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LA LETTURA DELLE FIABE. QUALE AMBIENTE, QUALE EDUCAZIONE

  1. Hansel e Gretel
  2. Cappuccetto rosso
  3. Rosaspina
  4. La sirenetta
  5. I cigni selvatici
  6. Il gatto con gli stivali
  7. Barbablù
  8. Il brutto anatroccolo

[ ↑ ]

Hansel e Gretel

Ruggero Chinaglia Incominciamo il corso La lettura delle fiabe. Il materiale del corso proviene da oltre vent’anni di ricerca intorno alla scienza della parola, dalla psicanalisi quale esperienza della parola originaria, dall’analisi e dalla clinica della parola. Gli scopi del corso sono molteplici in direzione della formazione, dell’insegnamento e di ulteriori acquisizioni dell’esperienza della parola originaria.

Il corso fornirà indicazioni per l’itinerario di ciascuno e per l’esperienza in corso per ciascuno, nel suo ambito e nel suo ambiente; non fornirà una tecno­logia o una tecnica, ma contributi all’esperienza di cia­scuno. Questo corso insiste, in particolare, sulla lettura di alcune fiabe e del loro materiale clinico, per cogliere le indicazioni, le sezioni, i segnali che da ciascuna fiaba provengono, per verificare se ci sia e quale sia il messaggio di queste fiabe che, molto frequentemente, sono entrate e en­trano nell’idea di educazione.

È consuetudine raccontare le fiabe ai bambini. Quale messaggio procede dalle fiabe che man mano leggeremo? Qual è la lezione che ne viene? Come leg­gerle? Come raccontarle? Perché raccon­tarle? Quindi, c’è l’importanza del racconto. Non tutto ciò che si dice è racconto. Il rac­conto ha uno statuto particolare. Perché qualcosa entri nel racconto occorre un dispositivo particolare, un dispositivo intel­lettuale, un modo e uno sforzo par­ticolari. Dire qualunque cosa non è racconto, non è raccontare.

Nella mia esperienza di psicanalista si tratta proprio del racconto: come ascoltare il racconto che altri fa. Quale dispositivo perché vi sia racconto, perché vi sia chi non si accontenti di dire qualunque cosa, di sciacquare i panni sporchi in Arno, come diceva Manzoni, che non sa­rebbe racconto. Occorre distinguere il rac­conto dal pettegolezzo, dal lamento, dalla lingua comune. La lingua del racconto non è la lingua comune, si tratta di giungere al racconto: perché vi sia racconto, occorre l’itinerario di cifra.

Che vi sia itinerario è anche la questione dell’educazione, perché non si tratta dell’uomo co­mune e della donna comune, ma dello statuto intellettuale dell’uomo e della donna. Nessuno nasce già uomo o nasce già donna, se non nel senso naturalistico del termine. Si tratta di divenire donna, di divenire uomo, ossia di di­venire intellettuale, di divenire arti­sta, di divenire educatore, di divenire insegnante, di divenire, cioè, statuto intellettuale. Questa è la scommessa che lo psicanalista compie, con cia­scuno che scommetta con lui; questa è anche la scommessa dell’educatore, dell’insegnante, perché chi si trovi nella sua esperienza non abbia come destino quello animale, ossia la morte, come sostanza, come de­stino co­mune, come sorte. In particolare per l’insegnante, per l’educatore, per il genitore, per i genitori, si tratta di non trovarsi a fare dell’allevamento, ma che ci sia effettivamente educazione, cosa piut­tosto difficile.

Intorno al­l’e­ducazione sono fiorite molte teo­rie, è sorta una disciplina, la pedagogia, che si è pre­fissata il compito di creare il bambino ideale, il bambino buono, bravo e bello. Qual è il bambino della peda­gogia, il bambino bravo, bello e buono? È il bambino morto. L’unico bambino che può in­carnare l’ideale pedago­gico è il bambino morto. Ogni altro bambino esige invece intendimento, atten­zione, ascolto, per cogliere e intendere quel che si dice nel suo per­corso e per non impartire luoghi comuni, su­persti­zioni, moralismi, personalismi, credenze e via dicendo. Alcuni hanno creduto che, per parlare ai bambini, occorresse ri­volgersi loro nella loro lin­gua.

Ma qual è la lin­gua dei bam­bini? Esiste una lingua che sia esente dalla parola, dai modi della parola, dalla procedura della parola? Esiste una lin­gua che sia priva di quello che Freud chiamava il lavoro oni­rico? Ebbene, la risposta è no. Non c’è questa lingua naturale che i bambini potrebbero o dovrebbero parlare, perché anche i bambini par­lano nella lingua artificiale che è la lingua della parola origi­naria, di cui si tratta d’intendere e di co­gliere la logica, la particolarità e la qualità. Xx Come ascoltare, per esempio, il rac­conto che un bambino fa, le cose che un bambino dice? Occorre innanzi tutto ascoltare i ter­mini, i modi della parola. Occorre non igno­rare in che modo la parola agisca, in che modo la parola funzioni, in che modo la pa­rola si disponga nel discorso, perché il di­scorso è effetto della parola e non viceversa. Non c’è il discorso già confezionato e già co­stituito, quindi il discorso del bam­bino, il discorso dell’adulto, il di­scorso di Tizio o il discorso di Caio, ma c’è la parola con i suoi modi, la sua logica, e il discorso è l’effetto della combinazione della logica e della qualità della parola.

Bisogna dunque intendere che il racconto è qualcosa che accade: non è il rac­conto di ciò che è accaduto, non è il racconto di ciò che è stato; il racconto non è un necro­logio, non riguarda il passato, non riguarda il fatto. Anche il così detto accaduto, ciò che viene chiamato il vis­suto, entra nei giri e nei raggiri della parola, e dunque si espone a una trasformazione, a un’altra cosa, a un’effettualità che consente al fatto di dissiparsi, se c’è un dispositivo lingui­stico, di ascolto, di parola. Quindi non si tratta di ac­cordare al vissuto una grande importanza. Il vissuto altro non è che una fantasia. È una fantasia personalistica dove domina il soggetto, la soggettività, una certa idea di sé o dell’Altro, un certo modello di sé o dell’Altro, modello che comunemente ri­sente di un ani­male fantastico, si ispira a un ani­male fantastico e lo riproduce.

Le caratteristiche di ciò che la psicologia chiama il vis­suto sono infatti la drammatizza­zione, la personalizzazione, la sentimentalizzazione, quindi la menta­lizzazione, ossia la mentalità, la ri­produ­zione di una mentalità. Mentalità, intendo, come modo del­l’animalizzazione, di ade­guamento a quell’animale che Aristotele ha sancito essere la forma eminente di uomo comune, con il suo motto, con il suo sillogismo. Quando dico che la forma eminente di personalizzazione è la soggettività, in­tendo dire che la soggettività è un modo di abolire la logica della parola, di togliere la particolarità da quel che si dice per inscriverla in un luogo comune, in un discorso comune, cioè in forma di animalità, di animale senza pa­rola. La soggettività è una forma di auto­nomia, autonomia dalla pa­rola, dalla logica, un modo di riaffermare la propria animalità. Questa è la soggettività. Dunque l’educa­zione non deve mirare a riprodurre o a istituire un soggetto au­tonomo dalla logica, ma propria­mente il contrario: deve mirare a for­mare uno statuto intellettuale, a avviare un itinerario di ricerca, deve mirare a fornire un messaggio che resti, con i criteri che val­gano per la vita, non per la trasforma­zione dell’anima­letto in animale adulto, da animale piccolo a animale grande.

Si tratta, per ciascuno, della tensione linguistica, della tensione intellet­tuale, quella che Freud chiamava la pulsione. Tensione linguistica, ossia anche istanza di qualità, perché cia­scuna cosa non esiste in quanto tale, ma ciascuna cosa, ciascuna pa­rola tende a qualificarsi, tende alla qua­lità, tende a divenire caso di qua­lità. Ma, perché questo avvenga, oc­corre un dispositivo. Non è automa­tico. Senza la tensione lingui­stica domina la preoccupazione, l’af­fanno, il malumore, il fastidio, la sintomatologia, la psicopatologia, la men­talità. Cioè, senza tensione linguistica, cia­scuna cosa diventa malattia o psicofarmaco.

Cosa vuole dire? Che ciascuna cosa è ritenuta in grado di portare bene o di por­tare male, di fare bene o di fare male. Senza la tensione lin­guistica domina, cioè, la farma­copea del bene o del male. “Questo mi farà bene?”. “No, ti farà male, non farlo! Fai invece questo, che ti farà bene!”. E sorge così la paura, la paura del bene o la paura del male; sorgono così le prescrizioni e i divieti, sorge così l’abolizione dell’educa­zione a favore del catalogo delle prescrizioni e dei divieti, a favore del catalogo degli psicofarmaci della mentalità. Una volta instaurata questa mentalità, sorge un certo economicismo mentale, all’insegna del non fare questo o quello, in nome del bene o in nome del male. Questo è lo spreco, lo spreco della vita. Lo spreco della vita lo possiamo anche chiamare il risparmio mentale, ossia l’adeguamento a una mentalità, in nome del bene o in nome del male e, detto in altro modo, in nome della presunta propria origine. Lo spreco intellettuale, lo spreco della vita, è l’altro nome della predestinazione. Dice un proverbio siciliano che chi nasce tondo non può morire quadrato. Ecco, chi aderisce a questo prover­bio ha fatto spreco della vita, cioè vive in nome della morte, della predestinazione, di una sorte che ritiene sia già segnata.

La cre­denza nella predestinazione, checché se ne possa dire, è diffusissima. Contrariamente a quanto ciascuno possa asserire, è la cre­denza più condivisa e trova molte vie, molti modi per affermarsi. Quando qual­cuno dice che non può fare una cosa, che non è in grado, che non è all’altezza, che non se la sente, che non sa come fare, che non può fare, che non deve fare, è perché ha aderito alla predestinazione, che gli im­pone di non fare, in quanto soggetto prede­stinato.

Predestinato da che cosa? Dall’origine che crede di avere. Per cia­scuno la questione non è di sapere già fare, di potere fare o di dovere fare, ma di fare. Fare che cosa? Ecco, che cosa fare? E fare come? Che cosa fare è la prima questione, come fare è la seconda. E, per stabilire cosa fare e come fare, occorre un disposi­tivo per fare, un itinerario e, nell’itinerario, dispositivi. Questo è il modo per mettere in questione le credenze, le fantasie, le fantastiche­rie, sopra tutto i ricordi, i ricordi del­l’origine, i ricordi del passato come ricordi dell’origine, come ri­cordi di copertura dell’animalità, ossia del­l’origine comune con qualcuno.

“Ma mio padre era così!”. “No, mio pa­dre non era così!”. “Io questo lo posso fare, perché mio padre era così”. “Questo non lo posso fare, perché mio padre non era così. Mia madre, invece, era così. Dato che mia madre era così, io questo lo posso fare o non lo posso fare”. “Dato che mio padre è morto di quella malattia, anch’io morirò di quella malattia, quindi questo non lo posso fare”. Oppure: “Devo fare que­sto per di­mostrare…”, eccetera ecce­tera. Tutti modi con cui si realizza il cerchio della morte, in nome dell’origine e della sua riproduzione. Mantenere questa credenza diventa, per taluni, l’impegno di tutta la vita. Anziché mettere in questione questa credenza, c’è chi profonde la sua vita per dimostrare che, no, è proprio così e che, es­sendo nato in quelle condizioni, da quella famiglia, ebbene, deve anche morire in quelle condizioni, in quella fa­mi­glia. Questo è il naturalismo, dove non c’è parola, dove non ci sono ef­fetti di parola, dove non c’è tensione linguistica, dove le cose sono “tali”. Così erano, così sono e così saranno, senza dispositivo, senza itinerario, senza tempo. Se togliamo l’itinera­rio, se togliamo il tempo, se togliamo il dispositivo, ab­biamo la soggettività, il soggetto immuta­bile, ossia l’animale predestinato alla morte, pari pari. Questo è il modo più co­mune di pensare: non è il caso particolare, è il modo comune di pen­sare.

Un’indicazione che viene dall’espe­rienza analitica è che l’esperienza intellet­tuale, l’esperienza della parola, è l’esperienza dell’inesauribilità del racconto. Dato che le cose non sono “tali”, non c’è modo al racconto di esaurirsi, perché il processo di qualificazione non è mai finito. Ma que­sta è un’esperienza che pochissimi hanno la for­tuna di fare. Pochissimi. Rarissimi casi. Perché tutta l’impostazione del di­scorso occidentale va in direzione della realizzazione dell’essere, della realizzazione.

“Io mi sento realizzato da questo”. “Io non mi sento realiz­zato da questo. Devo cercare di rea­lizzarmi”. “Devi cercare di realizzarti”. “Vedi di realizzarti! Non mi sembri ancora realizzato”. Ma che cos’è questa realizzazione? Non c’è chi si possa realiz­zare se non immo­bilizzandosi. Cosa vuole dire realizzarsi? Rendersi reali. Ma la stessa realtà è fantasmatica. E il reale è l’impos­sibile dell’avere e l’impossi­bile dell’essere. Come potere realiz­zarsi? Forse animaliz­zandosi, com­piendo il cerchio della morte, del ri­torno al punto di partenza, cosa pos­sibile solo in una necropoli, cioè in aboli­zione del tempo. Qual è la mitologia massima di chi persegue questo ideale di realizzarsi? Stare bene. “Devo realizzarmi per stare bene”. Stare bene per fare cosa? Rilassarsi. “Devo stare rilassato, morto, ri­lassatissimo, inerte”. Benessere, benessere assoluto, la morte. [Si sente un sospiro in sala. N.d.r.] C’è proprio da sospirare infatti, perché ognuno ha la sua ricetta. Poco fa ero al bar a prendere un caffè: arriva una si­gnora, amica della bari­sta, la quale aveva non si sa bene quale ac­ciacco e l’amica le ha subito suggerito la tec­nica per stare bene, una procedura di mas­saggi di sua conoscenza, per stare bene. “Ma no, guarda, io non è che proprio…”. “No, no, questo ti fa bene. Questo ti fa bene, così ti ri­lassi”. Perfetto, il rilassa­mento per stare bene. I giovani di oggi in che direzione vanno? In direzione di fare che cosa? Prima di tutto stare bene, poi, una volta che starò bene, potrò decidere cosa fare. Benissimo! E quando starai bene? Mai! Cosa vuole dire stare bene? Essere privi di inquietudine? Privi di tensione lingui­stica intellettuale? Allora è proprio la morte, la morte bianca. Questo è il messaggio dell’educa­zione di oggi? Il benessere? Stare rilassati? È questa la questione che l’educatore, l’insegnante, l’intellet­tuale oggi non possono non porsi, se non a condizione di fare l’allevatore di animali, animali fantastici, cioè di zombies, di morti viventi.

Si tratta di reinventare oggi la pe­dagogia, in nome non di un di­scorso come causa, di un discorso preconfezionato che sancisca sulla base della predestinazione come do­vere essere, ma sulla base della pa­rola, della logica della parola e della qualità della parola. Vuole dire anche rein­ventare lo statuto di insegnante, di educatore, di genitore, perché, chiaramente, non si tratta di riversare su chi ci sta dinanzi le proprie ango­sce, i propri moralismi, i propri tics, i propri fastidi, le proprie supersti­zioni e religiosità, ma di at­traver­sarle, di trovare lo statuto intellet­tuale di questi così detti vissuti, che do­vrebbero orientare il cammino in direzione del cerchio; occorre, per chi ci si trova, uscire dal cerchio. E, per uscire dal cerchio, non ci sono tanti modi, c’è il modo della parola.

Non è vero che, come affermato dal business del benessere, vivere è uguale a stare bene. Per nulla. Chi si impegna a stare bene non vive, non vive affatto: riproduce giorno per giorno la morte che ha in mente, la sua mentalità rispetto alla morte, cioè muore ciascun giorno. Non c’è vita possi­bile per chi si impegna a stare bene, perché stare bene non è che l’altra faccia dello stare male e tra le due cose non c’è molta diffe­renza: prevale lo “stare”, prevale un’idea di morte. Che sia buona o no, sempre morte è. C’è differenza tra l’eutanasia e un’altra morte? C’è differenza tra la buona morte e la cat­tiva morte? No, non c’è nes­suna dif­ferenza: è morte, una volta accet­tata la quale, non c’è vita. Si tratta invece di trovare i termini e i modi della vita. Questa sì è un’impresa, lì sta la difficoltà, e non è per tutti, non è facile. Chi pensa che debba essere facile, si frega. Si frega, per­ché vive nelle recriminazioni, nei ri­catti, nelle rivendicazioni, quindi nell’ideologia della vendetta, della colpa e della pena, che sono sempre modi della morte, modi di negazione dell’istanza intel­lettuale, della tensione linguistica. Sono sempre modi della riprodu­zione dell’animale fanta­stico chia­mato soggetto, soggetto auto­nomo: “Io rivendico la mia autonomia, io devo fare quello che voglio. Sono io a decidere!”. Io chi? Con quale crite­rio? In base a che cosa? Con quali norme, regole, motivi? In direzione di che? Con quale progetto? Senza progetto la stessa educazione come può stabilirsi? Diventa un prontuario di comportamenti. In nome di che cosa? In vi­sta di che cosa? In dire­zione di che cosa? Anche i bam­bini, se viene tolto il progetto di vita, in direzione di che cosa do­vrebbero vivere? Per ripro­durre papà e mamma? Per riprodurre la loro idea di origine? È una que­stione.

È questo che occorre indagare, tra le altre cose, per esempio, nelle fiabe. Ne abbiamo scelte otto fra le più note: alcune dei fratelli Grimm, alcune di Andersen, alcune di Perrault, confrontando la versione tedesca e francese, giusto per intendere il messaggio e se non ci sia una certa morale che verrebbe affermata dalle fiabe, da certe fiabe; da quelle fiabe in particolare che sono le più famose, le più dif­fuse, le cosiddette fiabe popolari, in determinati contesti culturali, lette­rari. Allora cominciamo oggi con una fiaba dei fratelli Grimm, i noti fratelli Grimm, Jacob e Wilhelm, due fratelli vissuti a cavallo tra il ‘700 e l’‘800.

Ritengo che non ci sia chi ignori la fiaba di Hänsel e Gretel. C’è chi ne ha sentito già parlare, penso. La rileggiamo, così ne percorriamo lo svolgimento. C’è chi ha portato il li­bro delle fiabe? Ci vorrebbe la ver­sione tratta dalla lingua originale. Questa è la raccolta curata da Italo Calvino pubbli­cata da Einaudi. Leggiamo.

Davanti a un gran bosco abitava un po­vero taglialegna, con sua moglie e i suoi due bambini; il maschietto si chiamava Hänsel, e la bambina, Gretel. — Quindi Giovanni, Giovannino e Margherita — Egli aveva poco da mettere sotto i denti, e quando ci fu nel paese una grave carestia, non poteva neanche più procurarsi il pane tutti i giorni. Una sera, che i pensieri non gli davano requie, — brutta cosa i pensieri di sera! Quando non danno requie, so­pra tutto se non c’è un dispositivo in cui questi pensieri possano incon­trare un’altra di­sposizione, un altro statuto delle cose — ed egli si volto­lava inquieto nel letto, disse sospirando alla moglie: “Che sarà di noi? come potremo nutrire i nostri poveri bam­bini, che non abbiam più nulla neanche per noi?”. — Quindi, il papà si preoccupa per i bambini — “Senti, marito mio, — rispose la donna — domattina all’alba li condurremo nel più folto della foresta: accen­diamo loro un fuoco e diamo a ciascuno un pezzetto di pane; poi an­diamo al lavoro e li lasciamo soli: i bambini non ritrovano più la strada per tornar a casa, e ce ne siamo sba­raz­zati”. — È semplice. Per la si­gnora è facile: li porta nel bosco e li lascia lì — “No, moglie mia, — disse l’uomo — questo non lo faccio: come potrei aver cuore di lasciare i miei figli soli nel bosco! Le bestie feroci verrebbero subito a sbranarli”. — Ecco, subito, il bosco abitato da be­stie feroci. Si tratta qui del bosco, la scena truce. Non stanno davanti alla città questi signori, stanno davanti al bosco — “Pazzo che non sei altro, — diss’ella — allora dob­biamo morir di fame tutti e quattro; non ti resta che piallare le assi per le bare”. — Subito decisa, fantasia di morte im­mediata per tutti. Dice: “Dobbiamo morire tutti. Meglio che muoiano solo loro; noi, così, ci possiamo sal­vare”. — E non lo lasciò in pace fin­ché egli acconsentí. — “Ma quei po­veri bambini mi fan pietà!” — disse l’uomo.

Per la fame, neppure i due bimbi potevan dormire, e avevano udito quel che la ma­trigna diceva al pa­dre.

Ecco, qui adesso è “matrigna”. Prima erano il taglialegna, sua mo­glie, e i suoi due bambini. In italiano, effettivamente, non è chiaro, in tedesco sarebbe più pre­ciso di chi sono i bambini. Questi sono i bambini del taglialegna. Si tratta della ma­trigna. Perché i bambini, che per la fame non potevano dor­mire, hanno udito quel che la matri­gna diceva al padre. Sono i bambini che hanno udito quel che la matri­gna diceva al padre. Ma qui si tratta di ciò che dice la moglie al ma­rito o di ciò che sentono i bambini nell’altra stanza? E che cosa sentono i bambini nell’altra stanza quando i genitori parlano? Che cosa sen­tono? Sentono che i genitori si vogliono sbarazzare di loro. Ma dunque si tratta di una fantasia dei bambini? Il fatto è una fan­tasia dei bambini? Il fatto della matrigna è per caso una fantasia dei bambini?

Gretel piangeva amaramente, — quindi è Gretel che sente il presunto discorso della matrigna al padre. È Gretel — e disse ad Hänsel: “Adesso per noi è finita”. “Zitta, Gretel, — disse Hänsel — non affan­narti, ci penserò io”. E quando i vecchi si furono addormentati, si alzò, si mise la giacchettina, aprì l’u­scio da basso e sgattaiolò fuori. Splendeva chiara la luna — Hänsel mica si lascia abbattere su­bito così, come Gretel: “Morti, moriamo tutti, subito finita”. No: lui apre, e già vede la luna, mica il bosco con le bestie feroci. La luna! — e i sassolini davanti a casa rilu­cevano come monete nuove di zecca…

Cioè, per Hänsel c’è un’altra scena, non la morte promessa dalla sorella, promessa dalla matrigna. Dice: “Un momento! Quale morte, quale fine?”. È un’altra scena.

…Hänsel si chinò e ne ficcò nella ta­schina della giacca quanti poté farne entrare. Poi tornò dentro e disse a Gretel: “Sta’ di buon animo, cara sorellina, e dormi pure tran­quilla: Dio non ci abbandonerà”.

Cioè aveva istituito già un disposi­tivo, un dispositivo secondo il quale la provvi­denza era già in atto, per cui Dio non ci abbandonerà: non perché si affida alla spe­ranza che qualcosa accada, ma perché avvia un disposi­tivo per la provvidenza.

E si rimise a letto.

Tranquillo, perché ha una direzione da seguire, mica l’idea di morte da cui rima­nere atterrito, come la so­rella.

Allo spuntar del giorno, ancor prima che sorgesse il sole, la donna andò a svegliare i due bambini: — quindi si tratta prima della moglie del taglia­legna, poi della matri­gna, ora della donna — “Alzatevi, poltroni, an­diamo nel bosco a far legna!”. Poi diede a ciascuno un pezzetto di pane e disse: “Eccovi qualcosa per mezzogiorno, ma non mangiatelo prima, non avrete nient’altro”. Gretel mise il pane sotto il grembiule, perché Hänsel aveva in tasca le pietre. Poi s’incamminarono tutti insieme verso il bosco. Quando ebbero fatto un pez­zetto di strada, Hänsel si fermò e si volse a guardar la casa; così fece più e più volte. Il padre disse: “Hänsel cosa stai a guardare e perché rimani indietro? Su, muoviti!”. “Ah, babbo, — disse Hänsel — guardo il mio gattino bianco, che è sul tetto e vuol dirmi ad­dio”. La donna disse: “Sciocco, non è il tuo gatto; è il primo sole, che brilla sul comignolo”. — Realista la signora. Non è il gattino, vi dico io cos’è — Ma Hänsel non aveva guardato il gattino: — è evidente — aveva buttato ogni volta sulla strada uno dei sassolini lucidi che aveva in tasca. — Quindi, si girava, apparentemente a guardare la casa, ma per attuare il suo di­spositivo, che era quello di la­sciare un sassolino — Arrivati in mezzo al bosco, disse il padre: “Adesso raccogliete legna, bambini; voglio accendere un fuoco, perché non ge­liate”. Hänsel e Gretel raccolsero rami secchi e ne fecero un bel mucchietto. I rami furono ac­cesi e quando si levò alta la fiamma, la donna disse: “Adesso mettetevi accanto al fuoco, bambini, e riposatevi, noi andiamo a spaccar legna nel bosco. Quando abbiamo finito, torniamo a pren­dervi”. Hänsel e Gretel rimasero accanto al fuoco e a mezzogiorno mangiarono il loro pezzetto di pane. E udendo colpi d’ac­cetta credevano che il babbo fosse vicino. Ma non era l’ac­cetta, era un ramo, che egli aveva le­gato a un albero secco e che il vento sbatteva di qua e di là. Eran là, seduti da un pezzo, e alla fine i loro oc­chi si chiu­sero per la stanchezza ed essi si addormenta­rono profondamente. Quando si svegliarono, era già notte fonda. Gretel si mise a piangere e disse: “Come faremo a uscire dal bosco!”. Ma Hänsel la consolò: “Aspetta soltanto un poco, finché sorga la luna, poi troveremo bene la strada”.

Hänsel non si perde d’animo, ciascuna circostanza va per affron­tarla. Non si abbandona al catastrofi­smo, all’idea del negativo, ma si ri­volge al modo oppor­tuno per affron­tare la difficoltà che si pone dinanzi.

