da cui l’ingegno. La generosità è virtù dell’ingegno. L’ingenuità è lo statuto che procede dall’assenza di possessione, di possesso. Di un fondamento dato all’avere o all’essere. L’indulgenza è essenziale per la tolleranza e la soddisfazione che viene dal fare. Con l’indulgenza, più che il perdono è marcata l’assenza della necessità del perdono, nel senso che non c’è più né colpa né pena.

Chi si rivolge al dispositivo di parola non può trascurare innanzitutto queste tre virtù. Da queste tre virtù discende un altro modo di ragionare, non più secondo i canoni del discorso occidentale, ma secondo la logica particolare, la logica della parola, la logica della nominazione. Distinguere tra logica del discorso e logica della parola è il primo passo verso la tolleranza.

Ognuno, ovviamente, si ritiene tollerante. Non c’è chi non giuri e spergiuri su questo. Ma bisogna distinguere tra tolleranza e tollerabilità. Tra l’infinito e il tetto posto all’infinito, tetto che, a un certo punto, viene ritenuto sfondato, e questo sfondamento dà origine alla rappresaglia.

La logica del discorso occidentale predica la tollerabilità. Nel suo nome istituisce l’istituto della vendetta come giusta posologia della colpa e della pena; la tolleranza consente di dire “Non c’è più colpa”, “Non c’è più pena”. La tolleranza non è la bontà, che ha come suo corollario il lassismo, il lasciar perdere, il lasciar passare.

Quando parlo di formazione intellettuale dell’insegnante intendo, per cominciare, la messa in questione delle categorie sociali e sociologiche del senso comune e del luogo comune, e con ciò la messa in questione dei pregiudizi, delle superstizioni, delle ideologie, delle prevenzioni, dei tic e dei toc che dirigono le modalità d’intervento di insegnanti e educatori, e, non ultimo, dei genitori nei confronti dei giovani, figli o allievi che siano.

Occorre rilevare che molti pregiudizi vengono acquisiti dai ragazzi in famiglia e nella scuola proprio da parte dei genitori e degli insegnanti. Questi pregiudizi non sono per nulla estranei ai problemi che poi vengono rappresentati dai ragazzi nel contesto famigliare e scolastico.

Prima di entrare nel merito di ciò, voglio precisare che, per intendere qualcosa di quanto qualcuno dice, occorre trovarsi in un dispositivo intellettuale, ossia di parola, dove ciascuna cosa trovi il suo valore.

La questione dell’intellettualità è ben distante dall’erudizione. Oggi, la parola intellettualità è considerata quasi negativamente o, comunque, in termini assolutamente restrittivi, quasi a designare una casta o una classe di privilegiati o di avulsi dal realismo della vita quotidiana. Ebbene, il quotidiano, senza l’intellettualità, è l’infernale. Sarebbe il luogo del male, del negativo, del peccato. La questione intellettuale va intesa come questione del ragionamento, come questione del valore, come questione della precisione linguistica. La precisione linguistica non è un esercizio di padronanza, come la calligrafia, ma è l’indice che le proprietà della parola e le sue virtù e le sue caratteristiche entrano nella vita di ciascuno, producendo quell’elaborazione necessaria alla qualifica.

Le cose senza qualifica risultano ontologiche, imposte o sottoposte, positive o negative, significate da un’altra cosa.

Che cosa contrassegna l’anti-intellettualità? Soprattutto una cosa semplicissima: la credenza nella propria e altrui limitatezza. Che poi si traduce nell’idea della propria e altrui mortalità. Vedremo più avanti i risvolti di questo, ma la questione va posta subito con i riferimenti più comuni. Uno fra tutti la mitologia dell’esaurimento, dell’affaticabilità, della fatica, dell’economia dello sforzo, della mitologia del riposo. Se tutto ciò non viene analizzato, elaborato comincia ogni sorta di disturbo in ordine alla personalizzazione delle varie economie: dell’appetito, del sonno, dello studio, del rendimento, del comportamento, dell’amore, della sessualità, del lavoro, dell’efficacia, della salute e quant’altro.