E, quando sorse la luna piena, prese per mano la sua sorellina e segui­rono le pie­truzze, che brillavano come monete nuove di zecca e mo­stravan loro la via. Camminarono tutta la notte e allo spuntar del giorno arrivarono alla casa paterna. Bussarono alla porta, e quando la donna aprí e vide che erano Hänsel e Gretel, disse: “Cattivi, perché avete dormito tanto nel bosco? Credevamo che non voleste più tor­nare”. Ma il padre si rallegrò, — quindi subito “cattivi”. Materna la si­gnora, materna, punitrice, severa. “Cattivi!”. — tanto l’a­veva accorato lasciarli così soli. Non passò molto tempo e la miseria tornò ad invadere la casa; una notte i bambini udiron la matrigna dire al padre: — quindi ancora una volta i bambini odono la matrigna, che dice al padre — […] “Si è di nuovo mangiato tutto…”.

Ecco la fine, la fine delle cose; le cose fi­niscono. Il cerchio, dove le cose finiscono.

“C’è ancora una mezza pagnotta, poi è finita”. I bambini devono andar­sene; li condurremo più addentro nel bosco, perché non ritrovino la strada: per noi non c’è altro scampo”. L’uomo si sentì stringere il cuore e pensò: “Sarebbe meglio che divi­dessi il tuo ultimo boccone con i tuoi bam­bini”. Ma, checché di­cesse, la donna non gli dava retta, e lo sgridava e lo rimprove­rava: Chi dice A deve dire anche B, e perché aveva ceduto la prima volta, egli do­vette cedere anche la seconda.

Padre debole che sottostà alla ma­trigna e che, avendo ceduto una volta, cede anche la seconda. Eh, chi accetta la morte una volta, l’accetta poi per sempre. Chi accon­discende una volta, dice: “Beh, per questa volta acconsento, per questa volta accetto, per questa volta cedo, per questa volta mi lascio andare, ma solo per questa volta” e poi la suc­cessiva anche, e quella dopo an­cora. Un padre che si lascia andare, dun­que.

Ma i bambini erano ancora svegli e ave­vano udito quei discorsi. Quando i vecchi dormirono, Hänsel si alzò di nuovo, per andare, come l’altra volta, a raccogliere sassolini; ma la donna — questa volta non si lascia mica fregare come prima — aveva chiuso la porta — quindi una difficoltà in più — e Hänsel non poté uscire. Ma consolò la sua sorellina, dicendo: “Non piangere, Gretel, dormi pure tranquilla: il buon Dio ci aiuterà”.

Nel senso che dice: “adesso ne escogito io un’altra. C’è una diffi­coltà nuova, e adesso vediamo un po’ come fare”.

Sul far del giorno, la donna fece al­zare i bambini dal letto. Ebbero il loro pezzetto di pane, ma era ancora più piccolo dell’altra volta. Sulla strada del bosco, Hänsel lo sbriciolò in tasca, e spesso si fermava e but­tava una briciola in terra. “Hänsel, perché ti fermi a guardarti attorno? — disse il padre, — cammina!”. “Guardo il mio piccioncino che è sul tetto e vuol dirmi ad­dio”, rispose Hänsel. “Sciocco, — disse la donna — sempre severa, correttrice — non è il tuo piccione, è il primo sole che brilla sul comignolo”. Ma Hänsel un po’ per volta gettò tutte le bri­ciole per via.

La donna condusse i bambini ancor più ad­dentro nel bo­sco, dove non eran mai stati in vita loro. Accesero di nuovo un gran fuoco e la madre disse: “Restate qui, bambini, se siete stanchi, potete dormire un po’: noi andiamo a ta­gliar legna nel bosco e stasera, quando abbiamo finito, veniamo a prendervi”. A mezzogiorno, Gretel di­vise il pane con Hänsel, che l’a­veva sparso per via. Poi si addor­mentarono e passò la sera, ma nes­suno venne dai poveri bam­bini. Si svegliarono solo a notte fonda, e Hänsel consolò la sorellina, di­cendo: “Aspetta, Gretel, che sorga la luna: allora vedremo le briciole di pane che ho sparso; ci mostre­ranno la via di casa”. Quando sorse la luna, si alzarono, ma non trovarono piú neanche una briciola: le avevano beccate i mille e mille uc­cellini, che volano per campi e bo­schi. Hänsel disse a Gretel: “Troveremo la strada lo stesso”.

Hänsel non si perde d’animo, non si la­scia vincere dallo sconforto, dalla paura. Hänsel non ha paura, questa è la questione.

Ma non la trovarono. Camminarono tutta la notte e an­cora un giorno, da mane a sera, ma non uscirono dal bosco, e avevano tanta fame, perché avevan solo un po’ di bacche trovate per terra. Eran così stanchi che le gambe non li regge­vano più; si sdraiarono sotto un al­bero e si addormentarono. — E così vanno avanti — Era già la terza mat­tina, da quando avevan lasciata la casa del padre. Ricominciarono a camminare, ma si addentravano sempre più nel bosco, e se non tro­vavano presto aiuto, sarebbero morti di fame. A mezzogiorno, vi­dero su un ramo un bel uccellino bianco come la neve; can­tava così bene che si fermarono ad ascol­tarlo. Quand’ebbe finito, aprì le ali e volò davanti a loro ed essi lo seguirono, finché giunsero ad una piccola casa e l’uccellino si posò sul tetto. Quando furono ben vicini, videro che la casina era fatta di pane e coperta di focaccia; ma le finestre erano di zucchero trasparente. “All’opera! — disse Hänsel — faremo un ottimo pranzo. Io mangerò un pezzo di tetto e tu, Gretel, puoi man­giare un pezzettino di finestra: è dolce”. Hänsel si rizzò, stese la mano in alto, e staccò un pezzo di tetto, per sentire che gusto aveva; e Gretel s’accostò ai vetri e cominciò a spilluzzicarli. Allora una voce sot­tile gridò dall’interno:

“Rodi, rodi, morsicchia,
la casina chi rosicchia?”
I bambini risposero:
“Il vento, il venti­cello,
 il celeste bambinello”,
e con­tinuarono a mangiare…

[…] Ma d’un tratto la porta si aprì e venne fuori pian piano una vecchia de­cre­pita, che si appoggiava a una gruc­cia. Hänsel e Gretel si spaven­tarono tanto, che lasciarono cadere quel che avevano in mano. Ma la vecchia dondolò la testa e disse: “Ah, cari bambini, chi vi ha portato qui? Entrate e rimanete con me, non vi succederà niente di male”. — E già annuncia quello che accadrà — Li prese entrambi per mano e li con­dusse nella sua casetta. Fu loro ser­vita una buona cena, latte, frittelle, mele e noci; poi furono pre­parati due bei lettini bianchi, e Hänsel e Gretel si coricarono e credevano di essere in paradiso.
Improvvisamente la vita era diven­tata facile, una bella vita facile con la casina da mangiare, una bella cena.
La vecchia fingeva di essere beni­gna, ma era una cattiva strega, che insidiava i bambini e aveva costruito la casetta di pane soltanto per atti­rarli.
Ora, terribile, è una fiaba del terrore, dove c’è nel bosco una casetta con una vec­china che attira i bambini, e per fare cosa?
Quando un bambino cadeva nelle sue mani, l’uccideva, lo cucinava e lo mangiava…

Un messaggio educativo eccellente! Cosa c’è nel bosco? Nel bosco c’è la vecchina che attira i bambini, li in­grassa, li uccide, li cucina e se li mangia. È un bel bosco quello lì, ma in effetti siamo in Germania. Cosa poteva esserci nel bo­sco in Germania? Cosa, in Germania, la patria di Institor e Sprenger? Voi lo sapete chi siano Institor e Sprenger? “Noi, in­quisitori della Germania…”, così incomincia il Malleus Maleficarum, il Martello delle streghe, il manuale della Santa Inquisizione. Nel bo­sco, in Germania, cosa poteva esserci? La strega, che altro? Quindi la vec­chietta, quando un bambino cadeva nelle sue mani, l’uccideva, lo cuci­nava e lo mangiava…

…e per lei quello era giorno di festa. — C’è modo e modo di considerare la festa — Le streghe hanno gli oc­chi rossi e la vista corta, — è chiaro che anche i fratelli Grimm ri­sentono dell’opera di Heinrich Institor e Jacob Sprenger e, quindi, sanno come dev’essere fatta una strega: ha gli occhi rossi e la vi­sta corta — ma hanno un fiuto finissimo, come gli animali, — eh, ti pareva! — e sentono l’avvicinarsi di creature umane. E quando si avvicinarono Hänsel e Gretel, ella rise maligna­mente e disse beffarda: “Sono in mio potere, non mi scappano più”. Di buon mattino, prima che i bam­bini fossero svegli, si alzò, quando li vide riposare, così dolcemente, con le gote rosse e tonde, mormorò fra sé: “Diventerà un buon boc­cone!”.

Di buon mattino, che cosa ac­cade? Accadono le cose più nefande. Di buon mattino la strega li guarda e dice: “diventerà un buon boccone”.

Afferrò Hänsel con la mano rinsec­chita, lo portò in una stia e lo rin­chiuse dietro un’inferriata; e per quanto egli gridasse, non gli giovò. Poi essa andò da Gretel, la svegliò con uno scossone e gridò: “Alzati, poltrona, porta l’acqua e cucina qualcosa di buono per tuo fratello, che è là nella stia e deve ingrassare. Quando è grasso, voglio mangiar­melo”. Gretel si mise a piangere amaramente, ma fu tutto inutile, do­vette fare quel che voleva la cattiva strega.

Ora, al povero Hänsel, cuci­navano i cibi più squisiti, ma Gretel non riceveva che gusci di gambero. Ogni mattina la vecchia si trasci­nava fino alla stia e gridava: “Hänsel, sporgi le dita, che senta se pre­sto sarai grasso”. Ma egli le sporgeva un ossicino e la vecchia, che aveva gli occhi torbidi, non po­teva vederlo, credeva fos­sero le dita di Hänsel, e si stupiva che non volesse proprio ingrassare.

Lei sentiva l’ossicino, voleva che il dito si ingrassasse. Chissà di che dito si trattava, il dito che doveva gonfiarsi, ingrassarsi.

Dopo quattro settimane, visto che Hänsel era sempre magro, perse la pa­zienza e non volle più aspettare. “Su, Gretel, — gridò alla fanciulla, — porta l’acqua, svelta; grasso o ma­gro che sia, domani ammazzerò Hänsel e lo cucinerò”. Ah, come pianse la povera sorellina, quando dovette portar l’acqua! e come le scorrevano le lacrime sulle guance! “Buon Dio, aiutaci! — implorava. — Ci avessero divorato le bestie feroci nel bosco! Almeno saremmo morti in­sieme”. — Eh, che bel vantaggio! — “Risparmiati il piagnisteo, — disse la vecchia, — non serve a nulla”. — Eh sì, non ha neanche torto — Di buon mattino Gretel dovette uscire, appendere il paiolo con l’acqua e ac­cendere il fuoco. “Prima di tutto bi­sogna cuocere il pane, — disse la vecchia: — ho già scaldato il forno e im­pa­stato”. Spinse fuori la povera Gretel, fin presso il forno, da cui già svampavano le fiamme. “Cacciati dentro, — disse la strega, — e guarda se è ben caldo, perché pos­siamo infornare il pane”. E mentre Gretel era dentro, avrebbe chiuso il forno per farla arrostire e mangiarsela anche lei. Ma Gretel capì la sua intenzione — qui, Gretel capisce — e disse: “Non so come fare: — non so fare io, non so — come faccio a entrarci?”. “Stupida oca, — disse la vecchia, — l’apertura è abbastanza grande; guarda, potrei entrarci an­ch’io”. Arrancò fin là e sporse la testa nel forno. Allora Gretel, con un urtone, la spinse dentro, chiuse lo sportello di ferro e tirò il catenaccio. Uh! che urla orribili gettò la strega! Ma Gretel corse via e la maledetta strega dovette miseramente bruciare. — Cosa può fare una strega in Germania nella foresta, se non bru­ciare? — Gretel corse difilato da Hänsel, aprì la stia e gridò: “Hänsel, siamo liberi, la vecchia strega è morta!”. Allora Hänsel saltò fuori, come un uccello quando gli aprono la gabbia. — C’è tutto un animale: c’è l’oca, c’è l’uccello… — Con che gioia si saltarono al collo, si ba­ciarono e fecero capriole! E siccome non avevan più nulla da temere, entrarono nella casa della strega, e dappertutto c’e­rano forzieri pieni di perle e di pietre pre­ziose. “Sono ancor meglio dei sassolini! — disse Hänsel, — e mise in tasca tutto quel che poté entrarci. E Gretel disse: “Anch’io voglio portarne a casa un po’” e si riempì il grem­biulino. “Ma adesso an­diamo via, — disse Hänsel, — dobbiamo uscire dal bosco della strega”. Dopo aver camminato un paio d’ore, giunsero a un gran fiume. “Non possiamo at­traversarlo, — disse Hänsel, — non vedo né ponte né passerella”. “E non c’è neanche una bar­chetta, — rispose Gretel, — ma là nuota un’anitra bianca; se la prego, ci aiuterà a passare”. E gridò:

“Anatrino, corri! Hänsel e Gretel qui soccorri. Nessun ponte passa il fiume, prendici dunque sulle bianche piume”.

E l’anatrino si avvicinò; Hänsel gli salì sul dorso e disse alla sorellina di sederglisi accanto. “No, — rispose Gretel, — sarebbe troppo pesante per l’anitra; ci trasporterà l’uno dopo l’altro”. Così fece la buona bestiola; e quando furono felicemente arri­vati dall’altra parte, dopo un breve tratto di strada, il bosco divenne loro sempre più familiare e alla fine scorsero di lontano la casa del loro babbo. Allora si misero a correre, si precipitarono nella stanza e si appe­sero al collo del padre. L’uomo non aveva più avuto un’ora lieta da quando aveva lasciato i bambini nel bosco, ma la donna era morta. Gretel rovesciò il suo grembiulino, sicché le perle e le pietre pre­ziose saltellarono per tutta la stanza, e Hänsel vi aggiunse a manciate il contenuto della sua tasca. Così finiron tutti i guai e i tre vissero in­sieme felici e contenti.

La mia fiaba ti ho detto. Laggiù corre un sorcetto; prendigli il pelliccione e fatti un berret­tone.

Così termina la fiaba, che più terri­bile non si può. Una fiaba del terrore, una fiaba che si tesse at­torno al matricidio, la cui morale è che i tre vivono felici e con­tenti, morta la madre. Padre debole, madre che viene fatta fuori dalla bambina; bam­bina che fa fuori anche la strega. Madre, matrigna, strega. La bambina buona, la ma­dre cattiva, madre ma­trigna, madre strega. Madre, bam­bina, un’anfibologia della madre, una ma­dre che viene sentita, dalla bambina, dire che li vuole abbando­nare, che li vuole mettere a morte. E allora cosa fa? Restituisce pane per focaccia, os­sia fa fuori la strega, os­sia fa fuori la madre, madre ri­tenuta strega, ritenuta cattiva, madre che nella ver­sione di strega propone le cose facili: lo zucchero, la focaccia, il pane, cioc­colato, mele, noci, latte, frittelle, tutte cose buone. Improvvisamente tutto facile. E la vecchia che fingeva di essere buona era in realtà cattiva, e la madre che fingeva di es­sere buona era in realtà cattiva.

C’è qui un’anfibologia e una dicotomia. Le cose che sembrano buone sono in realtà cattive. E su tutte queste cose, che possono essere o buone o cat­tive, aleggia la minac­cia di morte. E poi ci sono le perle e le pietre pre­ziose, che vengono date al padre, quasi una forma di paga­mento. Gretel, che uccide la strega, conse­gna le perle al padre. Questo è un det­taglio non trascurabile della fiaba.

Cecilia Maurantonio Ma questo paga­mento può es­sere anche una forma di vendetta, cioè, questo pa­gamento non può vedersi come forma, modo della vendetta?
R.C. Vendetta?
C.M. Apparentemente è una scena, così, oleografica, nel momento in cui il padre…
R.C. Beh, è il segno dell’incesto, è il pa­gamento dell’incesto avvenuto: “Così fini­ron tutti i guai e i tre vis­sero insieme felici e contenti”.
Pubblico Morti, direbbero…
R.C. Nel regno della morte, cioè nel­l’incesto avvenuto. Tolta la ma­dre, Gretel compie l’incesto, ovvero il matricidio; com­pie l’incesto con il padre, ossia realizza il matricidio. Si tratta di un fantasma ma­terno di matri­ci­dio, in nome del quale Gretel com­pie una sorta di risarcimento al pa­dre. Ma come trova questo risarcimento? Dove lo trova? Le perle, le monete, come le trova? Le trova nella via facile. Ora c’è un’estrema e radicale differenza fra Hänsel e Gretel, perché Gretel ode i genitori parlare nella stanza accanto. Dunque, i genitori parlano tra loro e Gretel ritiene che parlino dei bambini e che i genitori vogliano sbarazzarsi dei bambini. Quale bambino non ha pensato talvolta che la mamma non è la mamma, il papà non è il papà e che mamma e papà potrebbero ab­bandonarli?

Questa favola dice che il bambino tedesco non è immune da questo pensiero e che, sentendo mamma e papà parlare nell’altra stanza, fantastica che mamma e papà lo vogliano abbandonare. Hänsel non condivide questo pensiero, non si associa, non ha la stessa fantasia, ma, posto dinanzi alla questione, s’industria, elabora una strategia. Per Gretel, l’unica strategia è fare fuori la madre; il suo pensiero è che bisogna fare fuori la madre per stare final­mente insieme al papà e a Hänsel. Quindi, per Gretel si tratta di una fantasia d’incesto, che si volge poi in una forma di prostituzione. Occorre dire che la prostituzione al­tro non è se non la realizzazione di una fantasia di incesto. Perciò, per Gretel si tratta del modo facile di trovare perle e pietre preziose da dare, da consegnare al padre. In cambio di che cosa? Della sua com­plicità per avere lasciato fare fuori la madre.

Questa è la fantasia at­torno a cui si svolge questa fiaba: una fantasia di matricidio a cui si combina la fan­tasia di incesto. Una fantasia di via facile per superare le difficoltà, che si realizza togliendo di mezzo la madre; la madre vista come ciò che si frappone ri­spetto al benes­sere, allo stare bene, dato che il pa­dre è debole, non c’è. Qui, il padre non è padre: è un fanfarone, un fratello maggiore, un poveretto che ha sempre il cuore strizzato, gli piange il cuore, gli si strizza il cuore, tutto un cuore macilento e lascia fare qualunque cosa, cioè è un padre senza autorità.

Federica Bietolini Però il figlio è di­verso. La madre è autoritaria e la figlia è identica. Questo mi ha col­pito.
R.C. Esatto. Certamente, perché qui si svolge la fantasmatica del matri­cidio da parte della fanciulla, si svolge la fan­tasmatica dell’anfibo­logia della madre, cioè della madre ritenuta animale fantastico, che può essere buona o malvagia, che può es­sere madre o matrigna, che può es­sere ma­dre o strega. Bene e male sono assunti e entrano nell’e­sperienza, e vengono attribuiti alle cose e alle persone, come forma del­l’Altro. Qui non c’è il racconto da parte di Gretel. Gretel dice a Hänsel: “Vogliono farci questo e questo”. Hänsel non si pone la questione di ascoltare, di fare sì che questo entri nel racconto; prende la cosa realisti­camente, però nei termini di istituire un dispositivo, di attuare una stra­te­gia. In realtà Hänsel non aderisce al­l’idea del bene e del male. Lui, se c’è da andare nel bosco, ci va; se c’è da entrare nella casa, lo fa; se c’è da prendere i sassolini, lo fa. Cioè, Hänsel non aderisce al fantasma di morte, che invece è assolutamente parteci­pato da Gretel. Gretel, ade­rendo al fanta­sma di morte, ipotizza una famiglia morti­fera: questa è la famiglia vista da Gretel! È chiaro?

Questa fiaba svolge una fantasia, il fanta­sma materno di Gretel: cioè è l’idea che Gretel ha della famiglia e delle cose, rispetto a cui non c’è nessun inter­vento, né da parte del padre, né da parte della madre, né da parte del maestro, né da parte dell’educatore, da parte di nessuno. Sono la fantasia di morte e la fantasia di assassinio che Gretel “ha in testa”; è la sua mentalità della famiglia che si afferma per via di un’idea di bene o di male attribuita alle cose, alle per­sone, all’esperienza. Tolta la relazione originaria, le cose diventano o buone o malvagie, e quindi occorre attrez­zarsi per contrastarle con lo stesso metro, opponendo al fantasma di morte un fanta­sma di assassinio. Qui c’è tutta la morale inquisitoriale e è tratteggiata la morale dell’inquisi­tore, in assenza di parola, in assenza di transfert e del pro­cesso di qualificazione. Io ho una fantasia e la applico alla prima occasione. Gretel ha questa fantasia e, alla prima occasione, sentendo papà e mamma che parlano: “Ebbene — dice — parlano di me e vogliono compiere quel che io ho in mente”. Questo dice la fiaba.

Si può leggere in ben altro modo, ossia nella totale inesistenza del fatto. Gretel non si sposta mai da casa e si sveglia la mattina dopo che ha fatto que­sto sogno, durante il quale ha sognato di venire abbandonata dalla mamma e di farla fuori. È il racconto di una fantasia, dove non c’è il fatto, però c’è una logica; dove c’è il fanta­sma dell’incesto e c’è il fanta­sma della via facile: “Vai nel bosco, trovi la strega, la fai fuori, prendi le sue cose e le porti a casa”. E la difficoltà è superata, a prezzo di to­gliere e di abolire la ma­dre, di to­gliere e di abolire la famiglia origina­ria. Perciò è molto in­teressante que­sta fiaba, perché dice chiaramente quali sono le conseguenze del padre debole, del pa­dre senza autorità. Un padre debole, un padre che non consenta che l’autorità si instauri, “autorizza” il matri­cidio, per dire così. “Autorizza”, tra virgolette, ma è come se rendesse il matricidio pos­sibile, e se ne facesse com­plice. Ci sono do­mande?

C.M. Mi chiedevo come mai, spesso, come in questa favola, la fi­gura della matri­gna debba necessa­riamente avere questa connotazione appunto di strega, differendo da quello della…
R.C. La matrigna non è la strega. La ma­trigna è matrigna, e poi c’è la strega.
C.M. Sì. Però se fosse stata presen­tata come madre naturale…
R.C. Non c’è madre naturale: questo dice la fiaba. Non c’è nessuna madre naturale. C’è la madre, che non è af­fatto naturale e, se è creduta natu­rale, dà luogo all’anfibolo­gia della madre matrigna, della strega, della madre buona e della madre cattiva. Qui, c’è un altro dettaglio importante, da conside­rare, non c’è madre natu­rale: non c’è nes­suna madre naturale.
C.M. Infatti, mi chiedevo appunto quale potesse essere la connessione tra la figura della matrigna e della madre che adotta, perché c’è tutta una serie di…
R.C. Così, usciamo dalla fiaba. At­tenia­moci al materiale. L’adozione non c’en­tra, non c’è traccia di adozione, però non c’è la madre na­turale. C’è un dispo­sitivo che viene accennato, rispetto a cui ci sono statuti differenti: c’è la moglie del taglialegna, la matrigna, la donna. Gretel fantasma­tizza la moglie del taglia­legna, la donna che vive in casa e la suppone matrigna, nel senso che né la moglie del tagliale­gna né la donna che accudisce la casa è madre, non è sua madre. Non c’è lo statuto natu­rale di madre e, se ci fosse, la fa­rebbe immediatamente fuori. Questo è l’a­spetto interessante, l’altra faccia della fiaba, che indica come la madre non sia na­turale. Non c’è genealogia ma­terna, perché se ci fosse sarebbe insopportabile. Se ap­pena appena ce ne fosse l’idea, sarebbe insopportabile, e Gretel che cosa farebbe? Se ne andrebbe di casa.
Barbara Valerio Nella fiaba o…
R.C. Eh, sì, è quello che accade.
B.V. Lei lo dice solo ri­guardo alla fiaba o ha una valenza più gene­rale?
R.C. La fiaba ci dà la traccia.
B.V. Sì, ma io le chiedevo appunto se ha una valenza più generale.
R.C. Certamente. È la traccia di una logica, che noi abbiamo il com­pito di leg­gere non moralistica­mente, ma in quanto traccia di una logica. La lezione che ne viene è che l’idea di discendere dalla mamma, di avere un’identità tra la moglie del geni­tore, la donna che è in casa e la mamma, compie una fan­tasia d’in­cesto, cioè compie una fantasia di origine che è insopportabile.
B.V. Perché?
R.C. Perché comporterebbe l’ince­sto.
B.V. Tra chi?
R.C. Tra Gretel e il padre.
B.V. Che comunque c’è.
R.C. No, che comunque non c’è, perché è una fantasia che non ha bi­sogno di com­piersi, resta una fanta­sia, tant’è vero che è una fiaba. Certo, se noi la leggiamo come il re­soconto di un fatto, ne traiamo una le­zione moralistica e non ne co­gliamo l’a­spetto originario. Ma lei voleva aggiungere qualcosa.
B.V. Volevo chiedere un’altra cosa. C’è anche la fantasia della donna e della madre che nutre per divorare, che mi sembra interes­sante, cioè la strega che nutre il maschio, la femmina che nutre il maschio per divorarlo, e ob­bliga Gretel a aiutarla.
R.C. È una fantasia d’incesto. La strega tasta il dito, il ditino, per ve­dere se s’in­grossa. Il ditino, che di­tino sarà? È chiara­mente una fanta­sia d’incesto. Un dito che si ingrossa è il pene. Quale dito vuole che si in­grossi?
B.V. Sì, ma chiedevo…
R.C. Quindi è una fantasia d’incesto tra la madre e il fratello, che la so­rel­lina ha nella sua anfibologia della madre, da madre buona a strega: perché la madre buona è Gretel. È evidente, la madre buona è Gretel, che fa fuori la madre cattiva per compiere l’incesto con il padre. Questa è la fantasia, che, appunto, è una fantasia. Certo, se questa fantasia non viene elaborata, tormenta la vita, perché “una donna” non diviene mai donna. È chiaro?! “Una donna” non diviene mai donna. Chi ritenesse di essere donna per nascita non diviene donna, non acquisi­sce lo statuto di donna, se questa fantasia non viene elaborata: resta animale fanta­stico incestago­gico, cioè sotto il pericolo d’incesto, sotto il segno dell’incesto, da riprodurre o da evitare; o lo ri­pro­duce in ciascuna relazione o lo evita in as­senza di relazione, perché ogni relazione sarebbe la riprodu­zione dell’incesto. Così, a seconda della morale che s’impone, o ogni relazione vale se riproduce l’origine, op­pure non vale in quanto riproduce l’origine; ma in un caso o nell’altro è la stessa cosa, a seconda che si af­fermi il versante del più o del meno, del positivo o del negativo, del­l’idea di bene o dell’idea di male, dell’idea di bene da evitare o da fare, o dell’i­dea di male da fare o da evitare. Comunque sia, permane il cerchio della morte, sotto il se­gno del cer­chio dell’incesto e non sorgono di­spositivi. Questa fantasia è assolu­ta­mente micidiale, perché impedisce l’istituirsi di dispositivi di vita: è una morte bianca costante. Questo dice Hänsel e Gretel, ossia che, non elaborando la fantasia dell’incesto, si resta nel­l’incesto, che non esi­ste, ma la fan­tasia c’è.
F.B. La cosa che più mi ha colpito è il fatto che Gretel è identica alla madre. Allora, mi chiedo se il mes­saggio non è an­che che, se la figlia non si differenzia dalla madre, per­ché la madre non glielo permette, perché la figlia è incapace, l’unica via d’uscita è l’uccisione della ma­dre, per sosti­tuirsi…
R.C. Sì, che la madre non lo per­metta o che la figlia sia incapace sono sempre fan­tasie della figlia.
F.B. Sì, ma è fantasia della figlia che non riesce a distinguersi; comunque Gretel non si distingue, perché ha gli stessi comportamenti della madre e riporta a casa i valori della madre.
R.C. Qui, che cosa è negato? È ne­gata proprio la figlia.
F.B. Appunto, la figlia non esiste: è una copia della madre.
R.C. Perfetto. Quindi, siamo in una mo­rale protestante e non cattolica.
F.B. M’interessa la cosa.
R.C. Siamo in una morale prote­stante, dove il figlio non è ammesso.
F.B. Io non lo so se la morale è pro­testante e il figlio non è ammesso.
R.C. Dobbiamo studiare anche le impli­cazioni culturali delle religioni. Se il figlio non è ammesso, ci sono delle implicazioni.
F.B. Ma non è ammesso il figlio in quanto femmina o in quanto ma­schio?
R.C. Lo statuto di figlio.
F.B. Quello che invece mi colpisce è che il figlio è diverso dal padre, forse per­ché il padre non è padre, perché Hänsel così si muove…
R.C. È considerato il versante femminile di questa fantasia. Avremo modo di verifi­care in altre fiabe come può porsi. Certo, qui c’è un accento posto sulla fantasia di Gretel.
F.B. È fantasia di morte.
R.C. Eh, sì.
F.B. E questa ripetitività…
R.C. È una fantasia di matricidio, di messa a morte della madre, per cui…
F.B. Perché la madre è la matrice, la vuole uguale a lei.
R.C. In questa fanta­sia non c’è l’Altro, l’Altro irrappresentabile, e ciascun incontro è l’incontro con l’Altro negativo: c’è la matrigna, c’è la strega, ci sono gli animali cattivi, cioè la ne­gazione dell’Altro. Certo, negato il figlio, anche l’Altro è negato, e si afferma sola­mente il nome del nome. È un pas­saggio che adesso è un po’ celere, magari la volta prossima lo consideriamo più in det­taglio, avva­lendoci anche del materiale di Cappuccetto Rosso e anche delle ri­flessioni che ciascuno di voi può fare in questi giorni e portare già la settimana prossima.

Come dire che Gretel si sente originata in qual­che modo, trova la sua ori­gine, loca­lizza la sua origine, e nulla è più in­sopportabile di un’origine localiz­zata. Perché? Perché chi localizza l’origine si fa segno di quell’ori­gine e, facendosi segno, si introduce nella predestinazione. E questo è insopportabile. Però, pure nella sua insopportabilità, se non trova modo di elaborarsi e di venire attraversata come questione, si riproduce.

Come si riproduce? Nelle sue due facce possibili: conformandovisi o ribellandovisi. Sia la con­forma­zione, il conformismo, l’ade­guamento, sia la ribellione, sono due modi di confermare una cosa. Viene confermata sia che io mi adegui sia che io mi ribelli. La ribellione è un segno della consacrazione, cioè che quella cosa non è qualificata, non trova qualifica, resta tale, quindi è resa sostanza. La realizzazione è questa: fare di qualcosa sostanza.

Bene, con questo concludiamo.
Dal pubblico Non può darci l’indi­ca­zione dei testi su cui leggere le fiabe?
R.C. Stavo per dirlo. Uno dei testi che può essere assunto è questo: Grimm. Fiabe. Scelte e presentate da Italo Calvino di Einaudi, nella Collana degli Struzzi.

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Cappuccetto rosso

Ruggero Chinaglia Ci sono do­mande, notazioni, questioni, propo­ste o altro?
Pubblico È meglio leggere le fiabe ai bambini in forma integrale o leggere quelle che ci propongono i libri per bambini? Perché quelle in forma integrale credo di non averle mai trovate in tutti i libri che ci sono nelle scuole. Quindi sono da pro­porre così? Sono sorpassate per il linguag­gio che usano? Si devono usare forme mediate per i bambini più piccoli?
R.C. Che cosa viene tolto dalle versioni per le scuole?
Pubblico Beh, ristrette, senz’al­tro, perché magari alcune sono un po’ troppo lunghe, comunque io non le ritengo neanche tanto lunghe per bambini di sei anni, raccontate un po’ alla volta. Volevo comprarmi il testo, proprio per vedere cosa veniva tolto dalle fiabe originali. Il fatto della madre matrigna: non viene pronunciato il nome madre, ma dal­l’inizio, par­lando di Hänsel e Gretel, viene usato il termine matrigna. La domanda che il bambino fa subito è quella: “Ma cos’è la matrigna?”, almeno a me, poi non so l’esperienza degli altri quale sia, se sono insegnanti. “Chi è la matrigna?”. “Perché non aveva la mamma?”, per esempio. Ecco, queste sono le prime do­mande che fanno leggendo la fiaba di Hänsel e Gretel. Poi, di Cappuccetto Rosso quasi tutti chie­dono: “Ma il cacciatore era il papà?”. Domande che, in ge­nere, in base alle va­rie scuole che ho passato, sono sempre quelle, riguardo le favole e le fiabe raccontate ai bambini. Ecco, per Hänsel e Gretel, la prima domanda è proprio la rassicurazione che non è la madre ma la matrigna, e chiedono cosa vuole dire matrigna. Poi, mi sono tro­vata un attimo così…, perché in parecchie scuole ho dei bambini adottati. C’era qualcuno, la volta scorsa mi sembra, non so se vi ricordate, che ha chiesto qualche cosa circa la figura dell’adozione. Avendo appunto dei bambini adottati, spesso chiedono: “La madre, come si chiama?”.
R.C. Dunque, con queste domande, questi bambini mo­strano di saperla lunga.
Pubblico Sì, molto lunga. Questa è un’esperienza personale, comun­que la rac­conto. Io ho avuto, pur­troppo, l’espe­rienza di un aborto nel periodo in cui era nato il bambino senza cervello, due anni fa, non so se vi ricordate. Beh, i bambini mi hanno fatto delle domande terrificanti sulla questione del bambino che io avevo perso: “L’hai perso. Ma dove l’hai perso?”, nel senso “perso per strada”. “È nato senza cervello?”, “Era senza cervello?”, “Perché era nato così?”. Anche angoscianti, per chi deve dare una risposta. Sì, la sanno molto lunga, perché sentono e probabil­mente hanno delle esperienze diverse dai bambini di una volta, non lo so. A volte fanno delle domande che ti lasciano impie­trita.
R.C. Perché impietrita?
Pubblico Perché non sei pronta a ri­spondere. Non perché non devono farle, ma perché non ti aspetti che te le facciano.
R.C. Certo, sopra tutto da un bam­bino ritenuto così piccolo.
Pubblico Sì, perché hai ricordi forse di com’eri tu bambina, che certe cose non…. e poi bisogna anche vedere dove lavori. Ho lavorato in città, ho lavorato in campagna; adesso mi trovo con una realtà to­talmente diversa dall’anno scorso, perché sono in un paesino di campagna dove “doman me papà copa el mas-cio”, cioè, per loro, “xe ‘na roba…”, bellissimo vedere am­mazzare ‘sto maiale, mentre magari in città ti dicono: “Maestra, ma tu hai il mouse?”. Ecco, bisogna vedere dove sei, la realtà che incontri nella scuola. Le domande sono tante, comunque.
R.C. Bene, cerchiamo di conside­rare an­che questo aspetto. Può quindi accadere che una fiaba costi­tuisca un pretesto per affrontare certe cose. Perché no? Questo è un aspetto che consideriamo sicuramente.

In questi giorni hanno telefo­nato molte persone per informarsi intorno a questo corso, perché hanno visto in ritardo la lo­candina, probabilmente perché è giunta dopo, e molte di queste persone ignoravano di cosa si trat­tasse quanto alla cifrematica: chie­de­vano che cos’è, cos’è la cifrema­tica, quali sono le sue caratteristiche. Dunque c’era una curiosità intorno a questo termine. Alcune persone lo cercano nel dizionario, però non lo trovano. Non lo trovano perché effettivamente è un termine recente; non recen­tissimo, nel senso che ha ormai una quin­dicina d’anni, però recente. Allora ritengo che sia anche il caso di indicare brevemente che cosa si tratti quanto a questo termine cifrematica, che cosa indica que­sta parola; parola che non indica una cosa sola, cioè non risponde alla modalità filosofica di dire che cos’è, ma indica piuttosto alcune caratteristiche. Cifrematica indica, in particolare, la scienza, la procedura e l’e­sperienza della parola originaria. Scienza, procedura, espe­rienza, ossia tre aspetti della parola, della parola originaria.

Scienza, procedura, esperienza. Questi tre aspetti indicano che non si tratta di una tecnologia, ma di qual­cosa che esige un corso, un itinerario per acquisirne i termini. In partico­lare è questo terzo aspetto, l’e­spe­rienza, in cui consiste la psicanalisi. La psicanalisi è l’esperienza della parola origi­naria, esperienza che procede dalla logica particolare, dalla logica della parola. Logica della parola che possiamo anche in­dicare come logica del due e logica del tre, logica diadica e logica singolare triale. In partico­lare si tratta di una logica diadica, da cui procedono altre logiche singolari triali, e l’am­biente di questa logica è l’infinito, l’in­finito attuale. Diciamo che la conseguenza della logica diadica, da cui procedono logiche singolari­ triali, è che non ci sono più l’inizio e la fine come figure della morte. L’inizio e la fine delle cose, nell’infinito, ac­quistano un altro valore, un’altra in­dicazione: non c’è più la sostanza delle cose, non c’è più la sintesi delle cose, quella ricomposizione nell’unità che la gnosi prescrive come fine, come conclusione prescritta. Ma in questa natura delle cose, in questa logica, in questa pro­cedura, importa invece la ragione; quali sono le ragioni di vita, le ragioni di salute, le ragioni della di­stinzione, le ragioni della differenza, le ragioni dell’Altro. Le ragioni in direzione della qualità. Le cose non finiscono, ma vanno in di­rezione della qualità. Questo è il tragitto, l’itinerario.  Quindi, importa l’esperienza originaria per ciascuno: esperienza di for­mazione, di acqui­sizione dei termini, dei modi, delle ragioni. In questo sta l’itinerario: itinerario di formazione, itinerario di acquisizione, itinerario dell’espe­rienza.

In questo itinerario risalta un’ac­cezione nuova di clinica, la clinica della pa­rola, clinica come compimento della scrit­tura. Clinica non già nell’accezione del catalogo dei beni e dei mali, in parti­co­lare dei mali soggettivi, ma clinica, [da cli­nein, verbo greco che significa “piegare”. N.d.r.] ossia quale piega ciascuna cosa incontra in direzione della sua qualifica, della sua qualità; dove l’anomalia non è da correggere a favore della normalità o a fa­vore di una correzione, ma è da intendere, per cogliere la caratteri­stica, la peculiarità, il modo partico­lare con cui si rivolge alla qualità. Questa è la difficoltà, la difficoltà dell’ascolto, la difficoltà della ri­cerca. Dunque, in questa accezione di clinica, si dissipa il concetto di comportamento. Una delle tentazioni maggiormente in voga in quest’e­poca è la tentazione sostanziali­stica, ossia quella di potere acquisire la conoscenza per appli­carla, la conoscenza delle cose per potere, in base a questa conoscenza, comportarsi, compor­tarsi in conse­guenza della conoscenza.

La psicanalisi, la natura della psica­nalisi, pone in questione proprio questa tenta­zione sostanziale, cioè di potere, per così dire, imparare il know-how, la conoscenza, e di appli­carlo volta per volta, praticamente di sapere come fare a prescindere dal caso in questione, come se ogni caso potesse avvalersi della conoscenza. In questo senso, una delle indica­zioni della psicanalisi è che non c’è conoscenza, ma il processo di acquisizione comporta un’effettualità del sapere, che di volta in volta è inedito, è nuovo; ciascun caso esige di venire considerato per la sua particolarità e per la sua qualità e per la novità che intro­duce.

È in questa direzione che leg­giamo queste fiabe: non per trarne una mo­rale, ma per cogliere, nel testo, nel materiale che propongono, alcune indicazioni ri­guardo a questa logica della parola. Dicevamo la volta scorsa che la fiaba di Hänsel e Gretel ha la strut­tura di una fantasia; la fantasia di una bambina che attua la messa a morte della madre, nella forma della matrigna e nella forma della strega, per conseguire un ideale incesto con il padre e dunque sostituendosi alla madre stessa. Gretel realizza la ma­dre ideale con il matricidio, ossia si ritiene la vera madre. Questa fantasia di Gretel è una fantasia in­torno alla famiglia di origine, cioè intorno a una famiglia natu­rale, ossia intorno alla famiglia animale. Questa origine, questa natu­ralità, questa animalità, dovrebbe significare anche il de­stino di Gretel, cioè il destino sarebbe una conse­guenza di questa origine. Nella fan­ta­sia di Gretel la madre suggerisce la via facile e Gretel la realizza con l’incesto: l’incesto sarebbe la realiz­zazione della via facile.

Di cosa si tratta nella fiaba? La fiaba av­via il racconto della storia fino alla saga, ossia fino alla fami­glia non naturale; que­sto racconto si avvia con la fiaba, con il ma­teriale che è fornito dalla materia stessa della parola, ma quando an­cora per­sistono queste credenze in­torno all’origine, all’animale, all’animalità, alla naturalità della famiglia stessa, quindi intorno alla genealogia, a una genealogia che dovrebbe fornire il segno, il segno dell’essere. Nella fiaba c’è il materiale della pa­rola, ma predo­mina un fantasma di padronanza, di controllo, di morte. Questo fantasma di padronanza, fantasma di morte, in cifrema­tica lo chiamiamo “fantasma materno”, cioè il fantasma della fine certa delle cose, fan­tasma di fine significata dall’ori­gine, fantasma di circolarità. Sarà interessante condurre una ri­cerca, eventualmente, intorno al modo con cui la psicopatologia si avvale di questa circolarità ma, anziché inda­garla come fantasma, come struttura fantastica, la propone come modo dell’essere, la certifica come male, e dunque come malattia, fa­cendone una caratteristica sogget­tiva, la caratteristica del soggetto.

Ciascuna fiaba pone l’accento su come vanno a finire le cose. “Come andrà a finire?”. “Come va a finire?”. Questa domanda è ispi­rata dal fanta­sma materno, che predilige la fine delle cose rispetto al loro corso, al loro svolgimento, alla vicenda, rispetto all’andare e venire. Per il fantasma materno le cose non vanno e ven­gono, ma vanno a finire, vanno e basta. Vanno dove? Verso la fine. Il fantasma materno è senza fede, è ne­gazione della fede, cioè dello spirito pragmatico, è la negazione della ragione delle cose e anche del modo. In quale modo fare questa cosa? Ecco, il fantasma materno nega che ci sia un modo, perché le cose vanno a finire, e finiscono co­munque. E questo è l’accento che pone Gretel: le cose finiscono. Una variante di come finiscono le cose è data per esempio dalla domanda: “Quanto dura?”. “Quanto dura quella cosa?”. Cioè, “quando finisce?”. È un altro modo per porre la questione della fine, senza svolgimento, togliendo l’a­spetto della vicenda, dell’itinerario, del modo, togliendo la temporalità a fa­vore di un “essere” ideale.

Per ogni vi­vente, diciamo così, la storia non è già data, non è già scritta, non è già assegnata, non è già avvenuta. Questa è la credenza che Gretel attribuisce alla matrigna, alla strega; alla madre come matri­gna o come strega. Questa è la credenza che istituisce il soggetto come sog­getto del destino, della morte, del fata­lismo, cioè come soggetto che deve assecondare il suo destino presunto o che deve ribellarsi al suo destino. Soggetto conformista o soggetto an­ticon­formista che, in entrambi i casi, deve confermare l’esistenza di un fatto. Perché conformismo e anticonformismo sono due facce della stessa medaglia, la medaglia della predestinazione, predestina­zione o naturalismo.

Infatti Gretel, nella sua predestinazione, nel suo naturalismo, si affida al bosco, va nel bosco e, nel bosco, le cose hanno il segno negativo, il segno del male. Gli animali sono fe­roci, qualche santo provvederà; nel bosco, qualche santo provvederà. Cioè, il bosco è la negazione di un dispositivo intellettuale, di un dispo­si­tivo artificiale, un dispositivo dato dalle ragioni dell’Altro, dalle ragioni della parola. Hänsel, invece, non si affida al bosco. Abbiamo visto che a Hänsel non viene mai meno lo spi­rito pragmatico, ossia la fede e si attrezza, ciascuna volta, e non si lascia sovrastare dal fantasma materno. Hansel, nella fiaba, già introduce un ele­mento di saga, ossia di famiglia artificiale, perché sospende la credenza naturalistica nel destino infausto, nella via facile, nel di­sposi­tivo naturale. E come finisce questa favola, questa fiaba? Abbiamo visto: “Così finirono tutti i guai e i tre vissero insieme felici e contenti”. Cioè i guai de­vono finire, que­sta è la prescrizione morale: ci sono i guai, ma poi devono finire. C’è il male, ma poi il male deve finire e conver­tirsi nel bene. Quindi bisogna aspettare che i guai finiscano, per vivere “…insieme felici e contenti”. Possiamo dire che questo è l’enunciato della morte bianca, cioè l’attesa che i guai finiscano. Nel bosco, con molta pazienza, i guai possono fi­nire.

Ma cosa sono i guai? Di che cosa si tratta quanto ai guai? Il guaio. Cosa sarebbe il guaio? “Vae victis”, “Guai ai vinti”, è la minac­cia: minaccia di morte, di punizione, di castrazione, di castigo, di vendetta, la minaccia che viene dalla voce grossa, ossia dal sog­getto agente, da un soggetto per un altro soggetto. Nella fiaba, il guaio è il pretesto per lasciarsi andare, per confermarsi soggetto, soggetto della fiaba, soggetto della predestinazione, soggetto naturale. Nella novella il guaio è il pretesto per l’instaurazione di un disposi­tivo artifi­ciale, dunque è il pretesto per la clinica.

Cecilia Maurantonio Il guaio di­viene circostanza, nella novella.
R.C. È circostanza, certo. Cioè il guaio indica l’anfibologia del mate­riale, ma senza dicotomia. Quando invece si afferma la dicotomia, la di­cotomia fra il bene e il male, allora il guaio diventa, per così dire, il segno della conferma che la predestinazione si è compiuta, è la conferma del soggetto. Quello che in un primo momento può sembrare negativo, proseguendo la vicenda può volgersi in scrittura, in espe­rienza, in acquisizione, in qualità, cioè altro può entrare come mate­riale dell’espe­rienza. Chi in­vece considera il guaio in quanto tale, si ferma dinanzi al guaio e lo prende come la prova, il segno, il fatto. Il guaio è un modo dell’aper­tura, per Hänsel, cioè è un modo della rela­zione, è qualcosa che non significa, ma a partire da cui procede la sua ricerca, aguzza l’ingegno. Non si tratta né di togliere i guai, né di confermarli, né di aspettare che fini­scano, perché il guaio è un modo del due, è un modo dell’anfibologia, è un modo del bene-male.
Questa fiaba dice, fra le altre cose, che il materiale fiabesco è materiale fantasmatico e, come tale, ha l’eventualità di svolgersi, sia per quel che riguarda le fiabe note sia per quanto ri­guarda la fiaba che ciascuno, o meglio che ognuno, può raccontare di sé.
Qual è la fiaba che ognuno si rappresenta per sé? E in che modo ognuno, a partire dalla sua fiaba, può incontrare un’altra cosa, un’altra vicenda? A partire dalla presunta famiglia d’origine ognuno può incontrare la famiglia originaria, dunque un’altra famiglia, senza il segno del male o il segno del bene che possa rappresentarlo, che possa segnarlo e che possa dunque incombere, come minac­cia o come premio, sul suo progetto.
Oggi verifichiamo qual è il materiale e quali sono le indicazioni che ven­gono da un’altra fiaba, ossia Cappuccetto Rosso, di cui esistono almeno due versioni: la ver­sione di Perrault e la versione dei fratelli Grimm. Oggi consideriamo quella dei fratelli Grimm. Chi è che ha quella di Perrault, per esempio, o che ha letto quella per oggi?
Federica Bietolini Se andiamo con i ri­cordi, qualcosa ricordiamo. Avremo tra­sformato la fiaba in una novella, in questi anni, si spera.
R.C. Allora: C’era una volta una cara ragazzina; solo a vederla le vo­levan tutti bene, e specialmente la nonna, che non sapeva più cosa rega­larle. Una volta le re­galò un cap­puccetto di velluto rosso, e, poi­ché le donava tanto ch’essa non volle più portare altro, la chiamarono sempre Cappuccetto Rosso. — Il segno della nonna, Cappuccetto Rosso — Un giorno, sua ma­dre le disse: “Vieni, Cappuccetto Rosso, — anche la mamma la chiamava Cappuccetto Rosso — eccoti un pezzo di focaccia e una bottiglia di vino, portali alla nonna; è de­bole e malata e si ristorerà. Mettiti in via prima che faccia troppo caldo; e, quando sei fuori, va’ da brava, senza uscir di strada; se no, cadi e rompi la bottiglia e la nonna resta a mani vuote. E quando entri nella sua stanza, non dimenti­care di dir buongiorno invece di curiosare in tutti gli angoli’’. — È una mamma coscien­ziosa, che dice a Cappuccetto Rosso come deve fare — “Farò tutto per bene”, disse Cappuccetto Rosso alla mamma, e le diede la mano. Ma la nonna abitava fuori, nel bosco, a una mezz’ora dal villaggio. E quando giunse nel bosco, Cappuccetto Rosso incontrò il lupo. Ma non sapeva che fosse una bestia tanto cattiva, e non ebbe paura”.
Nonostante la mamma, nonostante la nonna, Cappuccetto Rosso non ha paura. Sembra strano, ma è così. E non ha paura nemmeno del lupo, perché non sa della sua cattiveria, la ignora; ignorando, non ha paura. È preciso qui. Ignorando, non ha paura del lupo. Quando s’in­staura la paura? Quando c’è chi sa del lupo, cioè quando si è affermato il pericolo, quando il guaio è diven­tato pericolo, quando la minaccia di guaio diventa minaccia di pericolo e addirittura diventa pericolo senza minaccia: diventa conoscenza del pericolo, conoscenza del male. Quando il male è conosciuto, allora c’è la paura: come dire che, senza conoscenza del male, non c’è nem­meno la paura. E quando c’è la co­noscenza del male? Quando bene-male non costituiscono più ossi­moro, ossia modo dell’apertura, ma bene e male diventano coppia oppo­sitiva in quanto è intervenuta la dico­tomia, ovvero quando il bene diventa il contrario del male, l’opposto del male, cioè quando diventano segni di qualcosa; e di­ventano segni di qualcosa quando viene attuata questa di­cotomia, quando la diade bene-male viene sottoposta al taglio e viene scissa nel bene e nel male. Questa sarebbe la conoscenza.
Come si attua la cono­scenza? Sottoponendo la diade al taglio, facendo della diade due cose, mentre la diade non è due cose: è una cosa sola, che è sia bene sia male, bene-male, ossimoro. Nel mo­mento in cui bene-male diventano un’alter­nativa tra loro, allora il guaio è dinanzi a noi, il guaio è certo, è sicuro; il guaio di­venta così un elemento dell’esperienza, cioè un elemento per la paura. Invece Cappuccetto Rosso, che non aveva questa forma di conoscenza, non era soggetta a questa forma di conoscenza, incontra il lupo:

“Buon giorno, Cappuccetto Rosso”, egli disse.
“Grazie, lupo”.
“Dove vai così presto, Cappuccetto Rosso?”.
“Dalla nonna”.
“Cos’hai sotto il grembiule?”.
“Vino e focaccia: ieri abbiamo cotto il pane; così la nonna, che è debole e malata, se la godrà un po’ e si rinforzerà”.
“Dove abita la tua nonna, Cappuccetto Rosso?”.
“A un buon quarto d’ora di qui, nel bo­sco, sotto le tre grosse querce; là c’è la sua casa, è sotto la macchia di noccioli, lo saprai già”, disse Cappuccetto Rosso.
Il lupo pensava: “Questa bimba tenerella è un grasso boccone, sarà più sapo­rita della vecchia; se sei furbo, le acchiappi tutt’e due!”.