La risposta più facile a queste rappresentazioni dell’economia o del pregiudizio altrui o proprio è la classificazione con la relativa statistica.

L’assenza di ricerca in materia di clinica del secolo scorso ha portato al perfezionamento degli apparati classificatori e definitori di una sempre più vasta gamma di disturbi. Questo si può chiamare accanimento diagnostico, o classificatorio. Anche intolleranza. La modalità sempre più in voga negli apparati disciplinari è quella di stabilire con sempre maggiore precisione quale sia la “sfera” della normalità. Anche in nome della tolleranza, è sempre questa la metafora di riferimento: la normalità e la sua sfera. La normalità è la “fossa comune” in cui l’intolleranza relega l’anomalia, la differenza, la variazione, l’arte. La scommessa intellettuale è che non vi siano più le fosse comuni in cui l’intolleranza, ora ideologica, ora religiosa, ora disciplinare, relega e seppellisce ciascuna particolarità, ciascuna differenza.

L’intellettuale è l’insegnante. Non già il contrario. Non l’insegnante come persona, ma insegnante è la materia intellettuale. La materia di ciò di cui si tratta. Che è materia di superficie, imprescindibile perché vi sia ascolto. L’incontro è con la differenza, con quanto di differente si enuncia, purché non trovi colmamento in una rappresentazione coatta di qualcosa di comune. La disposizione all’ascolto esige anche la pazienza, intesa come lasciare che le cose si dicano. Non già lasciare dire qualsiasi cosa, ma “lasciare che le cose si dicano”. La distinzione può apparire sottile, ma è essenziale.

L’interlocuzione è contrassegnata dalla qualità, e caratterizzata dalla sua ricerca. Non è interlocuzione la lamentazione fine a se stessa, la rivendicazione, la recriminazione, la colpevolizzazione, l’auto o l’etero flagellazione; sono figure della vendetta, applicate ora a sé ora all’altro, con le sue componenti: la colpa e la pena e relativa posologia.

Parlando, ciascuno parla una lingua particolare, idiomatica; un idioma di cui si tratta di capire e intendere le combinazioni. Idioma, non già idiozia. A ciascuno il suo idioma. L’idioma non è già organizzato in discorso; l’organizzazione è effetto della ricerca, parlando. Vano è quindi affrettarsi a rispondere in modo convenzionale a una richiesta di chiarimento o di qualsiasi altro genere. Le convenzioni sono note a tutti. Se qualcuno si spinge a formulare una domanda è perché chiede altro. Quest’altro non è già noto, non è già stabilito, non è già saputo. Non è affatto detto che rientri nel già saputo.

Occorre distinguere tra domanda e richiesta. Talvolta una richiesta viene formulata per dissimulare la domanda. Soddisfare la richiesta in quanto tale può comportare di non prestare ascolto alla domanda, lasciarla perdere, impedirne il cammino, il viaggio verso la sua precisazione. Questo può accadere quando viene fatto ricorso a un codice presunto comune per tradurre quel che viene detto in un senso approssimativamente comune, che però viene partecipato come significato: “Cosa vuoi dire?” “Ah, sì, ho capito tu vuoi dire che…”, “Tu mi stai dicendo che…”.

Ecco la questione: quel che si dice chiede di precisarsi, questa è la domanda. Non c’è cosa che si dica e non esiga il viaggio, l’itinerario verso la precisazione e verso la precisione. Con la precisione quel che si dice approda al suo valore. Ma la precisione non è terminologica, non è stilistica, non è modale, non è calligrafica. Non è comune. Non è partecipabile ante litteram. Non è una precisione ontologica, prestabilita da una lingua morta che si tratterebbe di riprodurre. La lingua morta non è la lingua dei popoli antichi, è la lingua in cui il valore delle pa­role è tolto in quanto già assegnato da un vocabolario. Sta qui propriamente la questione del disagio, di cui parleremo la prossima volta.

 


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