Fece un pezzetto di strada vicino a Cappuccetto Rosso, poi disse: “Vedi, Cappuccetto Rosso, quanti bei fiori? perché non ti guardi intorno? Credo che non senti neppure come cantano dolcemente gli uc­cellini! Te ne vai tutta contegnosa, come se andassi a scuola, ed è così allegro fuori nel bosco!”. — Era un lupo che la sapeva lunga anche sulla scuola — Cappuccetto Rosso alzò gli occhi e quando vide i raggi di sole danzare attraverso gli alberi, e tutto intorno pieno di bei fiori, pensò: “Se porto alla nonna un mazzo fre­sco, le farà piacere; è tanto presto che arrivo ancora in tempo”. Dal sentiero corse nel bosco in cerca di fiori. — Quindi era nel sentiero. Esce dal sentiero per cogliere i fiori — E, quando ne aveva colto uno, credeva che più in là ce ne fosse uno più bello e ci correva e si adden­trava sempre più nel bosco. Ma il lupo andò difilato alla casa della nonna e bussò alla porta. — Un lupo educato — “Chi è?”. “Cappuccetto Rosso, che ti porta vino e focaccia, apri”.

“Alza il saliscendi — gridò la nonna — io son troppo debole e non posso levarmi”. Il lupo alzò il saliscendi, la porta si spalancò e, senza dir motto, egli andò dritto al letto della nonna e la ingoiò. Poi mise le sue vesti e la cuffia, si coricò nel letto e tirò le cortine.

Ma Cappuccetto Rosso aveva gi­rato in cerca di fiori, e quando n’ebbe raccolti tanti che più non ne poteva por­tare, si ricordò della nonna e s’incamminò. Si me­ravigliò che la porta fosse spalan­cata, ed entrando nella stanza ebbe un’im­pressione così strana che pensò: “Oh, Dio mio, oggi, che paura! e di solito sto così volentieri con la nonna!”. — Quindi del lupo non aveva paura, della nonna sì. Curioso questo fatto! Vede la nonna e dice: “Oh, che paura!”. — Esclamò: “Buon giorno!”, ma non ebbe rispo­sta. Allora s’avvicinò al letto e sco­stò le cortine: la nonna era cori­cata, con la cuffia abbassata sulla faccia e aveva un aspetto strano.

 “Oh, nonna, che orecchie grosse!”.
“Per sentirti meglio”.
“Oh, nonna, che occhi grossi!”.
“Per vederti meglio”.
“Oh, nonna, che grosse mani!”.
“Per meglio afferrarti”.
“Ma, nonna, che bocca spaven­tosa!”.
“Per meglio divorarti!”.
E subito il lupo balzò dal letto e in­goiò il povero Cappuccetto Rosso.
Saziato il suo appetito, si rimise a letto, s’addormentò e cominciò a russare sonoramente. Proprio allora passò lì davanti il cacciatore e pensò: “Come russa la vecchia! devo darle un’occhiata, potrebbe star male”. Entrò nella stanza e, avvicinatosi al letto, vide il lupo. “Eccoti qua, vecchio impeni­tente, — disse — è un pezzo che ti cerco”. — Il cacciatore cercava il lupo da un pezzo — Stava per puntare lo schioppo, ma gli venne in mente che il lupo avesse mangiato la nonna — chissà com’è, pensa proprio quello, che il lupo ha mangiato la nonna — e che si potesse ancora salvarla: non sparò, ma prese un paio di forbici e cominciò a tagliare la pancia del lupo addormentato. Dopo due tagli, vide brillare il cap­puccetto rosso, e dopo altri due la bambina saltò fuori gridando: “Che paura ho avuto! Com’era buio nel ventre del lupo!”. 
Poi venne fuori anche la vecchia nonna, ancora viva, benché respi­rasse a stento. E Cappuccetto Rosso corse a prender dei pietroni, con cui riempirono la pancia del lupo; e quando egli si svegliò fece per correr via, ma le pietre erano così pe­santi che subito s’accasciò e cadde morto.

Il lupo muore non perché gli hanno aperto la pancia, ma perché ha le pietre, ha le pietre in pancia.

C.M. L’hanno ricucito, allora.
R.C. Adesso, qui, non lo dicono, però tutto lascia supporre. È un lavoro proprio chi­rurgico, preciso.

Erano contenti tutti e tre. — Anche qui tutti e tre contenti — Il caccia­tore scuoiò il lupo e si portò via la pelle; la nonna mangiò la focaccia e bevve il vino che aveva portato Cappuccetto Rosso, e si ria­nimò; ma Cappuccetto Rosso pensava: “Mai più correrai sola nel bosco, lontano dal sentiero, quando la mamma te l’ha proibito”.

Cosa può capitare, eh, quando la mamma ti proibisce una cosa e tu la fai lo stesso? Può capitare una tra­gedia: la nonna muore, il lupo lo stesso, il cacciatore…
F.B. Non passa.
R.C. Non passa, esatto. Qui, è pro­prio indicativo. Tutti erano con­tenti… quindi non erano proprio tutti e tre contenti. Due erano contenti, mentre Cappuccetto Rosso dice: “Uhm, mai più correrai sola nel bo­sco quando la mamma te l’ha proibito”. E comunque c’è una po­stilla. Non finisce qua.
Voi sapete che il testo di queste fiabe non è un’invenzione dei fra­telli Grimm, è racconto e, quindi, c’è anche un’altra versione.
Raccontano pure che una volta Cappuccetto Rosso portava di nuovo una focaccia alla vecchia nonna, e un altro lupo volle indurla a de­viare. — Questa aveva proprio una particolarità: incontrava il lupo ogni volta — Ma Cappuccetto Rosso se ne guardò bene e andò diritta per la sua strada, e disse alla nonna di aver incontrato il lupo, che l’aveva salutata, ma l’aveva guardata male.
L’aveva guardata male! Le aveva messo un malocchio! L’aveva guardata male, con occhio malo.

“Se non fossimo stati sulla pubblica via, mi avrebbe mangiato”. “Vieni — disse la nonna — chiudiamo la porta, perché non entri”.
Poco dopo il lupo bussò e gridò: “Apri nonna, sono Cappuccetto Rosso. Ti porto la focaccia”.

Era un lupo che era rimasto alla storia precedente, quando Cappuccetto Rosso usciva dal sen­tiero.
Ma quelle, zitte, non aprirono; allora Testa Grigia gironzolò un po’ intorno alla casa e infine saltò sul tetto, per aspettare che Cappuccetto Rosso, la sera, pren­desse la via del ritorno; l’avrebbe seguita di sop­piatto per mangiarsela al buio. Ma la nonna si accorse di quel che tra­mava.
Si accorse, come dire che la nonna sapeva; la nonna sapeva. Come si accorge la nonna? Come fa la nonna ad accorgersene?
F.B. Avrà sentito i rumori sul tetto.
R.C. Non sappiamo.

Davanti alla casa c’era un grosso tro­golo di pietra, ed ella disse alla bambina: “Prendi il secchio, Cappuccetto Rosso, ieri ho cotto le salsicce, porta nel trogolo l’ac­qua dove han bollito”. Cappuccetto Rosso portò l’acqua, finché il grosso trogolo fu ben pieno. Allora il pro­fumo delle salsicce salì alle nari del lupo, egli si mise a fiutare e a sbir­ciare in giù, e alla fine allungò tanto il collo che non poté piú trattenersi e co­minciò a sdrucciolare: e sdruc­ciolò dal tetto proprio nel grosso trogolo e affogò. Invece Cappuccetto Rosso tornò a casa tutta allegra e nessuno le fece del male.

Cappuccetto Rosso la vince sem­pre con il lupo, grazie alla nonna o grazie al cacciatore. Allora, come si diceva: Stretta è la foglia, larga è la via, dite la vostra che ho detto la mia.

Stretta è la foglia, larga è la via. Nella fiaba, la via è larga, cioè è fa­cile. È facile la via. C’è la via facile nella fiaba, la via larga.

C.M. Il testo stesso dice che Cappuccetto Rosso ignorava; non sapeva neanche chi fosse il lupo, quindi non aveva paura perché non aveva questa conoscenza. Questa non conoscenza di Cappuccetto Rosso si smentisce in vari tratti della fiaba, e anche questa furbizia del lupo che si ri­volge a Cappuccetto Rosso. Io ho notato che, prima, la chiama subito per nome, sa il nome di Cappuccetto Rosso, però non sa che ha una nonna e, quindi, ha biso­gno di avere le informazioni per giungere alla casa della nonna. Allora è difficile per me co­gliere una traccia di… A volte, anche la buona intenzione di Cappuccetto Rosso di fare un mazzo di fiori per la nonna è la classica buona inten­zione.
R.C. No. Cappuccetto Rosso non ha nes­suna intenzione, né buona né cattiva.
C.M. Però, allora, perché ha paura quando vede la nonna?
R.C. Crede a alcune cose, fanta­stica alcune cose, fantastica un incontro con il lupo.
C.M. È una favola, una fiaba ses­suale, marcatamente sessuale questa.
R.C. Certo. Assolutamente.
C.M. Noi diciamo che c’è un’intel­li­genza, anche; crede alcune cose…
R.C. Intanto abbiamo individuato qual­cosa. Vediamo di individuare anche qualco­s’altro.
Marina Nives Pojani Volevo chiedere una cosa: lei ha detto che la paura s’in­staura quando c’è una co­noscenza o quando si crede che ci sia conoscenza, e che Cappuccetto Rosso non aveva paura del lupo per­ché non sapeva, non c’era questa co­noscenza; però, dopo che il lupo aveva mangiato Cappuccetto Rosso e la nonna, la conoscenza c’era. Come mai, in seguito, all’incontro con il se­condo lupo non ha avuto paura? Perché la conoscenza c’era.
R.C. Non c’è conoscenza del lupo. Non c’è conoscenza. “Non conosco uomo”, dice Maria e Cappuccetto Rosso, altrettanto, dice: “Non cono­sco lupo”. Non conosco lupo, però fantastica di incontrarlo.
M.N.P. Ma prima poteva dire “non cono­sco lupo”.
R.C. Anche dopo. Evidentemente, anche dopo, non conosce il lupo.
M.N.P. Non lo so.
R.C. Perché non c’è il fatto, il fatto non sussiste.
M.N.P. Ma nella fiaba, sì.
R.C. No, no! Anche la fiaba indica che il fatto è fantasmatico, non sus­siste. Non c’è conoscenza del fatto, e dunque nemmeno del male e del bene, nonostante che la mamma indichi il pericolo del bello e del buono; la mamma ammo­nisce Cappuccetto Rosso di stare attenta a ciò che è bello, di guardarsi da ciò che è bello: “…va’ da brava, senza uscir di strada…”.
F.B. Può rileggere quali erano le racco­mandazioni?
R.C. “…va’ da brava…!”.
F.B. Perché lei ha detto “il bello”. La madre, come lo presenta questo bello? Non me lo ricordo.
R.C. “…va’ da brava, senza uscir di strada, se no cadi e rompi la botti­glia”. Com’è l’ammonizione verso il bello?
F.B. Non me la ricordo.
R.C. Gliela dico subito. Il lupo dice: “Vedi, Cappuccetto Rosso, quanti bei fiori?”, e è la mamma che dice a Cappuccetto Rosso: “Non uscir di strada”.
F.B. I fiori sono fuori strada.
R.C. Chiaro! Il lupo è l’altra faccia della raccomandazione; è la faccia del pericolo della raccomandazione materna. “Quanti bei fiori, perché non ti guardi intorno?”. Questa fiaba mette in evidenza il pericolo del bello, non il pericolo del lupo, ma il pericolo del bello e del buono. Sarebbe da in­dagare Perrault intorno al pericolo del vero. E questo, per­ché? Perché c’è un’influenza della morale tedesca e francese che pon­gono l’accento proprio su questi due aspetti del vero e del bello. Quindi qui c’è il pericolo del bello.
F.B. Anche perché nelle edizioni che si raccontano ai bambini, di­ciamo in quelle proprio piccole che si trovano in commercio, come me l’hanno raccontata, io mi ricordo benissimo, la frase era: “Non fer­marti nel bosco a raccogliere i fiori”. L’espressione era questa del racco­gliere i fiori, perché allora poi ci sarà il lupo.
R.C. Certo. In quel caso viene conden­sato…
F.B. …tutto, per cui non può sfug­gire.
R.C. Esatto.
F.B. Non raccogliere i fiori, questo è il mandato.
R.C. Chiaro. Qui abbiamo questo testo, dove la questione è la stessa e chiara­mente il lupo è la crea­zione fantastica della raccomanda­zione materna, quindi del peri­colo evocato dalla raccomandazione ma­terna. Pericolo del bello che si combina con una fantasia sessuale che interviene come divorazione, come fantasia di violenza at­traverso la divorazione, di venire divorata dal lupo. Cappuccetto Rosso e la nonna ven­gono divorate dal lupo. Il lupo va a letto con la nonna per divorarla; Cappuccetto Rosso a letto con il lupo, divorata. C’è chiaramente una fantasia ses­suale attraverso la divo­razione, dunque una fantasia isterica di violenza sessuale.
F.B. Stavo pensando: perché ha fatto di­vorare anche la nonna? Ha un signi­ficato questa nonna che viene divorata? Perché poteva essere divorata solo Cappuccetto Rosso lungo la strada; invece la nonna può essere il sim­bolo di questi valori, di questa tradizione di paura e di raccomandazione nei confronti del bello, anzi contro il bello e la sessualità.
R.C. Cappuccetto Rosso ipotizza che la nonna è un buon bocconcino, per il lupo.
F.B. O quel che rappresenta la nonna, insomma.
R.C. E anche lei è un buon boccon­cino. Cappuccetto Rosso ha una rappresenta­zione della sessualità, a prescindere dal­l’età e ha delle fan­tasie sessuali.
Maria De Lorenzis Una fantasia di fragilità, nel senso di vulnerabilità. La bambina vulnerabile, una nonna che è vulnerabile. Riguarda l’età ma come due pos­sibili persone vulnera­bili, mentre la madre è…
R.C. Vulnerabili, nel senso che ha questa rappresentazione della ses­sualità come violenza, come ferita.
M.D.L. Cosa che non accade alla madre. Accade alla figlia.
R.C. No, perché lei non va verso la ma­dre, va dalla nonna. Quanto accade è nel suo viaggio, risente di queste raccomandazioni che introducono il pericolo, come pericolo del bello, e alimen­tano questa fantasia dell’in­contro come incontro sessuale, ri­spetto a cui comunque non c’è conoscenza. Questo è interessante. Cappuccetto Rosso non conosce il lupo: anche dopo averlo incontrato, non conosce il lupo, non è segnata dall’incontro con il lupo.
F.B. Questo non l’ho capito perché nella seconda parte, quando lei dice che non c’è conoscenza del lupo e non è segnata, però Cappuccetto Rosso lo riconosce sulla via, mentre la prima volta questo lupo era un animale qualsiasi. Dice che la guarda male, lo racconta alla nonna…
R.C. Dice: “Ho incontrato il lupo che mi ha guardata male”.
F.B. Lei infatti ha detto: “Dà il maloc­chio”. E già questo senso del male c’è.
R.C. “Se non fossimo stati sulla pub­blica via…”.
F.B. “…mi avrebbe mangiato”. Quindi, lei dice che continua la fantasia ma non la conoscenza vera.
R.C. Lei ha questa idea dell’incon­tro. L’incontro con il lupo è un in­contro ses­suale, dove avviene la di­vorazione.
F.B. E quindi lo ripensa sempre allo stesso modo.
R.C. Questa divorazione è testimo­niata dal fatto che, dopo l’incontro con la nonna, il lupo ha la pancia piena e, dopo l’incontro con Cappuccetto Rosso, ha la pancia piena, e il cacciatore toglie dalla pancia.
F.B. E quando rivede il lupo, o crede di rincontrare il lupo, si ri­mette con la stessa modalità, quindi con da­vanti lo stesso tipo di fantasia.
R.C. Perché quella è la fantasia che insi­ste, ma di cui non c’è cono­scenza. Non è fatto, è fantasticheria.
C.M. Altrimenti non ci sarebbe stato il secondo incontro.
F.B. No, ma parliamo del secondo incon­tro.
C.M. Sì, ma se ci fosse stato il fatto, non avrebbe avuto la necessità di fantasticare, non ci sarebbe stata la fiaba che proseguiva, non ci sarebbe stata la ripetizione.
R.C. Sì. Nella seconda vi­sita alla nonna, la nonna conferma la madre: con­ferma che il lupo è peri­coloso, il lupo di­vora; conferma che l’incontro è sessuale, conferma l’i­dea di un pericolo. In questo caso, la nonna conferma la mamma. Nel primo caso è il lupo che conferma la mamma. Il lupo è una creatura fanta­stica, evocata dalle raccomandazioni materne, che conferma le raccomandazioni, conferma il pericolo evocato, ma rispetto a un’altra cosa. Cappuccetto Rosso ha inteso che ciò a cui si riferiva la mamma era un pericolo sessuale, infatti, nella versione che lei dice “per bambini”, viene tolto l’equi­voco. Dice: “Non raccogliere i fiori”. Ma la mamma dice: “Non ti fermare con gli estra­nei. Vai dritta! Non lasciare il sentiero, non si sa mai cosa può capitare!”. E Cappuccetto Rosso dice: “Può capitare che il lupo mi vede, mi trova piacevole, mi guarda male e magari mi mangia”. Cappuccetto Rosso si rappre­senta questo incontro sessuale.
M.D.L. Quindi la sessualità può inter­venire quando non c’è la cono­scenza o quando c’è una non possi­bile resistenza, cioè una debolezza, che è rappresentata dalla nonna.
R.C. Non ho capito.
M.D.L. La sessualità può interve­nire solo quando c’è una non cono­scenza, op­pure quando c’è un’im­possibile resistenza, in quanto la nonna era a letto in­ferma.
R.C. Nel primo caso è debole e malata, nel secondo invece no, anzi è piuttosto in gamba: ha cotto le sal­sicce il giorno prima, poi se l’era pure mangiate, non sappiamo. Tira fuori il trogolo…
M.D.L. Tant’è vero che il lupo…
R.C. Poi comunque la nonna si rianima dopo l’incontro col lupo. Ha l’incontro, è un po’ sbattuta, un po’ sbattucchiata, però beve il vino e si rianima. Respira un po’ a fatica, dopo il trattamento, però…
F.B. È bellissima quella frase, per­ché sta tutto là. Mi chiedo che signi­ficato ha.
R.C. Che significato ha! Lei se lo chiede?
F.B. Anche quello della porta, “…alza il saliscendi…”.
R.C. Proviamo anche a rispondere, dato che se lo chiede. C’è il sali­scendi: “È aperto, è aperto!”.
F.B. Queste favole per bambini!
R.C. Per bambini…, poi, appunto, chi ha detto che sono per bambini?
F.B. Le abbiamo sempre raccontate ai bambini.
R.C. Esatto. Che siano per i bam­bini, è veramente da dimostrare. Qui si tratta di fiaba, cioè di qual­cosa che raccoglie una fantasia ma­terna, che indica un fantasma di padronanza o di morte intorno, in questo caso, alla sessualità, o intorno a qualcosa. Perché l’equivoco è che c’è di mezzo un bambino, Cappuccetto Rosso, apparentemente una bambina. Non vuole dire che automaticamente è diretta ai bambini, se non come modo della tradi­zione materna di mantenere l’i­dea del peri­colo. L’ideologia fami­liare, la genealogia di una determi­nata famiglia e una certa impo­sta­zione, sono chiaramente un modo per tramandare oralmente una ideo­logia intorno alla fa­miglia, intorno a una morale che in­dica che “queste cose non si fanno”. E che non si fanno sulla pubblica via, non si fanno nemmeno nella casa della nonna. Non si devono fare.
F.B. Adesso va in casa della mamma.
R.C. Perché nella casa della nonna, se accadesse, e poi non arrivasse il cacciatore, sarebbero guai. Questo caccia­tore, così salvifico, è un vero oste­trico.
F.B. È vero, apre la pancia.
R.C. E dunque indica qual è la do­manda di Cappuccetto Rosso: “Come nascono i bambini?”. È una fantasia sessuale intorno a come nascono i bambini.
F.B. Anche la doppia faccia del pa­dre, perché nel padre viene sempre vista la doppia faccia della madre, la madre e la ma­trigna. Qui c’è un lupo e un cacciatore che ti salva. C’è questo maschile ambiguo.
R.C. C’è un animale fantastico che indica l’anfibologia del bene e del male: non è tutto male, non è tutto bene. Non è tutto male, perché l’in­contro col lupo può anche riservare… Non è tutto bene, perché poi finisce in pancia. È una fantasia sessuale in­torno a da dove vengono i bam­bini, e ven­gono chiaramente dalla pancia della nonna, della mamma, attraverso i buoni uffici del caccia­tore. Come arrivano lì?
Pubblico Fino a cinque, sei anni, ti chiedono come fanno a uscire: è dopo che ti chiedono come fanno a entrare.
R.C. A entrare. Certo! È chiaro qual è il materiale della fiaba, in­torno alla questione da dove vengono i bambini, e non certo da sotto i cavoli. Lei cosa dice? Lei si chiama…?
Cristiana Martin Cristiana Martin.
R.C. Cristiana Martin, sì, stava ri­flet­tendo!
Cr.M. Sì. Mi piace particolarmente quest’aspetto del cacciatore oste­trico, è delizioso come figura.
R.C. In che senso?
Cr.M. Del papà. In questo caso il papà interviene per salvare Cappuccetto Rosso, per tirarla fuori dalla pancia, ma qualche al­tro ma­schio l’ha messa dentro alla pancia. Allora mi chiedo: quando parla di animale fantastico, si parla di una diade male e bene e della figura del lupo cacciatore.
R.C. Certo. È indecidibile qui. Questo lupo ha la valenza sul ver­sante…
Cr.M. …che mette dentro e che tira fuori, che risponde a una do­manda e ne apre un’altra.
R.C. Certo. Chiaro! Indica anche che qui la faccenda non si risolve solo fra donne, anche se questo cac­ciatore interviene, in questa ver­sione, come salvatore, come oste­trico.
F.B. Potrebbero essere le fantasie che la bambina ha nei confronti del padre, che teme l’aggres­sività sessuale del padre, da un lato e, dall’altro, lo vede come il pa­dre buono che ti salva, ti aiuta, ti fa cre­scere.
R.C. È già un guaio, quello.
F.B. Un guaio è una circostanza, dipende da come l’attraversiamo.
R.C. Padre buono, padre cattivo.
F.B. Come la madre matrigna in­somma. C’è sempre nelle fiabe que­sta doppia…
R.C. Esatto. Siamo già nell’animale fan­tastico, cioè nella dicotomia, nell’in­staurazione, nell’ap­plicazione di una dicotomia.
F.B. Non nella dicotomia, anzi, nel suo contrario, perché il padre è sia l’uno che l’altro; come la madre è madre matrigna, il padre è padre buono e contemporanea­mente padre aggressore. Ma, nella famiglia, il pa­dre è uno. Il figlio lo vive doppio.
R.C. Il fatto è che il bene, così come il male, non è attribuibile, né al padre né alla madre né al figlio. Il figlio non è né figlio buono né figlio cattivo, così come il padre non è né buono né cattivo, così come la ma­dre, perché il bene e il male non en­trano nell’esperienza. Nel momento in cui bene e male sono attribuiti all’esperienza e quindi alle cose del­l’esperienza, ebbene, abbiamo già la dicotomia, abbiamo l’essere delle cose, che possono essere buone o malvagie, positive o negative. La questione della genealogia, cioè dell’inscrizione del bene e del male nell’esperienza, è proprio questa: di attribuire un segno alle cose. Alle cose, quindi, anche a sé e agli altri.
F.B. In questa fiaba il segno viene attri­buito nella fantasia che fa Cappuccetto Rosso.
R.C. Eh, così così! A seconda. Ci sono momenti in cui non c’è questo segno, per­ché nell’incontro con il lupo Cappuccetto Rosso non ha paura. Cosa vuole dire che non ha paura? Che non c’è un segno accor­dato a questa cosa. Perché la paura viene invece proprio da lì, nel mo­mento in cui a una cosa viene attribuito un segno, un segno del nega­tivo, per lo più.
F.B. Però, Cappuccetto Rosso, quando esce dalla pancia, ha detto: “Che paura ho avuto nel buio della pancia”. Quindi nella fantasia, a un certo punto, c’è il segno ne­gativo at­tribuito al lupo. Non dice “che bella esperienza è stato questo incon­tro con il lupo”.
R.C. Perché c’era il monito ma­terno a fondare questa significazione.
F.B. Dà corpo a questa paura della ma­dre.
R.C. Eh, sì. È una bella notazione questa. Dice: “Che paura ho avuto! Com’era buio nel ventre del lupo!”. Dopo il taglio, dopo la dico­tomia, dopo l’esercizio della cono­scenza, allora bene e male diventano segni, significano le cose, e, allora, la paura.
È interessante: anche Adamo, dopo aver mangiato la mela, si accorse di essere nudo e ebbe paura. Udì i passi di Dio e ebbe paura; dopo avere mangiato la so­stanza, cioè dopo il taglio, dopo che l’albero del bene-male diventa l’al­bero del bene o del male, dopo che il gesto realizza la di­cotomia, cioè l’alternativa esclusiva. È curioso che dopo due tagli e dopo altri due tagli, dopo il taglio, allora la paura. Dopo il taglio, non già come taglio del tempo, ma come taglio del sog­getto, dopo che il soggetto ha squar­ciato il ventre del lupo, cioè dopo un esercizio della padronanza, dopo che il soggetto tenta la padronanza sul taglio, s’instaura la paura. È un’indicazione procedurale questa: come avviene che s’instaura la paura? Esattamente soggettivizzando il tempo.
C.M. Ma in che modo, lei dice, ci sa­rebbe questa padronanza sul ta­glio?
R.C. Il cacciatore che taglia il ventre. Si tratta dell’assunzione del taglio da parte del cacciatore, dunque da parte di un soggetto che taglia. Se il taglio, anziché es­sere il taglio del tempo, è il taglio del sog­getto, ecco la paura, perché è il ta­glio della dicotomia. Il taglio sogget­tivo è il taglio dicotomico, è il taglio dell’alternativa esclusiva, è il taglio di chi dice: “Questa cosa è bene o è male? Che io faccia questa cosa, è bene o è male?”, per cui è il taglio di chi ha introdotto nella sua esperienza l’alternativa esclusiva e, quindi, ha introdotto la pos­sibilità di bene o la possibilità di male. Questa possibi­lità causa la paura.
C.M. Le chiederei una precisa­zione. Siccome lei ha fatto riferimento anche a Adamo…
R.C. È la possibilità di morte, capi­sce? È il modo con cui viene intro­dotta la morte nell’esperienza: viene accettata la morte attraverso la dico­tomia, ossia attraverso l’al­ternativa esclusiva. Mentre la questione è quella della non accettazione intellet­tuale della morte come sostanza, quindi della morte somministrata o amministrata.
La questione che si pone qui è interessante perché, una volta che Cappuccetto Rosso esce dal ventre del lupo, ha paura, mentre prima non ce l’ha. Allora esce dal ventre del lupo, con questa opera­zione ostetrica, come soggetto, come soggetto della paura. E il cacciatore è in questa funzione, in qual­che modo introduce alla soggettività. È un dettaglio che si può svolgere ulterior­mente. In qualche modo, curio­samente, questo lupo ha una funzione umanizzante. La com­binazione tra il lupo e il cacciatore ha una funzione umanizzante.
C.M. Pareggiano.
R.C. Sì. Nasce il soggetto.
F.B. Il taglio, per tradizione, se penso a “pancia” e penso a “taglio”, a me fa pen­sare alla nascita, alla re­cisione del cordone ombelicale. Quindi Cappuccetto Rosso esce e vive, per­ché? Vive perché si stacca dalla ma­dre, perché la recisione del cordone è quello che ti permette la vita, umana, di soggetto, con le paure e tutto il resto.
R.C. Anche senza le paure.
F.B. Per ora abbiamo visto di solito con le paure, perché poi c’è questo di­stacco dalla madre, dalla nonna, che non avviene mai, perché attraverso le loro paure continua…
R.C. Questo taglio paradossale, del cor­done, che però è una recisione, è un atto che inaugura qual­cosa che va ben oltre la simbiosi.
F.B. Anche quando lei ha detto “umanizzante”, non so, io…
R.C. Va bene oltre l’unione della madre con il figlio. Quale unione? Non c’è nes­suna unione. Se si vuole realizzare l’unione è un bel pastic­cio.
F.B. Non bisogna confondersi con l’Al­tro. C’è da pensarci su.
R.C. Sì, c’è molto materiale. La fiaba introduce del ma­teriale, giu­sto perché si svolga, e lo introduce in che modo? Nel modo fantasmatico. Vero, dot­toressa Novaretti? A cosa stava pensando?
Fernanda Novaretti Se queste fiabe ve­nivano sopra tutto raccontate ai bambini o se erano destinate agli adulti. Se sono nate come fiabe per bambini o erano altra cosa.
Pubblico È proprio la stessa do­manda che volevo fare io, cioè: erano scritte per i bambini? Non lo so, penso di sì. E allora, erano atten­tissimi alla censura di quello che aveva scritto Perrault, a togliere determi­nate cose, però lasciavano sempre sottin­tendere delle fantasie che…
R.C. Sì, perché il materiale fiabe­sco è il materiale delle fantasie che…
Pubblico …i bambini hanno.
R.C. No! Che gli adulti hanno.
Pubblico Non sono mica sicura che siano state scritte per i bambini. Secondo me, sono degli sfoghi degli adulti per se stessi.
R.C. In questo caso si tratta della rac­colta dei racconti che le mamme facevano ai bambini per addormen­tarli, per tenerli buoni, rac­conti tramandati da una tradizione orale. È chiaro che questi racconti vertono attorno a un materiale fan­ta­stico non elaborato, ma che racco­glie gli elementi della morale: allora ci consente di intendere dove attinge la morale.
F.B. Questo è chiaro, la morale di Cappuccetto Rosso, ma in quella di Hänsel e Gretel?
R.C. Attinge non già alla parola ori­ginaria, ma al tentativo di volgere la parola originaria in un discorso funzionale a qualcosa, a un’educa­zione secondo una morale. E il testo, tuttavia, ci dice che anche la fiaba attinge alla parola originaria, cioè c’è qual­cosa che indica molto di più di quanto non fac­cia la presa moralistica. Ci sono delle falle nel testo, per cui…
F.B. Si capisce che era un’altra cosa.
R.C. …volge verso un’altra cosa, volge verso la saga, verso l’inven­zione di un’altra famiglia, che non è quella naturale proposta dalla fiaba.
F.N. In questo senso, sarebbe inte­res­sante l’analisi anche di fiabe re­gionali ita­liane, cioè l’altra volta…
R.C. Eh già, doveva portare quel li­bro di fiabe friulane.
Pubblico Sono in fase di tra­sloco, non mi ricordo in che scatolone l’ho messo; era comunque, sì, un friulano.
R.C. Speriamo che il trasloco si compia prima della conclusione del corso.
Pubblico Speriamo.
R.C. Così magari il libro riaffiora, rie­merge.
C.M. Volevo dire questo, che la fiaba è come una proposta quando si rivolge a un bambino. Di solito, è come se fosse questo racconto pro­posto che il bambino accoglie, almeno per quello che è la mia espe­rienza…
R.C. Ha un intento morale, educa­tivo, pedagogico, per indicare…
C.M. Però, se la fiaba viene raccontata con questo intento, non va da sé che il bambino la accolga già nel suo atto di incominciamento, come tale, per cui già sentire: “Adesso ti racconto una storia, una fiaba” può essere vissuta, cioè ascoltata dal bambino come: “Sentiamo se accogli il mio deside­rio in questa fiaba”. C’è immediata­mente questa proiezione, perché la do­manda “come va a finire?” non è detto che implichi necessariamente già un sapere sulla morte o una…
R.C. È nella struttura della fiaba.
C.M. È nella struttura della fiaba, però il bambino che incomincia a ascoltare molto probabilmente lì pone una sua istanza di felicità, quindi va a finire…
R.C. Non lo sappiamo.
C.M. Non è che lo sappiamo, però non è che è un dato…
R.C. Non è che dobbiamo fantasti­care sul bambino. Si tratta d’inten­dere il testo.
C.M. Il testo della fiaba, certo.
R.C. Il testo ha questi elementi. Il testo contiene questi elementi.
F.B. Però questa morte bianca che diceva lei, che è il finale, i bambini la sentono. Perché io mi ricordo, quand’ero bambina e leggevo queste fiabe, al “vissero e felici e contenti”, a me veniva un’angoscia, una sen­sazione di noia enorme, perché poi, come sarà questa vita? Quindi vuole dire che il messaggio che passa al bambino è che questo “vissero felici e contenti” è una di­sgrazia enorme, perché avevo proprio la sensazione di noia; io me la ricordo come noia. È come quando cerco di immagi­narmi il paradiso con questa felicità fissa, “…e allora che si farà?”.
R.C. Chiaro. Viene tolto il corso delle cose e c’è subito la fine. Finito tutto, e poi finisce, finisce bene. Che finisca bene o che finisca male…
F.B. La vita e il movimento. Difatti, “vis­sero felici e contenti”. Io mi ri­cordo da bambina questa sensazione di grande noia, cercavo di immagi­nare Biancaneve e il principe sempre sopra al cavallo.
R.C. …il dramma è che finisce.
F.B. Finisce. È sempre uguale.
R.C. La questione non è come pro­segue, ma come finisce.
F.B. Infatti, non prosegue. Ma il bam­bino, questo, secondo me, lo capta, perché me la ricordo come sensazione forte di fronte alle fiabe.
R.C. Ma certo.
Rita Rebeschini Ma, io sono spa­ven­tata… Sono una mamma che rac­conta spesso a Riccardo, al mio bambino, storie, che invento io. Adesso, se devo fare l’ana­lisi delle storie che racconto… Al momento, mi vengono così, perché appunto probabilmente nascondono anche delle fantasie tremende.
R.C. Adesso lei può raccontare storie molto più belle, sopra tutto più interes­santi.
R.R. No. Credo che questo mi blocchi, assolutamente.
R.C. In un primo momento, magari.
R.R. Sto già organizzandone una sotto il profilo erotico, qua mi sem­bra molto evi­dente. Se state bravi, ve la racconto!
R.C. Allora per la prossima volta ab­biamo già il materiale! Bene, bene. Allora la prossima volta ci aspetta Rosaspina e, poi, la fiaba di Rita Rebeschini.
R.R. No, no.
R.C. Ah, non si spaventi! Rosaspina è interessante.
R.R. Rosaspina è quella del fuso che punge il dito?
R.C. Sì. Ce ne sono varie versioni.

[ ↑ ]

Rosaspina

Ruggero Chinaglia Ci sono do­mande, notazioni? Va bene, allora andiamo avanti.
Ho riflettuto ancora intorno alla fiaba di Cappuccetto Rosso e, allora, vi dico qualco­s’altro prima di pas­sare alla fiaba di Rosaspina. Intorno a Cappuccetto Rosso vorrei aggiungere un paio di cose, e cioè che questa è anche la fiaba del cibo sessuale e della rappresenta­zione anfibolo­gica del cibo. Vale a dire dell’erotismo in­torno al cibo, del cibo inteso come animale fantastico, animale fantastico anfibolo­gico, ossia preso nella duplice possi­bilità del positivo o del negativo. L’animale fantastico sorge appunto per animare l’anfibologia, per ani­mare la duplice eventua­lità, l’alternativa tra il positivo e il negativo, quando positivo e ne­gativo vengono attribuiti alle cose. Alle cose, cioè alle parole, ai signifi­canti, ai nomi, quando l’ossimoro positivo-negativo è riferito alle cose dell’esperienza, quando l’ossimoro positivo-negativo è “fatto funzionare”.

Cappuccetto Rosso e il lupo sono due facce dello stesso cibo, sono due facce della stessa cosa, dello stesso cibo che diventa ora boccone, ora bocconcino. Cappuccetto Rosso è il lupo, o meglio, la sua altra faccia, e il lupo è Cappuccetto Rosso, o meglio, la sua altra faccia. Quindi, sia quanto al lupo, sia quanto a Cappuccetto Rosso, si tratta sempre di Cappuccetto Rosso e di una certa rappresentazione di sé o dell’Altro. L’animale fantastico diventa cibo, Cappuccetto Rosso era un buon boc­concino. Il lupo infatti pensava: “Questa bimba tenerella è un grasso boccone, sarà più saporita della vec­chia”. Pure Cappuccetto Rosso pensava di essere un bel bocconcino che, solo a vederla, tutti le volevano un gran bene. Era buona, un buon boccone. Quindi l’animale fantastico diventa cibo e il cibo di­venta animale fantastico, cibo posi­tivo o cibo negativo, cibo buono o cibo cattivo, cibo che fa bene, cibo che fa male. “Mi farà bene o mi farà male? Se mangio questa cosa, mi farà bene o mi farà male?”. “Mangia! Ti fa bene!”. “Non mangio, non posso, perché mi fa male”.

Anfibologia del cibo che diventa animale fantastico. È grazie a questa anfi­bo­logia anche del cibo che sorgono i così detti disturbi ali­mentari e la disciplina che se ne oc­cupa. Questo è il cibo buono, que­sto cibo non è buono. Questo è un cibo na­tu­rale, questo è un cibo artificiale, è un cibo grasso o è un cibo magro. E ognuno ci mette del suo per creare l’animale fantastico del cibo di cui cibarsi, il cibo come animale fantastico positivo o nega­tivo. Se il cibo viene finalizzato al bene o al male, il disturbo è inevi­tabile, c’è già, quale rappresentazione dell’alternativa tra il po­sitivo e il negativo. Alternativa impossibile, perché non c’è alternativa fra il positivo e il negativo. Positivo-nega­tivo sono ossimoro, sono due termini che indicano l’apertura, l’inconcilia­bile, indicano una diade; non sono fra loro alternativi, nel senso che non sono scindibili. Scindere il positivo dal ne­gativo è un’operazione immaginaria, è una fantasticheria; è una fantasticheria del fantasma materno, cioè del fantasma che ritiene di potere padroneggiare le cose, di po­tere governarle, dominarle per stabilire quando farle finire, ma è una fanta­sia, o meglio, una credenza, una cre­denza di pa­dronanza, di dominio. Positivo-negativo non sono tra loro alternativi, non sono scindibili, perché non sono attributi di qualcosa: sono indici dell’in­conciliabile, dell’aper­tura, indici della logica diadica.

È il discorso occidentale che attua una dicotomia su questa logica diadica e instaura un’alternativa tra positivo e ne­gativo, nel senso che si tratterebbe di sce­gliere: o il positivo o il nega­tivo. Ma questa scelta non è nelle possibilità umane, nean­che divine, non c’è, perché positivo-nega­tivo è una diade non scindibile. Cappuccetto Rosso compie l’impossibile algebrizzazione, l’impossibile dicotomia della diade, per esempio del dentro e del fuori, grazie anche alla raccomandazione materna: “Non uscire dal sentiero, non en­trare nel bosco”. Dentro al sentiero, fuori dal sentiero; dentro il bosco, fuori dal bo­sco; dentro la casa, fuori dalla casa. Dentro e fuori, creando l’alter­nativa tra il dentro e il fuori.

Maria De Lorenzis Anche la pancia del lupo, dentro e fuori…
R.C. Chiaro! Dentro il lupo e fuori dal lupo, istituendo una dicotomia impossibile. È così che comincia l’algebra, con l’applicazione del taglio alla diade. L’algebra e le sue implicazioni, innanzi tutto la credenza nell’alternativa esclusiva: o que­sto o quello, o dentro o fuori, o positivo o negativo, av­viando tutto il rituale dell’eco­nomia del positivo o del negativo. Ma an­che dentro-fuori, appunto, è ossi­moro, non alternativa. Ossimoro, ossia modo della diade. Si contraddicono ma non si negano vicende­volmente. Quindi dentro-fuori e non “o dentro o fuori”, dentro-fuori è an­che modo della tolleranza. Essenziale l’ossi­moro per l’instaurazione della tolleranza, perché non vi sia l’applicazione del ricatto: o così o cosà, o dentro o fuori. Le applicazioni di questa dicotomia le vediamo quotidianamente anche in televisione, tra serbi e albanesi, per esempio: dentro o fuori dal Kosovo, dentro o fuori dall’Albania. Applicata la dicotomia, applicato il taglio, dentro e fuori diventano alternativi, forma dell’alter­nativa esclusiva, o/o.

Così, con la dicotomia, con l’applicazione del ta­glio, si avvia la morale del possibili­smo, con il possibilismo del positivo, il possibilismo del nega­tivo, per cui, per ciascuna cosa, esisterebbe una possibilità positiva e una possibilità nega­tiva. Ogni cosa diventa così soggetta al po­sitivo o al negativo. Sorgono le prescrizioni e i divieti, onde incorrere nel positivo e non incorrere nel nega­tivo, come se posi­tivo e negativo stessero dinanzi, fossero possibilità che si possono incontrare: ma non c’è questa possibilità. È una possibi­lità che viene creduta dal discorso occidentale, dalla logica dell’alterna­tiva esclusiva, dalla morale dell’alternativa esclusiva. Una volta avviata questa modalità è chiaro che ogni cosa è suscettibile del pericolo di male, di negativo, dell’eventualità negativa. E, quindi, il fare diventa soggetto all’algebra del bene e del male, del positivo e del negativo e, senza l’analisi, s’instaura la paralisi, dovuta alla paura, appunto, di fare male, d’in­contrare il male, che qualcosa vada male e ogni ter­mine dell’esperienza diventa preventivamente segnato dal positivo o dal negativo, che diventano segni.

Anziché indici dell’in­conciliabile diventano segni, segni posti di­nanzi alle cose, segno più, segno meno. Ogni incontro acquista questa possibilità di essere in­contro positivo o incontro nega­tivo: ecco che Cappuccetto Rosso allora incontra il lupo, e il lupo incontra il caccia­tore, e il cacciatore incontra Cappuccetto Rosso. Incontri positivi, incontri negativi, dove l’incon­tro è già segnato dal se­gno positivo o negativo a seconda della rappresen­tazione preventiva dell’incontro. Così non si tratta più dell’incontro secondo l’occorrenza, incontro con il caso e le sue virtù, ma si tratta dell’incontro positivo o dell’incontro negativo. Positivo-negativo non stanno davanti a noi, stanno alle spalle, perché le cose vengono dal positivo-nega­tivo e vanno verso la qualifica. Non sono già qualificate. Ciascuna cosa non è già qualificata, si qualifica proprio perché pro­cede dall’apertura, procede dall’inconci­liabile, procede dal positivo-nega­tivo, senza alternativa.

L’aper­tura, l’inconciliabile, possiamo anche chiamarli il futuro. E il futuro non sta dinanzi, ma alle spalle, perché dinanzi c’è l’avvenire. L’avvenire, ossia la qualificazione di ciò che si incontra, la qualità delle cose che segue alla qualificazione. Il futuro è alle spalle e l’av­venire dinanzi, e l’avvenire non è già segnato, non è già determinato, non è già stabilito, non è già scritto, tanto meno già fatto. Senza la distinzione tra il futuro e l’av­venire, c’è la predestinazione, ossia l’ori­gine si sostantifica e l’av­venire deve ripro­durre l’origine. S’instaura una circolarità, dove l’avvenire deve riprodurre la presunta origine e, cioè, dove ognuno si animalizza, in quanto viene a riprodurre ciò che crede la sua origine e le ca­ratteristiche che da questa origine dovrebbero procedere o derivare.

Queste due prime fiabe di Cappuccetto Rosso e di Hänsel e Gretel indicano proprio questo, e che la fa­miglia è ciò che risente in primo luogo della costruzione di una con­cezione algebrica, di una morale al­gebrica, ossia di una morale dell’alternativa esclusiva. È evidente che, sopra tutto per un bambino, l’ambito dell’applicazione delle sue credenze è innanzi tutto la famiglia; se questa viene animalizzata, cioè ricondotta al pericolo del negativo, all’alternativa fra il negativo e il positivo, sia per quanto at­tiene a sé, sia per quanto attiene ai compo­nenti, ai membri della famiglia, è su questo terreno che si alimenta la paura. E, dalla famiglia animalesca, animalizzata, dalla famiglia come rappresen­tazione dell’alternativa, procede l’anfibologia del corpo: corpo bello o corpo brutto, corpo grasso o corpo magro. È meglio avere un corpo bello o è meglio un corpo brutto? Il mio corpo è bello o è brutto? È me­glio grasso o è meglio magro?

Pubblico Magro.
R.C. Ecco, lei ha già fatto la sua scelta. Brava! È così che si fa nelle fiabe. Nella re­altà è meglio non farlo, per i motivi che dicevo prima e che diremo anche dopo. Perché, poi, a grasso e magro, bello e brutto, si accompagna anche sano e malato.
Pubblico Meglio sano che ma­lato.
R.C. Meglio sano che malato. Sì, c’era un proverbio: meglio essere ricchi e belli che poveri e malati, di­ceva un filosofo televisivo. Certo. Ecco, quindi l’anfibologia del corpo, l’anfibologia del cibo, cibo da man­giare o cibo da vomitare; anfibologia del padre: padre buono, padre cattivo, padre severo, padre degno, pa­dre indegno; anfi­bologia del figlio e anfibologia della madre e del fra­tello: fratello buono, fratello bravo, il bravo figlio, il figlio disastro, la pecora nera, l’ultima ruota del carro, vanto e diso­nore della famiglia. Tutti animali fantastici, rappresentazioni dell’animale fantastico, un’araldica che rappresenta ogni famiglia umana, anche senza essere esposta sul frontone della casa, tuttavia una araldica ben presente, che orienta e indirizza ognuno verso il compi­mento della propria predestinazione. E l’animale fantastico origina poi l’animale domestico.

Quindi, qual è il fatto? Dall’animale fan­tastico, anfibologia del positivo e del nega­tivo, all’ani­male domestico, animale dove l’anfibologia è risolta a favore del bene. L’animale domestico è buono, è bravo, è bello, è un animale da cui il negativo viene espulso. Ma il negativo, che viene così esorcizzato, bandito, espulso, viene ripro­dotto nella sua economia, ossia con l’accettazione del principio del male minore. È questo procedimento, co­mune­mente bene accetto e attuato da molti, che costituisce l’eutanasia. L’eutanasia è que­sto: l’accettazione del male minore, inteso come la buona morte. A questo giova l’animale domestico, come accettazione della buona morte. L’animale domestico sta a significare proprio questo: il male, ma pur­gato; l’origine, la genealogia, ma purgati dal loro negativo, grazie all’animale domestico e senza cioè la necessità dell’itinerario intellettuale, dell’iti­nerario di qualifica grazie a cui le cose giungono alla loro qualità. L’animale domestico dovrebbe ga­rantire della bontà delle cose, senza qualità. Le cose sono buone senza bisogno di qualificarsi. Tutto ciò ha implicazioni rispetto alla questione dell’educazione, che occorre distinguere dall’animalizzazione. Perché se c’è educazione, non c’è animalizzazione ma, se c’è animalizzazione…

Pubblico …non c’è educazione.
R.C. Brava! Dunque è abbastanza chiaro. Se c’è animalizzazione, non c’è educazione. È un caso non di ossimoro questo, ma pro­prio di al­ternativa. L’animalizzazione com­porta l’impossibilità dell’educa­zione, per dire così. Perché? Perché l’animalizzazione insegue la ripro­duzione dell’animale a cui s’ispira e non certo l’itinerario, la trasformazione, il processo di acquisizione. L’animalizzazione insegue la riproduzione dell’animale a cui s’ispira e, come Gretel insegna, non porta a nessuna educazione. Occorre di­stinguere l’educazione anche dall’indottri­na­mento. L’educazione non è un indot­tri­namento, non è un addestramento, non è un allevamento e non è nemmeno il catalogo delle prescrizioni e dei divieti, delle cose da fare o da non fare, ma è qualcosa che segue all’instaurazione del disposi­tivo opportuno alla circostanza e al­l’occor­renza.

È dunque questione difficile, deli­cata, esige che l’educatore non sia estraneo all’espe­rienza della parola originaria, non sia estraneo alla logica della pa­rola, non sia partecipe delle credenze che fa­voriscono l’animalizzazione, non sia di­spensatore di animalità; perché, senza la parola, senza la logica della parola, abbiamo la fiaba con i suoi personaggi terrifici, con i suoi fatti pericolosi, con la rappresenta­zione del male, con tutto ciò che dà luogo alla sostantificazione del­l’origine, della credenza nell’origine e alla relativa e conseguente cre­denza nella predestina­zione. La credenza nella pre­destinazione è un corollario della cre­denza nell’origine e alla localiz­zazione dell’origine. In che modo si localizza l’origine? Credendo di es­sere “figlio di”, figlio di Tizio, figlio di Caio, figlio di una rappresenta­zione, figlio di quella caratteristica, che è perciò da riprodurre o da evitare. Ma, già credendo di doverla evitare, la si riproduce.

Barbara Valerio Ma, scusi, la paura delle forze che agiscono per riprodurla, è predestinazione anche quella?
R.C. La paura…?
B.V. La paura delle forze che agi­scono per riprodurre l’origine è pre­destinazione, fa parte della predesti­nazione, fa parte di quella negazione che è predestinazione?
R.C. C’è già il circolo, c’è la paura, in­dice della credenza.
B.V. Ma anche consapevolezza che la credenza esiste.
R.C. La consapevolezza è la cre­denza. Come vogliamo chiamare la consapevo­lezza? È un altro nome della coscienza.
B.V. Ma la consapevolezza che agiscono strutturalmente delle forze che possono portare… Lo stare al­l’erta è predestinazione, o no?
R.C. Beh, dipende. Lei ha presente Il de­serto dei tartari? Lì, c’è la con­sapevolezza? C’è l’allarme, sicura­mente, l’allarme che arriverà il ne­mico. Oggi, si potrebbe leg­gere…
Pubblico Anch’io l’ho letto Il deserto dei tartari.
R.C. Ha fatto bene, è un bel libro. Ora, questa consapevolezza del ne­mico toglie il nemico? Anzi, lo conferma… Allora non giova a gran che la consapevolezza. Se vale a con­fermare il motivo della paura, lo con­ferma e lo riproduce, anzi, è proprio ciò che lo realizza.
B.V. Però, se lei ha un rapporto educa­tivo e sa di non essere l’unica persona che interviene sui bambini, o sul bambino, ha sicuramente anche la consapevolezza che gli altri inter­venti possono essere in senso di pre­scrizione.
R.C. Certo.
B.V. Allora, in questo caso, in fatto di stare all’erta, cosa fare? Seguire il proprio percorso senza curarsi o te­nere conto che stanno agendo delle forze opposte?
R.C. Certamente non è possibile istituire una campana di vetro, a protezione dal male o dal cattivo in­flusso. Occorre confi­dare nell’intel­ligenza, nella memoria, nel di­sposi­tivo intellettuale. È sicuro che, co­munque, qualcosa che non partecipa del luogo comune e dell’animalizzazione non passa inosservato. Non si può prescri­vere a nessuno di tenerne conto, per­ché allora sarebbe un’altra mo­rale, però non passa inosservato. Diciamo che può essere un primo grado. Anche il genitore che interviene in un modo e dà delle indicazioni, poi, può trovare che sono smentite dal­l’insegnante, dal sacerdote, dai compagni di scuola, dalle persone che s’in­contrano. Non per questo farà a meno di darle. È differente se queste indicazioni sono prescrizioni all’animalità o se indi­cano un modo della logica della parola, se indicano quindi il modo del dispositivo in­tel­lettuale, il modo della qualità. Non pos­siamo partecipare alla paura del male al punto da dovere istituire la sua prevenzione ante litteram. Sarebbe assurdo.

È quanto sta in qualche modo avvenendo, se lei sente le campagne televisive, radio­foniche, contro il pericolo, il pericolo dell’inquinamento, il pericolo della depressione, tanti pericoli, per cui bisognerebbe cominciare a cu­rarsi da subito. Prima ancora di av­vertire il primo sintomo, è meglio cominciare a cu­rarsi, per debellare il male. È meglio fa­sciarsi subito tutta la testa, tutte le mani, tutte le ossa, per prevenire: non c’è più vita. Noi non crediamo nel male fino a que­sto punto, vero? Anzi, non ci crediamo per nulla!

Importa che vi sia la logica della parola e indicazioni che ne tengano conto. Certo, non ci sono tante te­stimonianze che molti seguano la lo­gica della parola, perché oc­corre dire che è molto più affermata la lo­gica del discorso, la logica dell’alterna­tiva esclusiva, la logica predicativa, quella che porta, come dicevo, all’animalizzazione, quindi all’ele­zione dell’animale fantastico anfibo­logico, cioè caratterizzato da questo possibilismo positivo o negativo che poi viene attribuito a ogni cosa.

Cecilia Maurantonio Quindi, lei dice che l’educazione procede come testimo­nianza della non adesione alla credenza.
R.C. E dall’esperienza.
C.M. La testimonianza implica l’e­spe­rienza.
R.C. Esatto. Proseguiamo, adesso, per trarre ulteriori elementi.

Abbiamo da esplorare il materiale della fiaba Rosaspina, sempre dei fratelli Grimm, mentre dalla pros­sima settimana ci addentreremo in un altro materiale, che è quello di Andersen. Intanto siamo ai fra­telli Grimm. C’è chi ha letto Rosaspina di recente?

Alessio Menegazzo Io ho letto Rosaspina.
R.C. Oh, bravo! Solo lei? Nessun altro?
Pubblico Non è La bella ad­dormen­tata?
R.C. Si avvicina a La bella addor­mentata.
C.M. Nelle due fiabe che ci ha letto, non c’è molto la introduzione anche di una scena in cui si svolgono queste fiabe.
R.C. Sono fiabe. In quale scena vuole che si svolgano? È da inten­dere verso quale scena va ciascuna fiaba.
C.M. Siccome accennava a quelle ita­liane…
R.C. Non sono romanzi, né rac­conti, sono fiabe. Non sono nemmeno films. Fiabe. Allora, leggiamo.

C’era una volta un re e una regina, che ogni giorno dicevano: “Ah, se avessimo un bambino!”. Ma il bam­bino non veniva mai. — Era come ne Il deserto dei Tartari, uguale — Un giorno che la regina faceva il ba­gno, ecco saltar fuori dall’acqua una rana, — era un bagno un po’ particolare, dove partecipavano an­che le rane — che le disse: “Il tuo desiderio si compirà: prima che sia trascorso un anno, darai alla luce una figlia”.

La profezia della rana si avverò e la regina partorì una bimba, tanto bella che il re non capiva in sé dalla gioia e ordinò una gran festa. — “Non capiva in sé dalla gioia”, tradu­zione un po’ così — Non invitò soltanto il parentado, gli amici e i conoscenti, ma anche le fate, perché fos­sero propizie e benevole alla ne­onata.

Voleva ingraziarsi le fate!

Pubblico Ruffianarsi!
R.C. “Ruffianarsi”, voleva! Perché fos­sero propizie. Ecco quindi che il re voleva allontanare il male: voleva togliere il male dalla figlia.

Nel suo regno ce n’eran tredici, ma egli aveva soltanto dodici piatti d’oro — era un re piccolino, un reuccio. Piatti d’oro, mica piatti così, di ser­vizio, di tutti i giorni. Piatti d’oro! Alle fate, dava piatti d’oro. Ma ne aveva solo dodici! — per il pranzo; e perciò una do­vette starsene a casa. La festa fu ce­lebrata con gran pompa — con gran pompa: dodici piatti, mica di più! — e stava per finire quando le fate diedero alla bimba i loro doni meravigliosi: la prima le regalò la virtù, la seconda la bel­lezza, la terza la ricchezza, e così via, tutto quel che si può desiderare al mondo. Undici fate avevano già formulato il loro augurio, quando improvvisamente giunse la tredice­sima.

Ecco perché non bisogna essere tredici a tavola.

Pubblico Porta male.
R.C. Eh, sì, perché altrimenti c’è anche la fata…
Federica Bietolini È peggio escluderla.
R.C. Però, escluderla, è peggio. Ha vi­sto? Brava!
F.B. Bisogna essere tredici in ta­vola.
R.C. Quindi, per la superstizione con­verrebbe essere tredici. È curiosa questa cosa. È una superstizione ro­vesciata. Tredici sono le fate; in tre­dici qualcuno è escluso: l’ospite.

Undici fate avevano già formulato il loro augurio, quando improvvisamente giunse la tredicesima. Voleva vendicarsi di non essere stata invi­tata, e senza sa­lutare né guardar nessuno, disse ad alta voce: “A quindici anni la prin­cipessa si pungerà con un fuso e ca­drà a terra morta”. E, senza aggiun­ger altro, volse le spalle e lasciò la sala. Fra la gente atterrita, si fece avanti la dodicesima, che doveva ancora formulare il suo voto: annullare il crudele decreto non poteva, ma poteva mitigarlo e disse: “La princi­pessa non morirà, ma ca­drà in un pro­fondo sonno, che durerà cent’anni”. — Viene istituito il pur­gatorio: non morirà, ma cent’anni di sonno — Il re, che avrebbe voluto preservare la sua cara bambina — era un re buono, dalle buone in­tenzioni; voleva preservare, lui, la sua cara bambina da quella sciagura — ordinò che tutti i fusi del regno fossero bruciati.

Parlavamo di prevenzione, a con­fermare che il fuso era proprio…

Pubblico Un male!
R.C. Ma è bravissima! Bene. Proprio quello, infatti.

Ma nella bimba si compirono i voti delle fate: essa era tanto bella, gar­bata, gentile e intelligente, che non si poteva guardarla senza volerle bene.

Come Cappuccetto Rosso, uguale. Anche qui c’è uno sguardo: “…non si poteva guardarla senza volerle bene”. C’è un “benocchio”, un be­nocchio a cui corri­sponde dall’altra parte un “malocchio”. Qui, chi la guardava le voleva bene, quindi era un benocchio: però ogni benocchio na­sconde un malocchio. E infatti, cosa suc­cede?

Ed ecco, proprio il giorno che compì quindici anni, il re e la regina eran fuori — eh, proprio quel giorno lì erano fuori! —.

F.B. Che re sciagurato!
R.C. …ed ella ri­mase nel castello. Lo girò in lungo e in largo, visitò tutte le stanze a pia­cer suo, e giunse infine a una vecchia torre. Salì la stretta scala a chioc­ciola, fino a una porticina. Nella ser­ra­tura c’era una chiave arrugginita, — quindi era chiusa a chiave questa porticina — e quand’ella la volse, si spalancò la porta; e in una pic­cola stanzetta c’era una vecchia con un fuso, che filava alacre­mente…

F.B. La lana.
R.C. No.

…il suo lino. — Filava il lino — “Buon giorno, nonnina — disse la principessa — cosa fai?”. “Filo”, disse la vecchia accen­nando col capo. “Cos’è questo, che gira così allegramente?”, domandò la fan­ciulla, e prese il fuso, per provar a filare anche lei. Ma non appena lo toccò, si compì l’in­cantesimo ed ella si punse un dito.

Appena lo tocca, si compie l’in­cantesimo e si punge il dito. Interessante questa formula­zione. Non dice che si punse un dito e dunque si compì l’in­cantesimo, ma si compì l’incantesimo e quindi si punse il dito. È preciso. “…Si compì l’incantesimo e ella si punse il dito”. Perciò, si punge il dito per via del­l’in­cantesimo, cioè per via della cre­denza nel­l’incantesimo, per dire così. C’è un proverbio, scritto sull’asso di spade delle carte da gioco trevigiane, che dice: “Chi è causa del suo mal, pianga se stesso”. Si punse un dito, in quanto si compì l’incantesimo.

Come sentì la puntura, cadde sul letto che era nella stanza — una stanza attrezzata all’uopo — e vi giacque in sonno profondo. E quel sonno si propagò in tutto il castello, — l’incantesimo, quindi, non vale solo per la principessa — il re e la re­gina, appena rincasati, s’addor­mentarono nella sala con tutta la corte. Dormivano i cavalli nella scuderia, i cani nel cortile, i colombi sul letto, le mosche sulla parete; — un’ampia popolazione di animali popo­lava la reggia: cavalli, cani, co­lombi, mo­sche — persino il fuoco, che fiammeg­giava nel camino, si smorzò e si as­sopì, l’arrosto cessò di sfrigolare e il cuoco, che voleva prendere per i ca­pelli uno sguattero colto in fallo, lo lasciò andare e dormì. E il vento tacque, e sugli alberi davanti al ca­stello non si mosse la più piccola fo­gliolina.

Ma intorno al castello crebbe una siepe di spini, che ogni anno diven­tava più alta e finì col circondarlo e ricoprirlo tutto, cosic­ché non se ne vide più nulla, neanche la bandiera sul tetto. Ma nel paese si sparse la leggenda di Rosaspina, la bella ad­dor­mentata, come infatti veniva chiamata la principessa; e ogni tanto veniva qualche principe, che tentava attraverso il roveto, di pene­trar nel castello; ma senza riuscirvi, perché i rovi lo trattenevano, come se avessero mani; e i giovani vi s’impiglia­vano, non potevan più liberarsi e mori­vano miseramente. Dopo molti, molti anni, giunse nel paese un altro principe; udì un vec­chio narrar dello spineto, che die­tro doveva esserci un castello, dove una bel­lissima principessa, chiamata Rosaspina, dormiva già da cent’anni; — sono passati cent’anni. — e con lei dormivano il re, la regina e tutta la corte. Già da suo nonno egli aveva appreso che molti prin­cipi avevan tentato d’attraversar lo spi­neto, ma vi erano rimasti impi­gliati ed erano tristemente periti. — Quindi già il nonno raccontava — Allora disse il gio­vane: “Io non ho paura, e mi aprirò il varco fino alla bella Rosaspina”. E non diede retta al buon vecchio, che cercò in ogni modo di dissuaderlo.

Ma erano appunto passati i cent’anni ed era venuto il giorno che Rosaspina doveva ridestarsi. — Doveva! — Quando il principe si avvicinò allo spineto, trovò soltanto una siepe di grandi, bellissimi fiori, che spontaneamente si separarono per la­sciarlo passare illeso, e si ricongiunsero alle sue spalle. Nel cortile del castello vide cavalli e cani da caccia pezzati, che dormi­vano, sdraiati al suolo; sul tetto erano po­sati i colombi, con la te­stina sotto l’ala. E quand’egli entrò nel castello, le mosche dormivano sulla parete, — lì l’incan­te­simo era ancora in vigore, tutti dormivano — in cucina il cuoco aveva ancora la mano protesa, quasi a ghermire lo sguattero, e la serva era seduta davanti al pollo nero, che do­veva spennare. Egli proseguì e nella sala vide dormir tutta la corte, e in alto, presso il trono, giacevano addormentati il re e la regina. Andò oltre; il silenzio era tale che egli udiva il proprio respiro; e fi­nal­mente giunse alla torre e aprì la porta della stanzetta in cui dormiva Rosaspina. Là, essa giaceva — non proprio lì nel cortile: in cima alla torre. Ha dovuto cercarla — ed era così bella ch’egli non poteva distoglierne lo sguardo. Si chinò e le diede un bacio. E a quel bacio, Rosaspina aprì gli occhi, si svegliò e lo guardò tutta ridente. Allora scesero insieme; e il re, la re­gina e tutta la corte si svegliarono e si guarda­rono l’un l’altro stupefatti. E i cavalli in cortile si alzarono e si scrollarono; i cani da caccia salta­rono scodinzolando; i colombi sul tetto trassero la testina di sotto l’ala, si guardarono intorno e volarono nei campi; le mosche ripresero a strisciar sulle pareti; il fuoco in cucina si ravvivò, divampò, continuò a cuocere il pranzo; l’arrosto ricominciò a sfrigolare; e il cuoco diede allo sguattero uno schiaffo che gli strappò un urlo, e la serva finì di spennare il pollo. E furono celebrate con gran pompa le nozze del principe e di Rosaspina, che vissero fe­lici fino…?
F.B. Fino alla morte!
R.C. …fino alla morte. Esatto! Proprio così. Fino alla morte. Vissero felici fino alla morte. Non è che vissero felici, no! “Vissero felici fino alla morte”, perché c’è un pro­memoria in ogni fiaba, un promemoria morale, e questo promemoria è che bisogna morire. Promemoria dell’animale. Secondo Aristotele l’uomo è un animale e, come tale, muore. Ci sono allora notazioni, do­mande in­torno a Rosaspina?
M.D.L. C’è sempre qualcosa le­gato a una puntura, la spina e il fuso. Non so se que­ste due cose sono…
R.C. Certamente, chiaro, non è ca­suale questo nome: Rosaspina, que­sto accento posto sulla spina.
Pubblico La rosa ha le spine.
Viviana Panizzo Noi abbiamo la cas­setta e il libro.
R.C. Bene. Perché La bella ad­dormen­tata nel bosco non dà questa traccia che in­vece questo nome pro­pone, Rosaspina.
F.B. La chiamano Rosaspina e poi…
R.C. Alimenta già con questo nome, quanto dicevamo prima, che il de­stino debba ripro­durre l’origine, che sia comunque contenuta nel nome. Quanti casi ci sono di persone che ricevono il nome presunto della nonna, del nonno, dello zio, della zia, chiaramente in omaggio all’avo defunto, e che avvertono il peso di questo nome, quasi il destino rappresentato da quel nome, come se si trattasse appunto di fare rivivere o riprodurre il defunto.

Rita Rebeschini Comunque è un uso comune, perché quando nasce un bambino si dice: “Come si chiama?”. “Riccardo”, “Come chi?”. “Come nessuno!”.
R.C. Esatto. “Come chi?”.
R.R. “Come chi?”. “Come nes­suno”. Uno sceglie il nome che gli pare, però ti fanno ancora queste domande. Non è passata quest’abitudine.
R.C. Certo. Perché chiaramente, in que­sta mitologia, chi nasce deve ri­produrre, dev’essere segno dell’ori­gine, dell’origine della casa; deve comunque inscriversi nella genealo­gia. E il primo modo con cui viene sancita questa inscrizione genealo­gica è appunto con il nome, con il nome dell’avo.
F.B. O quelli che vogliono sfuggire scel­gono adesso i nomi opposti. Se la nonna si chiama Maria, la figlia si chiama Vanessa, perché almeno è all’opposto, e quindi è un’altra strada tracciata.
R.C. Sì. Beh, è chiaro che questo non sia il solo modo.
F.B. Sì, ma dico: comunque c’è un nome che dovrà portare avanti un destino scelto dalla madre e dal pa­dre, che è o ripetere la famiglia op­pure fare qualcosa di completa­mente diverso dalla famiglia.
R.C. È chiaro: Rosaspina che de­stino può avere se non quello di pungersi? Anche questi sono modi dell’affiliazione, modi di san­cire che si tratta di qualcosa che è già scritto; sono tutte mitologie che ripro­ducono il codice genetico, per esempio, ciò che sarebbe già scritto nel codice genetico, con le varie formule tipo “vero figlio”, “figlio degno dei genitori”, eccetera, cioè sempre mantenendo il principio della di­scendenza, della genealogia, dove si tratte­rebbe di mantenere un segno o di acquisire un segno. In questo caso, il re voleva pre­servare la figlia da ogni possibile male. Quindi c’è già il male da de­bel­lare, il male da evitare, il male da sconfiggere, come dire che è già vincitore e che, volendo evitare il male, immanca­bilmente ciò che si vuole evi­tare…

F.B. Capita.
R.C. Certo! Perché diventa il vero riferi­mento, la vera meta, impossibile da mancare.
C.M. Mi chiedevo se non si trat­tasse, da parte del padre, della rap­presentazione di una fantasia di ca­strazione.
R.C. In che senso?
C.M. Appunto, un taglio da appli­care a qualcosa che discende da lui. Questo qualcosa starebbe nell’aspetto anfibologico tra il fuso e il bacio. Il tempo, la du­rata, qualcosa che cresce, si arresta o s’in­canta. Se vogliamo, anche qui c’è una certa rappresentazione fallica, come anche nel­l’altra fiaba. Ho notato una non esattezza tra la predizione e quanto poi si è effet­tuato, in quanto l’annuncio era della morte di Rosaspina, della princi­pessa, ma non par­lava di questo incantesimo che avrebbe coinvolto tutto il reame, diciamo, nel castello.

R.C. Beh, che bisogno c’era?
C.M. Come, che bisogno c’era di dirlo?
R.C. È evidente, perché la super­stizione c’è già nella prevenzione. Nella mitologia della prevenzione, nel tentativo di preven­zione, c’è già la superstizione e c’è già la partecipazione alla credenza nel ne­gativo, c’è già la partecipazione al male che verrà, che quindi non investe solamente Rosaspina, ma anche tutta la casa.

C.M. È molto preciso.
R.C. Assolutamente, perché il re non predispone af­fatto un dispositivo, ma si affida a un’opera di pre­venzione. Non può chiamarsi certa­mente dispositivo il fatto di ordinare che tutti i fusi del regno fossero bruciati. Il re ha paura, ha paura della maledizione, si adegua alla maledizione, dunque la conferma. Il re conferma la maledi­zione della tredicesima fata, che non invita perché ha solo dodici piatti, dodici piatti d’oro.

Il re accetta il proprio limite; ha un li­mite, ha dodici piatti, lo accetta e fa di questo limite anche il segno della figlia. E questo limite diventa la maledizione della figlia: dovrà morire. Perché dovrà morire? Per questo limite.

F.B. Perché ha dodici piatti.
R.C. Per questo limite che è del padre e che, accettato, diventa anche il limite della figlia. Questo dice la maledizione: il limite del padre diventa il malocchio della figlia, in­fatti è guardata male dalla tredice­sima fata, che senza salutare e guar­dare nessuno, se non Rosaspina, la maledice. La guarda male, con ma­locchio, e la maledice, quindi: “Morirà!”. Quindi, in quale spirito si svolge questa festa che deve consacrare il limite della famiglia, il limite del padre: “…solamente dodici piatti d’oro”, perché questo limite divenga la ma­ledizione della progenie? Rosaspina aderisce a questa maledizione, a que­sto limite e alla maledizione che a questo limite con­segue. E, a quindici anni, soddisfa la profezia.

F.B. C’è un’altra versione in cui il limite è proprio la paura, adesso non ricordo, perché non parlano dei do­dici piatti; dicono che non invitano questa fata perché è una fata cattiva. Si dice subito, chiaramente.
R.C. Quella probabilmente è una ver­sione successiva.
F.B. In cui il piatto era diventato la paura.
R.C. Già morale.
F.B. Che era già chiaro e quindi decide…
R.C. Sì, è una versione per bam­bini.
F.B. Sì, infatti, senza simbologie.
R.C. Dove è già significato il per­ché.
F.B. “Non la invitiamo perché è una fata cattiva”. Il male, però, non riescono a tenerlo fuori, perché questa fata arriva comunque.
R.C. “Dato che è cattiva, è giusto non invitarla”. Qui invece è proprio più interes­sante, non la invita per­ché non può. Buon uomo, lui fa quel che può! Ne invita dodici. Fa quel che può, è un buon re. Fa quel che può, di più non può!
B.V. Ma c’è un errore precedente, che è il tentativo di avere tutto gratis per la figlia.
R.C. Tutto gratis?
B.V. Sì. Vuole dei doni dalle fate.
R.C. Qui non dice che vuole i doni. Dice che le invita e loro fanno i doni.
B.V. Però, di fatto…
R.C. Non è escluso, che ci sia chi inviti i parenti per i regali, però… allora avrebbe invitato anche la tre­dicesima, era un regalo in più.
B.V. Ma il perbenismo gliel’ha impedito.
R.C. Non per il perbenismo: non può! Fa quel che può, è limitato. Ha un limite: ha solo dodici piatti. Ha un limite. Quante persone credono di avere un limite, di non potere fare quella cosa perché è più grande di loro. “Questa cosa non la posso fare, perché è più grande di me”. Federica, dica anche a noi!
F.B. Dicevo che questo re mi sembra pro­prio limitato comunque, perché lo vedo limitato in testa, lo vedo proprio al di là di niente; è uno stolto, da come viene presentato, per­ché ha dodici piatti e non pensa di compe­rare il tredicesimo, al di là di ciò che serve per la favola. Però, uno proprio che vuole fare la prevenzione, brucia i fusi il primo giorno e lì finisce; il giorno del compleanno in cui doveva avve­rarsi tutto, prende e se ne va. Allora, voglio dire, oltre che limitato, così è proprio uno stolto. Mi chiedo se questa stoltezza è un mar­chio da cui non si esce anche vo­lendo.
R.C. È la base della fiaba.
F.B. Perché lui i tentativi li fa, è che non li sa fare.
R.C. È preciso quello che lei dice, perché che ci sia questa “limitazione” del re non è af­fatto secondario per la vicenda di Rosaspina. E la questione è questa: in che modo chi ri­tiene di dovere rispettare un proprio limite, sta invece rispettando un limite della genealogia, riferito alla ge­nea­logia, cioè riferito alla presunta famiglia di origine? In che modo chi ritiene di non essere all’altezza, di non avere le capacità, di non avere le possibi­lità, di non avere i mezzi, di non sa­pere come fare, eccetera, in che modo sta riproducendo, rispettando e imitando un limite, un handicap, una pecca, una mancanza riscontrabile nella famiglia di cui ri­tiene di essere figlio, di­scendente, esponente? Perché propriamente “figlio di”, “segno di”, “prodotto di” quella famiglia, indicano prodotto, dunque ripro­dotto, che deve riprodurre. Prodotto, cioè pro­creato. Non generato ma procreato, segno della riproduzione.
Maria Antonietta Viero Mi sem­bra che si colleghi a questo: l’inam­missione del figlio comporterebbe il bambino segnato dal limite del pa­dre, perciò già predestinato. Si potrebbe anche leggere così: dodici piatti e tredici fate, in ogni caso, sottostà al segno del più e del meno, che dovrebbe garantire tutto il male fuori e tutto il bene ammesso. Però, mi sembra che questo possa anche leggersi che il figlio, in questo caso, non proceda dal padre, ma divenga figlio effettivamente procre­ato, quindi maternizzato. Diviene segno del limite paterno.
R.C. Sì. La figlia, Rosaspina, è quel che si compie di questo limite, è nella credenza di questo limite; è il prodotto di quel che si compie a partire da questo limite.
M.A.V. Mi sembrava che ci fosse anche: tutti i piatti meno uno, tutte le fate più una, cioè facendo questa equazione, che segnerebbe…
R.C. Ma qui i piatti sono dodici.
M.A.V. Appunto. Sarebbe meno uno ri­spetto alle fate e le fate sareb­bero più una rispetto ai piatti, per cui un’uguaglianza non avviene. C’è l’impossibile ugua­glianza, per cui qualcosa rimane in più, o segnato dal più o segnato dal meno. Per quello pensavo che ci fosse l’inam­missione del figlio, cioè l’ammis­sione del bambino passa attraverso questo più o questo meno.
R.C. È chiaro. Perché questo pa­dre, que­sto re, vede le cose finite. Lui ha dodici piatti e così dev’es­sere. Dodici. Le fate sono di più, gli ospiti sono di più, ma lui ha dodici piatti d’oro e non viene nemmeno considerata l’eventualità di aggiun­gere. La questione della cre­scita non c’è qui, quindi non c’è l’autorità. Questo padre, questo re, è senza autorità. Quello è il suo capi­tale: lui ha dodici piatti. Quello ha e quello fa. Per questo re non si pone l’accrescimento.

B.V. Perché, secondo me, è un re piccolo borghese che, come gli nasce la figlia, invita le persone importanti che lui pensa possano in qualche modo facilitarla; preso dal perbenismo e volendo offrire piatti d’oro, non pensa di aggiungere il piatto di coccio; dopo di che, usa del suo misero potere per togliere tutti gli arcolai, senza chiedersi a quante donne quegli arco­lai sareb­bero serviti, e poi, alla fine, non si capisce perché debba essere premiato dal risveglio, perché merita­vano di morire tutti. Così, in una versione politica.
R.C. Adesso lei ci sta facendo la ver­sione…
B.V. Sì, una versione vagamente politica.
R.C. Sta facendo un’avversione.
B.V. Non è un re simpatico.
R.C. Beh, ma certo! Infatti questo re è ciò che Rosaspina pensa del papà. Il re non esiste! Questo re è ciò che Rosaspina pensa del papà, che ha dei limiti e avendo lui dei li­miti, non gliene può venire che male: lei morirà. Questo pensa Rosaspina: essendo il papà limi­tato, Rosaspina morirà… Questa è la fantasia di Rosaspina: avendo un papà debole, pavido, senza l’autorità, senza l’i­stanza dell’accrescimento, ebbene, non può che morire. È questione di tempo. Quanto? Quindici anni! Giorno più, giorno meno, ma il tempo è finito, morirà. Questa è la questione interessantissima. Quale messaggio da un padre che si rappresenta limitato, senza autorità, senza mezzi!

Pubblico E stupido!
R.C. Eh, non sappiamo se il padre è stu­pido, non bisogna pensare che fosse veramente così, perché questa è la fantasia di Rosaspina, che se lo rappresenta in questo modo. Non è detto che il papà sia così. Se fosse veramente stato stupido, la favola sarebbe terminata lì, al punto in cui l’incantesimo si compie: muore e basta; invece la favola non termina lì.
M.D.L. […] semmai è la fantasia dei genitori.
R.C. No! Eh no! Non è in questi termini. È la fanta­sia di Rosaspina. I genitori non sanno niente delle fantasie di Rosaspina e non capiscono; non ca­piscono come mai Rosaspina a un certo punto s’intristisce, a scuola non va più bene, con gli amici è cupa, dicono: “Ma cosa avrà questa figlia che ha tutto? Le abbiamo fatto pure la fe­sta”. Loro non sanno, proprio non capiscono, lungi dal pensare che Rosaspina ha qualche fantasia che concerne il padre: “un tanghero, li­mitatissimo, con solo dodici piatti”.
Pubblico Un po’ egoista.
R.C. Egoistissimo, perbaccotacco! È una fantasia di Rosaspina.
M.D.L. Non è di Rosaspina.
R.C. Va bene.
M.D.L. È nostra riguardo a Rosaspina, per me.
R.C. Eh, no, qui c’è un testo che ha un certo svolgimento e che non è uno svolgimento casuale, ha una logica, precisa. Proviamo, vediamo se per caso io poi magari non debba ricredermi; può anche ca­pitare.
M.D.L. Va bene.
Marina Nives Pojani Allora, Rosaspina, seguendo questa fantasia, fa una rappresentazione di quello che lei crede essere i limiti del padre.
R.C. Rosaspina, dice Marina Nives Pojani, fa una rappresentazione di quelli che crede essere i limiti pa­terni. Esatto.
M.N.P. O materni.
R.C. Ci sono anche quelli, perché la regina pensava di essere ste­rile. Aveva un limite anche la regina: voleva un bambino che non veniva mai, però poi “ce l’ha”, di più non sappiamo. Anche la re­gina aveva…
F.B. Il bagno con le rane, per esempio.
C.M. Questo messaggio fertiliz­zante che le viene dato dalla rana.
R.C. La rana è l’animale fantastico della profezia. La regina parte­cipava alla superstizione: “Avrò un figlio o non avrò un figlio? Ce l’avrò o non ce l’avrò? Può darsi che venga, può darsi che non venga”. Era partecipe di questa anfibologia, per cui l’annuncio, l’annunciazione anziché dall’angelo, viene dalla rana. C’è un’annun­ciazione: “Avrai un fi­glio” e la regina dice: “Va bene, non c’è problema”. Non ri­sponde proprio come Maria: “Non conosco uomo”, lei dice: “Va bene”.

Diciamo che assolve il compito. Non sta a dire: “Ma lo voglio così, lo voglio colà, dev’essere fatto in un modo, altrimenti non lo voglio”. No. Invece il re è limitato, ha solo dodici piatti. E non c’è verso che ne trovi un tredicesimo, proprio ha dodici piatti.

F.B. La salvezza di Rosaspina, la ri­soluzione dell’incantesimo, viene dalla do­dicesima fata, non viene dal padre che pro­prio non agisce.
R.C. È limitato.
F.B. Rosaspina si punge, ma non muore, perché la dodicesima cambia il tipo di in­cantesimo.
R.C. Si deve affidare alle fate.
F.B. La fata cos’è nella fa­vola?
R.C. Adesso lo vediamo. Un mo­mento, c’erano delle mani alzate.
Sabrina Resoli Riguardo all’in­tervento della dodicesima fata, avrei bisogno di sen­tire i termini del “contro malocchio”, come si svolge questo contro malocchio? La fata dice…
R.C. Chi ha parlato di contro ma­locchio?
S.R. La tredicesima fa il malocchio e la dodicesima fa il contro maloc­chio, dico io.
R.C. Pone un rimedio. Prescrive. Come se dicesse: “C’è da prendere tre volte al giorno questa pillola”.
S.R. Questo rimedio non comporta niente da fare per nessuno. Cioè, in­vece di morire, dormirai, invece di morire andrai in coma, praticamente. È quasi la morte, ma la chiamiamo in un altro modo, però non dà un’in­dicazione a nessuno. Neanche il prin­cipe c’è; di solito, magari in altre favole, c’è, arriva l’amore, arriva qual­cuno che ti può salvare, ma neanche il principe è con­templato, in questo rimedio.
R.C. È qui il bello della cosa.
S.R. Nessuno può fare nulla.
R.C. La seconda parte è più inte­ressante della prima; la seconda parte, ovviamente, è dove si avvia il di­spositivo, rispetto alla prima parte che invece segue la prescri­zione superstiziosa.
S.R. A me sembrava che con la dodicesima fata non si av­viasse nessun di­spositivo; annulla il dispositivo: “Non morirai ma dormirai”.
R.C. Non ho detto che la dodice­sima fata avvia il dispositivo. Però nella seconda parte c’è un disposi­tivo che si avvia. La seconda parte della fiaba indica appunto la sospensione della maledizione, non per via magico ipnotica, ma per via di un disposi­tivo che si allestisce. Arriva un principe che dice: “Io non ho paura e mi aprirò il varco fino alla bella Rosaspina”. Questo non sta a guardare quanti piatti aveva e non aveva, se era attrezzato o non attrez­zato, se era all’altezza o non era al­l’altezza. Non ha paura. Questo è interessante.
M.A.V. Ma il varco stesso è un varco già aperto, perché lo spino è già fiore.
R.C. Per forza! Perché le spine non sono mai esistite! Le spine non sono mai esistite, se non per Rosaspina che ha paura. È chiaro. Per Rosaspina e per tutto l’appa­rato di corte che partecipava della male­di­zione. In realtà le spine erano fiori, erano siepi fiorite.
Pubblico Era una fantasia.
R.C. Era una fantasia di Rosaspina e di chi partecipava alla maledizione, ma so­pra tutto di Rosaspina. Que­sto dice la seconda parte della fiaba, che le spine non erano mai esistite. Non è che a un certo punto il male non c’è più perché si prende la purga.
Pubblico Il male c’è ancora.
R.C. Non c’è mai stato! Le spine non ci sono mai state, erano il frutto della paura. L’incantesimo è il frutto della paura.
M.D.L. Vorrei dire…
R.C. Lei insiste nel volere soste­nere….
M.D.L. A parte quello, che va beh, an­cora non sono convinta, vorrei aggiun­gere, adesso non ricordo se sia poi il film di Walt Disney che l’abbia trasformato, ma c’è questo ricordo di Rosaspina che, non cono­scendo i fusi, che non c’erano perché erano stati eliminati dal regno…
R.C. Certo. Quindi non conosce il peri­colo.
M.D.L. …vuole conoscere l’og­getto e quindi si punge. Addirittura il fatto che il padre abbia messo una prevenzione, diventa un elemento ulteriore di…
R.C. Diventa un ulteriore elemento ne­gativo.
M.D.L. Esatto. E poi c’è un’altra imma­gine, che non so quanto corrisponda a Rosaspina. Un altro ricordo che io ho, che è praticamente una riela­borazione di questa favola per bam­bini, in cui Rosaspina viene allon­ta­nata per tutti i quindici anni dal castello e affidata alle fate buone; come se i genitori non fossero in grado di proteggerla comunque, perché altrimenti la fata cattiva l’a­vrebbe riconosciuta come figlia di questi genitori e l’avrebbe riconosciuta come la principessa; però neanche le fate buone riescono a proteggerla, perché c’è un destino, una predestinazione.
R.C. Chiaro. Sono varianti della stessa fantasia, sono varianti del mito di Edipo, anche questa favola stessa lo è. Sono varianti del mito di Edipo, almeno per quanto attiene alle due città di Corinto e Tebe, nel caso in cui Rosaspina viene presa e portata da un’altra parte, oppure man­data, op­pure se ne va; qui invece resta nella casa, certamente, a sovraintendere c’è l’incantesimo.
M.D.L. Non riesco a capire come sia collegata, insisto, la fantasia di Rosaspina.
R.C. È la predestinazione, l’incan­tesimo. La credenza nella predesti­nazione è l’incan­tesimo, l’incanta­mento, è l’idea di essere soggetto predestinato, per cui c’è l’incantesimo. A un certo punto, “non posso fare niente perché, tanto, andrà così”.
M.D.L. Nella rielaborazione, al­meno, c’è l’immagine di questa Rosaspina, il ricordo di questa Rosaspina che non sa niente, cioè l’avevano tenuta all’oscuro di questo…
R.C. È sempre così in un certo di­scorso: è sempre dovuto al fatto che è stato tenuto all’oscuro, non sapeva. C’è un discorso che si lamenta del fatto che non sa: non sa fare, perché è stato tenuto all’oscuro, perché non gli è stato insegnato bene. E quindi c’è motivo di rivendica­zioni, di recri­minazioni. È sempre nella stessa fantasma­tica, nella fantasmatica del segreto di mamma, dell’impossibile sessualità per via che non è stato svelato il segreto di mamma. Allora come si rappre­senta il se­greto di mamma, Rosaspina? Se lo rappre­senta nel fuso che la punge.
M.A.V. C’è un ulteriore elemento che mi sembrava così…
R.C. Non è da trascurare la que­stione del segreto di mamma rispetto a una mancata instaurazione della sessualità. Torneremo su questo punto, perché è importantis­simo. Prego!
M.A.V. Sì, il non avere paura, mi sembra sottolinei come chi non ha paura sia già nel proseguimento, cioè non possa assi­stere all’incominciamento. Come dire che non c’è possibilità di scelta. Chi si accorge di qualcosa è già in questo prosieguo; per cui l’anticipazione che ci sia lo spineto o che la porta sia chiusa è solo il modo con cui ci si rappresenta anticipata­mente il passo. Quindi, l’enun­ciato “non ho paura” è già in questo prose­guimento, dice dell’impossibile scelta di fare o non fare questo passo. Indica come ciascuno non possa assistere alla propria na­scita, ma sia già nel cammino; si tratta di ammetterlo nel momento in cui c’è questo rilievo.
R.C. Sì, nessuno può assistere alla pro­pria nascita, però può favorire la propria rinascita, perché non si tratta di nascere. A nascere sono buoni tutti. Si tratta di rina­scere, cioè la questione per ciascuno è il rinasci­mento. Rosaspina rinasce. Incontra infatti il suo rinascimento come dis­sipa­zione dell’incantesimo, come dissipazione della credenza nella magia, o nell’i­pnosi, cioè che le cose siano governate e determi­nate dalle fate, dal destino, dalla predestinazione. Anche in questo senso è molto interessante. L’accento è sul rinascimento, sulla rinascita, che non è una volta per tutte; non si tratta di nascere una volta per tutte, tanto più con la cre­denza che chi nasce tondo debba restare tondo, talvolta addirittura tonto. C’è un proverbio siciliano che dice: “Chi nasce tondo non può morire qua­drato”, “Cu nasci tunnu nun pò mòriri quatratu”.
F.B. È un misto con il sardo…
C.M. Mi era venuto in mente, non so se adesso è un’idea così…, se questo incante­simo può associarsi al tipo di paralisi che coglie o che rappresenta l’isteria. Per esempio, in un caso di Freud ho letto di una ra­gazza che sedeva al capezzale del padre malato. Mi chiedo se questo incante­simo è un modo di rappresentare, come la paralisi, la paura della differenza; quindi sia la paura che si fermi il tempo e sia la paura dell’aspetto propriamente più sessuale, come la mancanza del papà, per cui anche questo segno più e meno non è effettivamente rappresentato nei termini di “il piatto in meno”, “la fata in più”, ma neanche come tentativo di uguaglianza. Più che altro l’ho inteso come modo di pareggiare qualcosa.
R.C. È impossibile pareggiare i conti. Non c’è pareggio e tanto meno parità.
C.M. Ma il pareggiare implica già una fantasia notevole.
R.C. Eh sì, infatti, il segreto di mamma è auspicato per pareggiare i conti. “Perché tu fai questo? Allora lo faccio anch’io. Perché tu puoi fare questo e io no? Perché tu sì e io no? Anch’io! Siamo pari!”.
C.M. È supposta anche una cono­scenza su…
R.C. No, non siamo pari. Io sì e tu no, oppure io no e tu sì. Non siamo pari, non c’è parità, né rappresenta­zione della parità. “Ma perché lei fa questo? Allora lo faccio anch’io”.
Cristiana Martin Mi ba­sta, per oggi, ascoltare e capire.
R.C. Ci riesce?
Cr.M. Sì, spero.
R.C. Allora va bene.
Cr.M. Non mi pongo limiti, non ho paura.
R.C. Questo è importante.
R.R. Io ho una domanda: come mai la Walt Disney, che ha ri­preso tutte queste fiabe: Cenerentola, Biancaneve, Il brutto anatroccolo, chi ne ha più ne metta, Cappuccetto Rosso non l’ha fatto. Lo ha fatto?
R.C. Perché…
R.R. No, ma non come lo sta facendo adesso, cioè non quei cartoni vecchi, perché forse l’hanno fatto sotto forma di cartone, quelli che durano due minuti.
R.C. Beh, ma quanti ne ha fatti la Walt Disney?
R.R. Di cosa? Di fiabe? Parecchie. La sirenetta io non l’ho mai visto. Non parlo di altri filoni, parlo della Walt Disney, perché altri…
M.N.P. C’è, l’ha fatto, ma era breve. Non l’hanno poi venduto.
R.C. Adesso noi non sappiamo cosa muove i progetti della Walt Disney Corporation.
R.R. Perché queste fiabe raccon­tate da adulti, quindi con fantasie da adulti, hanno avuto tale suc­cesso nei bambini? Voglio dire, ci sono sempre stati, penso, scrittori di fiabe, però, Cappuccetto Rosso, da quanti anni si racconta?
R.C. Ma certo, perché queste fiabe rac­colgono le fantasie più comuni dei bambini.
R.R. Quindi, aspetti che mi ripasso un attimo. La fantasia di Cappuccetto Rosso, adesso così detta…
R.C. Solo che i bambini se ne ac­corgono, gli adulti no.
R.R. Ma allora, quella di Cappuccetto Rosso può essere nel bam­bino l’angoscia del divora­mento, però nell’adulto non era così, era un altro tipo di fantasia.
Pubblico Però erotica.
R.R. Ma tutte, guardi. Vedrà que­sta Rosaspina, cosa viene fuori dopo.
R.C. Sì, ma poi gli adulti se ne sono di­menticati, all’atto di raccon­tarle.
B.V. Meno gli scrittori delle fa­vole.
R.C. Ma queste favole non è che sono proprio…
F.B. Non erano originali.
R.C. …scritte da uno scrittore; sono rac­colte, perché appartengono alla fabula po­polare, alla tradizione popolare. Sono rac­conti tramandati oralmente; probabilmente avranno anche avuto un autore, ma i fratelli Grimm le hanno raccolte, non le hanno in­ventate, esistevano già.
B.V. Anche Andersen?
R.C. Andersen forse è un caso un po’ diverso; c’è una trasposizione nelle fiabe di una sua vicenda, che valuteremo, ma, anche lì, sicura­mente, il concorso della tradizione popolare c’è. Ma è proprio questo che si tratta di considerare, per intendere questo materiale, che risponde a una logica. In questa in­venzione c’è propriamente il mate­riale, prima bruto e poi elaborato, di una certa fantasia. Anche in questa fiaba c’è una prima parte e una seconda parte; la seconda parte svolge la prima, solo che non dà i termini dello svolgimento. Dice solo dello svolgimento, che porta alla dissipazione della fantasia terrificante.

Ora, cia­scuna fiaba va in questa dire­zione. Si tratta anche d’intendere come approda poi all’artico­lazione, alla dissipazione della fanta­sia che l’ha prodotta. Qui, mi pare, è abbastanza chiaro: questo incantesimo è dissipato in quanto è instau­rato un dispositivo. È il dispositivo che dissipa la credenza, l’idea di fine, l’idea di male, l’idea di pec­cato. È il dispositivo. Quindi, l’importanza del dispositivo, l’importanza dell’iti­nerario.

Bene. Allora, per oggi, terminiamo qui e proseguiamo mercoledì con La sirenetta di Andersen e anche con altre considerazioni sino a qui accen­nate.

[ ↑ ]

La sirenetta

Ruggero Chinaglia Ci sono nota­zioni rispetto alla lettura di Rosaspina, la fiaba della settimana scorsa? Fiaba che abbiamo anche ripreso nel seminario di giovedì sera; quindi siamo andati molto avanti ri­spetto a mercoledì scorso. Alcuni c’erano, altri no; chi non c’era è ri­masto molto indietro.
Pubblico Potrebbe sintetizzare? Ci tenevo tanto a sentire proprio quella fiaba, e invece sono arrivata troppo tardi. Molto velocemente, in poche parole.
R.C. E come si fa in poche parole? Ci abbiamo messo due incontri.
Pubblico Esiste qualche scritto?
R.C. Esisterà la dispensa.
Pubblico Ci tenevo in particolare a quella fiaba.
R.C. Proprio a quella?
Pubblico Sì, proprio a quella. Io fac­cio parte dell’associazione Peter Pan, per la tutela dei bambini sieropositivi. Siamo dei volontari, e fa­remo uno spettacolo: stiamo lavo­rando con le scuole elementari e fa­remo uno spettacolo in cui, appunto, i bambini rappresentano il dramma della malattia e della solidarietà, aiutandosi con le fiabe. Una fiaba scelta è, credo che sia la stessa, La bella addormentata nel bosco; proprio quella è stata scelta per rappresentare la malattia dell’AIDS pe­diatrico. Allora mi sarebbe piaciuto molto sentire la sua inter­pretazione di questa fiaba.
R.C. Effettivamente nella fiaba di Rosaspina si pone la questione della salute e della sessualità.
Pubblico E della solidarietà che aiuta a superare la malattia, perché tutti insieme, il paese, il principe, fanno sì che alla fine la principessa rin­venga. No?
R.C. Beh, veramente la fiaba dice che si sono tutti addormentati.
Pubblico Però, poi si attivano, dopo.
R.C. Dopo, un po’ tardino, vera­mente. Se doveva aspettare loro, Rosaspina era ancora addormentata; per cui, se dobbiamo credere alla fiaba, non è da loro che viene l’aiuto a Rosaspina; però lei non ha torto quando dice che, in realtà, effettivamente loro contribuiscono. Certo. Questo è pre­ciso, perché non si tratta solo della fiaba ma anche della sua articolazione. Lei introduce anche la solidarietà. Bene.

Oggi procediamo con il testo della Sirenetta, con cui incontriamo un altro fi­lone rispetto a quello dei fra­telli Grimm. Contrariamente alle fiabe che abbiamo letto sino a qui, che fanno capo a una tradizione popolare che è ripresa e, diciamo così, trascritta dai fratelli Grimm, qui si tratta pro­priamente di una scrittura di cui Andersen è l’autore. Quindi è da leggere anche in re­lazione a ciò che riguarda il racconto, in qualche modo, delle sue vicende. È cu­rioso che, all’inizio della produ­zione, Andersen rivolga ai bambini questi suoi scritti, fiabe scritte per la lettura dei bam­bini; poi invece sono fiabe o, anzi, storie, che si rivolgono non più solo ai bambini.

Pubblico Ma agli adulti.
R.C. E non solo. Sia ai bambini sia agli adulti. Diciamo a un pubblico infinito. È una delle fiabe più lunghe di Andersen, quindi cominciamo a leggerla, se non ci sono altre nota­zioni, domande, o questioni.

Lontano, lontano, in alto mare, l’acqua è azzurra come i petali del più bel fiordaliso, e limpida come il più puro cristallo. Ma è molto pro­fonda, più profonda di ogni scandaglio; bisognerebbe mettere molti e molti campanili l’uno sopra l’altro per arrivare dal fondo sino alla su­perficie dell’acqua. E laggiù, nel fondo, vive la gente del mare.

Ma non dovete già credere che laggiù non ci sia altro che la nuda sabbia; no, là cre­scono le più strane piante, dal fusto, dal fogliame così flessibile che si agitano al più lieve moto dell’acqua, come se fossero vive; e tutti i pesci, grandi e piccini, guizzano tra i rami come da noi fanno gli uccelli tra gli alberi. Nel gorgo più pro­fondo, c’è il castello del Re del mare: le muraglie sono di corallo e le alte finestre gotiche della più chiara am­bra; il tetto è formato di con­chiglie, che si aprono e si chiudono secondo la marea. E fanno un bellissimo ef­fetto, perché in ogni conchiglia ci sono perle così lucenti che una sola basterebbe a dar pre­gio alla corona di una regina.

Il Re del mare era allora vedovo da molti anni, e gli governava la casa la sua vecchia mamma; brava donna, ma superba della propria posizione, tanto che portava dodici ostriche attaccate alla coda, mentre agli altri grandi della corte non era concesso di portarne che sei.

Quindi, il re del mare era vedovo da molti anni e gli governava la casa la sua vecchia mamma. Questo è già un dettaglio importante che tro­viamo in apertura: il re del mare, che abitava in questo castello, era ve­dovo.

Eccettuata questa debolezza, — cioè delle dodici ostriche — era de­gna di tutto il ri­spetto, specialmente per il gran bene che voleva alle sue nipotine. Le Principesse del mare erano sei belle bambine; la più gio­vane, però, era la più bella di tutte; aveva la pelle chiara e liscia come le foglie di rosa, e gli occhi azzurri come il mare più profondo; ma, al pari di tutte le altre, non aveva piedi, perché il corpo finiva in una coda di pesce. — Si trattava dunque di una sirena — Tutta la giornata potevano giocare nel castello, giù negli ampi vestiboli, dove i fiori vivi spuntavano dalle pa­reti. Le grandi finestre d’ambra erano aperte, e i pesci entravano nuotando, proprio come fanno le rondini da noi, che volano dentro per le finestre aperte; ma i pesci anda­vano difilati dalle Principesse, prendevano il cibo dalle loro mani e si lasciavano acca­rezzare.

Davanti al castello, c’era un grande giardino, con bei fiori di un rosso acceso o del turchino più cupo; le frutta rilu­cevano come l’oro, i fiori parevan fiamme di fuoco; e agitavano di con­tinuo gli steli e il fogliame.

E segue la descrizione di questo castello, del suo giardino e degli elementi che com­pongono questo ambiente.

[…] Ciascuna delle piccole Principesse aveva nel giardino il suo pezzettino di terra, dove poteva zappare e pian­tare a suo piacimento. L’una dava alla propria aiuola la forma di una balena; l’altra quella di una sire­netta; ma la più giovane faceva sem­pre la sua tutta rotonda, come il sole, e i suoi fiori erano rossi e splendenti, appunto come il sole. Era una strana bambina, quieta e pensosa; — strana, una bambina quieta a pensosa — e mentre le sorelle si adorna­vano di tutte le belle cose avute in dono in occasione del naufragio di qualche bastimento, essa non si cu­rava d’altro che de’ suoi fiori, rossi come il sole; né altro mai aveva voluto che una squisita statua di marmo. Questa statua rappresentava un bellissimo fanciullo, scolpito nel più puro marmo bianco, ed era co­lata a fondo da una nave naufra­gata. La Principessina aveva piantato un roseo salice piangente presso la statua; l’albero era cre­sciuto a meraviglia ed i freschi suoi rami pende­vano sopra la statua verso l’azzurro terreno sabbioso, dove l’ombra ap­pariva violacea e si agitava di conti­nuo con i rami stessi: sembrava che l’estremità dei rami e le ra­dici gio­cassero insieme e voles­sero ba­ciarsi.

Non v’era per la sirenetta maggior piacere che l’udir raccontare del mondo degli uomini, ch’era al di sopra dei mari. Bisognava che la vecchia nonna raccon­tasse tutto quel che sapeva, di navi e di città, di uomini e di ani­mali. Le pareva sopra tutto meravi­glioso che lassù, sulla terra, i fiori avessero profumo, perché nel fondo del mare non senti­van di nulla; e che gli alberi fossero verdi, e che i pesci, lassù, tra gli al­beri, sapessero can­tare così forte e così dolcemente, ch’era una gioia lo starli a sentire. Quelli che la nonna chiamava pesci, erano uccellini; ma, se avesse detto altrimenti, la Princi­pessa non avrebbe po­tuto compren­derla, per­ché in vita sua non aveva mai veduto un uccello.

“Quando avrete quindici anni, — di­ceva la nonna — vi sarà concesso di andar su, sino a fior d’acqua e di uscir dal mare, e di sedervi sulle rocce al chiaro di luna a ve­der pas­sare i grandi bastimenti. Allora ve­drete foreste e città! — A quindici anni, non prima, non dopo — L’anno dopo, una delle sorelle compì quindici anni; — quindi sei sorelle, le sei princi­pesse del mare, avevano un’età di un anno differente l’una dall’altra e la prima compie quindici anni — […] ma le altre cinque avevano un anno di distanza tra loro; sicché alla più piccina toccava ancora cinque anni buoni prima di poter salire su dal fondo del mare a vedere che faccia avesse il nostro mondo. La mag­giore, però, promise di raccontare alle altre quel che avrebbe veduto, e quello che le sarebbe sem­brato più bello di tutto nel primo giorno del suo viaggio; perché la nonna non diceva mai abbastanza e tante cose ancora avrebbero voluto sapere!…

Quindi la nonna non dice mai ab­ba­stanza, e c’è sempre qualcosa in più da sa­pere.

La più curiosa di tutte in proposito era la più giovane, quella appunto che aveva maggior tempo da aspet­tare, e ch’era sempre così tranquilla e riflessiva. Per notti e notti, se ne stava presso la finestra aperta, guardando su, attraverso la cupa acqua azzurrina i pesci che sbatte­vano le pinne e la coda. Poteva scorgere anche la luna e le stelle; certo, mandavano una luce molto debole; ma attraverso l’acqua sem­bravano molto più grandi di quello che apparisse ai nostri occhi; e se ogni tanto le oscurava come una nu­vola nera, la Principessina sapeva ch’era una balena che passava al di sopra del suo capo, o forse, una nave piena d’uomini. Né quegli uomini pensavano certo che una bella sire­netta di laggiù tendesse le bianche braccia verso la chiglia della loro nave.

Ora dunque, la maggiore delle Principesse aveva quindici anni, e poté salire alla superficie dell’ac­qua. Quando tornò, aveva cento cose da raccontare; ma il più bello di tutto, diceva, era di starsene sdra­iata al chiaro di luna su un banco di sabbia nel mare immobile, guar­dando la grande città della costa vi­cina, dove i lumi palpitavano come cento stelline, ascoltando la musica e i rumori, e il frastuono delle car­rozze, e il brusio degli uomini, os­servando tutti quei mille cam­panili e sentendone sonar le campane. Appunto perché a quelle non sa­rebbe mai potuta arrivare, se ne struggeva più che di tutto il resto.

Dunque la prima sorella sale in superfi­cie e racconta quello che vede. L’anno dopo tocca alla se­conda, poi alla terza, poi alla quarta e ciascuna racconta di quello che vede, di ciò che trova bello guardare, di ciò che riguarda il mondo degli uomini. Poi giunse la volta della quinta sorella:

[…] Il suo natalizio veniva d’in­verno, e così ella vide quello che le altre non ave­vano ancora potuto ve­dere. Il mare era tutto verde, e grandi blocchi di ghiaccio an­davano galleggiando qua e là: ognuno di quei blocchi pareva una perla, di­ceva, e pure era molto più grande dei campanili e delle cattedrali edificate dagli uomini: avevano le forme più strane, e rilucevano come dia­manti. Si era persino seduta sul più grande di tutti, ed aveva lasciato che il vento scherzasse con i suoi lunghi capelli, mentre i bastimenti le passavano dinanzi veleg­giando, rapidi come frecce. Ma verso sera il cielo era divenuto tutto nero: che tuoni! che lampi! Le onde nere nere sol­levavano il grande blocco di ghiac­cio, sin che scintillasse su alto, nel sinistro chiarore. Su tutte le navi, le vele erano ammainate, e in tutte era spa­vento e angoscia. Ma essa se ne stava tranquilla sul suo blocco gal­leggiante, guardando i serpeggia­menti azzurrini delle saette che guizzando cade­vano nel mare.

Quindi anche lei racconta. E così le so­relle, man mano, raccontano alla più piccola quello che hanno vi­sto, e la piccola, intanto, aspetta che arrivi anche per lei il quindicesimo anno:

[…] “Ah, se avessi quindici anni!… — di­ceva: — So già che vorrò un gran bene al mondo di lassù ed agli uomini che ci vivono”. Fi­nalmente compì davvero i quindici anni.

“Vedi come ti sei fatta grande! — disse la nonna, la vecchia Regina Madre: — Vieni, lascia che ti adorni come le tue sorelle”. Mise una ghir­landa di bianchi gigli tra i capelli della giovinetta; ma ogni giglio era per metà perla: e la vecchia signora per­mise che otto ostriche si attac­cassero alla coda della Principessa a far fede della sua alta posizione.

La regina madre ritiene che la prin­cipessa debba rappresentare il censo e, perciò, le consegna il segno della sua posizione.

“Ma fanno male!” — disse la sirenetta. — “L’orgoglio ha sempre la sua pena” — ri­spose la vecchia si­gnora. — Oh, come sarebbe stata felice di scuotersi di dosso quelle noiose insegne del suo grado, e di metter da parte la pesante ghirlanda! Quanto avrebbe preferito i rossi fiori del suo giardinetto! Ma non c’era rimedio.

“Addio!”, disse, e corse su, leggera e pura come una bollicina d’aria, at­traverso l’ac­qua. Il sole era appena tramontato, quand’ella levò il capo dal mare; ma tutte le nubi erano an­cora d’oro e rosa; nel pal­lido cielo le stelle della sera luccicavano vi­vide e meravigliose; l’aria era mite e fre­sca; il mare, del tutto calmo. — Una scena paradisiaca — E c’era un grande bastimento a tre alberi, con una sola vela spie­gata, perché non ti­rava un alito di vento; e tutto all’in­giro, sulle sartie e sulle antenne, stavano i marinai. Sonavano e cantavano, e quando calò la sera, accesero centinaia di palloncini co­lorati, sì che sembrava che le ban­diere di tutte le nazioni del mondo ondeggiassero nell’aria. La sirenetta nuotò subito verso la sala della nave, ed ogni volta che il mare la portava su, all’altezza dei fi­ne­strini, poteva vedere, attraverso il cri­stallo nitido e chiaro come spec­chio, molta gente vestita con grande pompa. Ma tra tutti spiccava il gio­vane Principe dagli oc­chi neri. Non poteva avere certo più di se­dici anni; quel giorno era il suo natalizio, ed ecco il perché di tutta quella festa.

Dunque la sirenetta compie quindici anni e il principe ne compie sedici, e c’era una gran festa con fuochi d’artificio, con mu­sica, balli, canti per tutta la notte.

[…] Si era fatto tardi; ma la sirenetta non poteva staccare gli occhi dal bastimento e dal bellissimo Principe. I lampioncini colorati s’erano spenti a bordo, i razzi di fuoco s’erano spenti per l’aria, i cannoni non spa­ravano più; ma c’era un mormorio, un brusio profondo giù nel mare; ed essa si la­sciava portare dall’acqua, beata se poteva dare qualche oc­chiata nella cabina. Il ba­stimento, intanto filava, spiegando ad una ad una le vele. E le onde, a mano a mano, si sollevavano sempre più alte; si avvici­navano certi nuvoloni neri, e in lontananza si vedeva un ba­lenìo di lampi.

Tutto andava a gonfie vele, c’era una grande festa, tutti felici, ma im­provvisamente la tempesta, quando meno te l’aspetti. Tutto tranquillo, tutto bene, tutto a gonfie vele, im­provvisamente la tempesta.

[…] Oh, la tempesta doveva essere terribile! I ma­rinai incominciarono ad ammainare le vele. Il grande bastimento scivo­lava spedito sul mare tempestoso; le onde si alzavano come grandi mon­tagne nere, pronte a rove­sciarsi su­gli alberi; ma, come un cigno, il ba­stimento si tuffava negli avvalla­menti presso le onde smisurate, e poi si lasciava portar su di nuovo. Alla sirenetta pareva un bellissimo giuoco; ma per i marinai la cosa era differente. La nave gemeva e scricchiolava; alla fine i fianchi pode­rosi cedettero al terribile urto, e l’acqua irruppe nel bastimento: l’albero maestro si spezzò in due come un giunco; e la nave rimase coricata sul fianco, mentre l’acqua allagava la stiva. Allora la sirenetta conobbe il pericolo che l’equipaggio correva: ella stessa doveva badar bene a evitare le assi e i rottami della nave che galleggiavano tutt’intorno. Ora il buio era così fitto che non si discer­neva più nulla di nulla; ora i lampi mandavano tale chia­rore che si poteva scorgere benis­simo ogni persona ch’era a bordo. Fra tutti, la sirenetta teneva d’oc­chio il giovane Principe, e quando la nave si squarciò, lo vide cadere in mare. Ne fu tutta contenta, perché finalmente sarebbe venuto giù in fondo con lei. Ma poi ram­mentò che gli umani non vivono nell’acqua, e che prima di arrivare giù, al palazzo di suo padre, egli sarebbe probabilmente morto.

[…] Ella si diede a nuotare, allora, tra i rot­tami e le travi che ricoprivano la superficie dell’acqua, senza nem­meno pensare che una di esse avrebbe potuto ferirla. Si tuf­fava giù giù sotto l’acqua, poi ricompariva di nuovo, e a questo modo poté giun­gere vicino al Principe, il quale poco ormai avrebbe potuto durar a nuo­tare in quel mare burrascoso. Già si sentiva mancare, aveva già chiuso i bellissimi occhi, e sa­rebbe morto di sicuro, se la sirenetta non fosse ve­nuta in suo aiuto. Ella gli sorresse il capo fuor dell’acqua, e lasciò poi che le onde li portassero tutti e due alla deriva.

Questo principe non rie­sce a governare il bastimento e fa naufragio e, se non fosse per la sirenetta, sarebbe bell’e spacciato.

Quando spuntò il giorno, la burra­sca era finita. Della nave, neppure un frammento si vedeva più. Il sole sorgeva rosso infocato fuor dal­l’acqua e pareva che i suoi raggi ri­donassero un po’ di calore e di vita alle gote del Principe; ma gli occhi rimane­vano chiusi. La sirenetta gli baciò la bella fronte ampia, e gli ravviò i capelli bagnati; le pareva ch’ei somigliasse alla statua di marmo del suo giardinetto: lo baciò di nuovo, e sperò che non avesse a morire.

Dinanzi ad essi, stava ora la terra ferma: alte montagne azzurrine, sulle cui vette luc­cicavano candidi nevai, come branchi di ci­gni dor­mienti; e più basso, sulla costa, splendide foreste verdeggianti. Un grande edificio, forse una chiesa o un monastero, sorgeva là presso. Nel giar­dino, che gli si stendeva dinanzi, crescevano aranci e limoni, e grandi palme ondeggiavano al di sopra della cancellata. Dunque, dopo la tempesta…

Pubblico Il sereno.
R.C. Brava, proprio così. E la sirenetta nuotò verso la rupe…

[…] dove l’onda aveva gettato la sabbia più candida; nuotò col bel Principe, e lo de­pose sulla sabbia, avendo cura di tenergli il capo sol­levato contro i raggi del sole caldo. In quella, suonarono tutte le cam­pane del grande edifizio bianco, e molte fanciulle uscirono nel giardino.

Allora la sirenetta si allontana un po’ per vedere quel che accade e, poco dopo, una giovinetta viene pro­prio da quella parte.

[…] Sembrò impaurirsi, ma solo per un mo­mento, e subito corse a chiamare le altre. La sirenetta vide che il Prin­cipe riprendeva i sensi e sorrideva a quelli che gli stavano d’intorno. Ma a lei non diede un sorriso: nemmeno sapeva che era stata lei a sal­varlo.

Pubblico Perché non gliel’ha detto?
R.C. Brava. Perché? Non ha fatto in tempo, perché il principe era sve­nuto.

Ed ella ne fu tutta triste, e quando l’ebbe veduto entrare nel grande edifizio, si tuffò nel mare profondo e tornò al castello del padre suo. Era sempre stata mite e melanconica; tanto più ora. Le sorelle le doman­darono che avesse veduto la prima volta ch’era salita a fior d’acqua; ma nulla ella volle raccontare.

Da quella volta, molte volte, mattino e sera, la sirenetta tornò alla superficie per vedere se per caso ci fosse ancora il principe da quelle parti; ma, ahimè, del principe non c’è più traccia. E quindi lei era sem­pre più triste, “mite e melanconica”. Adesso direb­bero depressa, che le era venuta la depres­sione. Invece no, lei pensava al prin­cipe. È chiaro. E per questo era tri­ste e non si occupava più del suo giardino, ma solamente della statua di marmo che le ricordava il principe.

[…] Alla fine, non poté più durare, e raccontò tutto ad una delle sue so­relle; e così anche le al­tre vennero a risa­perlo. Del resto, nessuno ne udì parola, al­l’infuori di poche altre sirene, che svelarono il segreto alle loro amiche più intime.

Pubblico Così lo sapevano tutti.
R.C. Esatto. E così una di queste sirene sapeva chi era il principe.

[…] Aveva assistito anch’essa alla festa a bordo della nave, e raccontò per filo e per segno di dove venisse e dove fosse il suo regno.

“Vieni sorellina”, dissero le altre Princi­pesse; e si presero tutte per mano e anda­rono su, in lunga fila al luogo dove sapevano ch’era il pa­lazzo del Principe. Il pa­lazzo era co­struito d’una specie di pietra gialla e lucente, con larghe gradinate di marmo, che scendevano sino al mare; lo coronavano splendide cu­pole dorate, e tra i colonnati, tutto in­torno all’edifizio, si ergevano magnifiche statue di marmo, che pare­vano proprio vive.

Dunque un palazzo bellissimo.

[…] E molte sere e molte nottate passò in quelle acque. Nuotava molto più vicino a terra di quello che alcuna delle sue sorelle solesse mai avven­turarsi: anzi, risaliva addirittura lo stretto canale, sotto lo splen­dido ter­razzo di marmo, che proiettava la grande ombra sulle acque; e là se ne stava spiando il giovane Principe, il quale si credeva solo, al chiaro di luna.

[…] Molte volte, la notte, quando i pescatori erano in mare con le torce, sentiva dire un mondo di bene del giovane Principe; ed allora si ral­le­grava di avergli salvato la vita, quand’era abbandonato senza difesa alla furia delle onde; e si rammen­tava com’egli avesse posato tran­quillo il capo sulla spalla di lei, e come teneramente ella l’a­vesse ba­ciato. Ma il Principe non ne sapeva nulla, e nemmeno poteva sognare di lei.

Incominciò ad amare sempre più la razza umana e a desiderare sem­pre più di poter vagare tra coloro che possedevano un mondo, a quanto le pareva, tanto più vasto del suo, perché potevano correre il mare sulle navi, e salire gli alti monti sin al di sopra delle nubi, e le loro terre si sten­devano, per boschi e per campi, ben più lontano di quanto i suoi oc­chi riuscissero a scorgere. Tante cose avrebbe voluto sa­pere… Ma le sorelle non potevano rispon­dere a tutte le sue domande, e perciò ella si rivolgeva alla vecchia nonna: la vecchia conosceva molto bene quel mondo, ch’essa chiamava “i paesi al di sopra dei mari”.

“Se uno non si affoga, — doman­dava la sirenetta: — vive sempre, al­lora? Non si muore lassù, come si muore qui da noi, nel mare?”. “Sì, — rispondeva la vecchia si­gnora: — anch’essi debbono morire; anzi, la loro vita è anche più breve della nostra. Noi possiamo arrivare fino a trecento anni; ma quando cessiamo di esistere qui, siamo tramutate nelle spume vaganti sulla superficie del mare, e non abbiamo nemmeno una tomba, quaggiù, vicino a quelli che amiamo. Noi non abbiamo un’anima im­mortale; non abbiamo altra vita che que­sta, noi, siamo come le verdi alghe marine, le quali, una volta ta­gliate, non rifioriscono più. Gli uomini, invece, hanno un’anima che vive sempre, che continua a vivere an­che quando il corpo è divenuto polvere; e questa va su per l’aria tersa, sino in cielo, in mezzo allo scintillio delle stelle! Come noi ci alziamo dalle acque, sino a contem­plare tutti i paesi della terra, così si levano essi agli ignoti spazii gloriosi, che noi non possiamo mai vedere”. “E perché non fu data anche a noi un’anima immortale? — domandava la sirenetta tutta dolente: — Darei volentieri tutte le centinaia d’anni che ho ancora da vivere, per divenire un essere umano, un giorno soltanto, e per aver la speranza di entrare an­ch’io nel re­gno dei cieli”.

“Non devi pensare a queste cose, replicava la vecchia signora. — Non devi pen­sare a queste cose — Noi ci sentiamo molto più felici e molto migliori de­gli uomini di lassù”. “Mi toccherà dun­que morire, e divenire una spuma del mare, senza più sentire la musica delle onde, senza più vedere i bei fiori ed il sole infuocato? Ma non po­trei far niente io, per con­quistarmi un’anima immortale?”. — Si chiede la sirenetta — “No, rispose la nonna”.

Prima risposta: “No!”. “Ma io po­trei…?”. “No!”. “Ma se…”. “No!”. Però, poi, non è proprio così la fac­cenda.

“Solo se uomo ti amasse tanto che tu divenissi per lui più del padre e della ma­dre; solo se egli si legasse a te con ogni suo pensiero e con tutto il suo amore, e volesse che un sacerdote mettesse la tua mano nella sua con una promessa di fedeltà, per la vita e per tutta l’eternità, allora un’a­nima pari alla sua sarebbe con­cessa al tuo corpo, e tu parteciperesti della felicità umana”.

Non è proprio no, ci sono delle condizioni, c’è una procedura da seguire; non è proprio facile fa­cile, però c’è una eventualità.

“Egli darebbe a te un’anima, ep­pure non perderebbe la sua”.

Perché ci sono anche casi in cui uno dà l’anima a un altro e la perde; invece, in que­sto caso, darebbe un’anima senza perdere la sua.

“Ma questo non può mai accadere. Ciò che da noi, nel mare è reputato bellezza, — la coda di pesce — parrebbe bruttissimo sulla terra. Non se ne intendono, vedi; lassù bi­sogna che uno abbia due grossi trampoli che lo sostengano, per esser giudicato bello”.

Dunque sarebbe possibile, ma è dif­ficilis­simo per una questione este­tica. C’è di mezzo la coda di pesce.

La sirenetta sospirò, guardandosi tri­stemente la coda di pesce.

Dice: “Sarebbe possibile, ma con quel corpo… Con quel corpo no!”.

“Su, su, allegri! — esclamò la vec­chia si­gnora — Balliamo e guizziamo per questi trecent’anni che abbiamo da vivere. Mi par bene che bastino! E tanto meglio ripose­remo poi. Questa sera la corte darà un ballo”.

Dice di non pensarci, che trecento anni sono già una bella soddisfazione, che bisogna acconten­tarsi di quel che si ha e ba­sta, e dice: “Questa sera andiamo a corte che ci sarà un ballo”. È una festa bellissima alla sera, con una sala meravigliosa, con tutti gli invitati migliori e però, dopo un primo momento di distrazione, la sirenetta torna a pen­sare al principe.

[…] Non poteva dimenticare il bel Principe, né il proprio dolore per non avere un’a­nima immortale come quella di lui. Sgusciò fuori dal pa­lazzo di suo padre, e mentre tutto là dentro era gioia e allegria, sedette malinconicamente nel suo giardi­netto. Sentì echeggiare un lungo fi­schio attraverso le acque, e pensò: “Ecco che ora egli salpa forse lassù, nel suo bastimento, il bel Prin­cipe per cui mi struggo, e nella mano del quale vorrei mettere la fe­licità della mia vita. Sono pronta a tutto, pur di conqui­starmi il suo amore ed un’anima immortale. Mentre le mie sorelle danzano nella reggia, andrò dalla strega del mare, che mi faceva sempre tanta paura: chissà se mi può dare consiglio e aiuto”.

A un certo punto la sirenetta, che non può dimenticare il principe, che non può rassegnarsi a non avere un’anima immortale, avendo uno sbarramento da una parte, uno sbarramento dall’altra, un’im­possibilità di qua, e di là, dice: “Vado dalla strega”. Quindi compare la strega.

Allora la sirenetta uscì dal giar­dino e andò al gorgo spumeggiante, dietro al quale abitava la vecchia maga. Non aveva mai fatto quel viaggio. Non crescevano fiori, colà, né erbe marine: solo la grigia sab­bia nuda si stendeva verso la vora­gine, dove l’acqua turbinava rumoreggiando come la ruota d’un molino, strappando giù con sé nell’a­bisso tutto quanto potesse ghermire. — Un viaggio difficilissimo — Per arrivare ai dominii della strega, le toccò attraversare la nebbia che circondava quei vortici tumultuosi, e per un buon tratto non c’era altra via all’infuori di quella che passava sopra la gora di mota bollente, che la strega soleva chia­mare il pantano delle corse. Dietro ad esso era la sua casa, in mezzo a una singolare foresta, di cui tutti gli alberi ed i ce­spugli erano polipi, mezzo animali e mezzo piante. Sembravano serpenti dai cento capi, che crescessero fuor del terreno: tutti i rami erano lun­ghe braccia viscide, con dita flessi­bili come vermi, e tutto si muoveva, tutto brulicava, a parte a parte, dalla radice sino alla più alta vetta; e tutto quello che potevano abbrancare nel­l’acqua, abbran­ca­vano stretto, e non lasciavano andare mai più. — Un posto bruttissimo, sconsigliabile — […] Uomini, ch’eran periti in mare e colati al fondo, sporgevano come bianchi scheletri fuor dalle branche dei po­lipi; ed anche remi e stipi e ossami di ani­mali marini tenevano essi abbrancati, e persino una piccola si­rena, che ave­vano acchiappata e strangolata… e questo sem­brava il più orribile di tutto alla nostra Principessa.

Nonostante questo am­bien­tino, la sirenetta arriva dalla strega, arriva dal consulente, dal suo consulente di fidu­cia. Arriva, e il consulente le dice: “So quello che vuoi”. Non la lascia nemmeno par­lare, sa già quello che vuole. Non ha bisogno, il consulente di fiducia della sirenetta, di ascoltare: sa già, lui sa. Sa quello che lei vuole.

[…] “So quello che vuoi — disse la strega marina: — è stupido, da parte tua, ma sarà fatto a tuo modo, poi­ che altro che sventura non ti ha da portare, mia bella Principessa. Tu vuoi liberarti della tua coda di pesce, ed avere due fusti, come quelli che la gente della terra adopera per camminare, perché il giovane Prin­cipe s’innamori di te, e tu possa ac­quistare un’anima immortale”.

Federica Bietolini Cosa sono i fusti?
R.C. Le gambe. La strega dice: “Ma in­somma, tu sei nata pesce e pesce devi re­stare. Cos’è questa sto­ria che, essendo nata pesce, vuoi tra­sformarti in un’altra cosa?”.

E detto questo, la strega rise forte, di un brutto riso disgustoso, così che il rospo ed i serpenti marini scivola­rono al suolo e là rimasero stri­sciando.

Bello questo “So quello che vuoi”. La strega sa, sa già. Non c’è bisogno di parlare e, infatti, applica alla let­tera questo dettato.

“Vieni giusto in tempo! — disse: — dopo l’alba di domani, non avrei più potuto aiutarti” …

“Lei è veramente fortunata, è arri­vata al momento giusto dalla per­sona giusta. Posso aiutarla, dato che è lei, e che è arrivata questa sera. Già domani, non avrei po­tuto fare più nulla”. È un vero consulente questa strega, sa vendere bene la sua merce.

[…] “Ti preparerò un filtro, — ci penso io! Tu non hai bisogno di fare nulla — e con esso devi nuotare a terra, domani, prima del levar del sole, e sederti a terra, e berlo; allora la tua coda si bipartirà e diventerà quello che la gente chiama “gambe”; ma bada che ti farà male, ti parrà di sentirti trapassare da una spada acutissima. Tutti quelli che ti vedranno, diranno che sei la più bella creatura umana che abbiano mai in­contrato. Serberai l’eleganza del­l’anda­tura e la grazia della danza; nessuna dan­zatrice avrà movenze così leggere, — be­nissimo! Bella, brava, eccellente, ma c’è l’altra faccia — ma a ogni passo che farai, sarà come se tu camminassi su col­telli appuntiti e tutto il tuo sangue avesse a spiccare a goc­cia a goccia. Se vuoi soppor­tare tutto ciò, posso aiutarti”. “Sì…”, disse la sirenetta con la voce che le tremava; e pensò al Principe ed all’a­nima immortale.

“Ma tieni bene a mente questo, — continuò la strega — una volta che tu abbia acqui­stato forma umana, non potrai mai più tornare sirena; non potrai mai più tornare nell’acqua con le tue sorelle, nel castello di tuo padre; e se non ottieni l’amore del Principe, così ch’egli abbia a dimenticare padre e madre per te, e ti dia il suo cuore e l’anima sua, e preghi il sacerdote di congiungere le vostre mani, tu non acquisirai un’anima immortale. La mattina dopo ch’egli avesse sposato un’altra, il cuore ti si spezzerebbe e diverresti spuma del mare”.

Nell’altra faccia c’è la minaccia di morte. Dunque ci sono le due facce: la faccia del positivo, ma subito…

Pubblico La faccia del negativo.
R.C. Esatto, proprio quella. Lei dice: “Può andarti bene e può andarti male”. Quindi, la strega minaccia il pericolo di morte, perché la sirenetta è danzatrice provetta, è bellissima, è bravissima. Che cosa ac­quisisce? Le gambe e il pericolo di morte. Cioè, non vive più tre­cento anni ma, l’indomani mattina del giorno in cui il principe sposasse un’altra, muore. La strega che cosa fa? Le dà le gambe al prezzo di grandi dolori e le garantisce una morte anticipata. Dunque la nonna le dà trecento anni di vita e poi muore; la strega nemmeno quello, a meno che il principe non la sposi.

“Sono disposta a tutto…” — disse la sirenetta — ma era diventata pallida come una morta. — Cioè già lì, prati­camente — “E per giunta devi an­che pagarmi, bada! — È con­sulente, mica lo fa gratis, si fa pagare — disse la strega — né ti chiedo poca cosa”.

Vera professionista, dice: “Devi pagare. Faccio tutto io. Ti garantisco non la riu­scita, ma la morte, e devi pagare”.

“Tu hai la più bella voce di quante siano qui, in fondo al mare; e con codesta voce, ti crederesti forse d’incan­tarlo”.

Dice: “Sarebbe per te cosa di poco conto, canti, e lo conquisti. Bene, la voce no, la voce la dai a me”.

“Invece devi darla a me. La mi­glior cosa che tu abbia devi darmi, in cam­bio del mio filtro pre­zioso! Ti ci debbo mettere il mio sangue,” — nel filtro, lei ci mette il suo san­gue, cioè è professionista in tutto e per tutto — “perché il filtro sia davvero po­tente come una spada a doppio ta­glio”. — Ci deve mettere il suo san­gue — “Ma, se mi togli la voce, — disse la sirenetta — che cosa mi re­sterà?”. “La tua bellezza, — ri­spose la strega — la graziosa andatura, gli occhi che parlano; con essi, ben potrai cattivarti un cuore umano. Hai bell’e per­duto il coraggio, eh? Metti fuori la tua piccola lingua, ch’io la tagli per mio pagamento, ed avrai un filtro possente”. “E sia”, disse la sirenetta. Allora la strega mise al fuoco la pentola per fare bollire il filtro. “La pu­lizia è la prima cosa!”, diss’ella…

Era una strega pulita. La pulizia è la prima cosa. Anche Milosevic dice così: “la pulizia è la prima cosa”. Bisogna pulire l’ambiente dallo sporco. La pulizia è la prima cosa.

…e ripulì la pentola con i serpenti, di cui aveva fatto un grosso grovi­glio a mo’ di cencio; poi si graffiò il petto, e lasciò colare nella pentola il nero suo sangue.

 Il vapore si levava nelle più strane forme, così strane e terribili, che sarebbero bastate quelle a spaventare chi stava a vedere. Ad ogni istante, la strega buttava nella pentola nuovi ingredienti; sì che quando fu a bol­lore, mandava un suono come il pianto di un cocco­drillo. Alla fine, il filtro fu pronto: era chiaro come l’acqua più pura.

“Eccoti servita!” — disse la strega. — E mozzò la lingua alla Principessa; ed ella divenne muta per sempre e non poté mai più cantare né parlare.

Dunque la strega propone alla sirenetta la via facile. Le dice: “Ti dico io come si fa! Fai questo e ti trasformi”. Le consiglia la via facile per trasformarsi in donna. Data la via facile, la sirenetta non può più parlare né cantare. Dunque, questa via facile è in assenza di parola.

“In caso che i polipi ti afferras­sero, quando riattraverserai il mio bosco, — disse la strega — non hai che a spruzzarli con qualche goccia di questo filtro — in soprammercato le dà un altro filtro. Questo dice. Prendi tre e paghi due. Prendi due e paghi uno — e le loro branchie e le dita ca­dranno il mille frantumi”.

Un filtro qui, un filtro lì. È tutto automatico.

Ma la Principessa non ebbe biso­gno di ciò, perché i polipi si tiravano da parte im­pauriti, appena vedevano il liquido fiammeggiante, che brillava tra le sue mani come una stella.

E ritorna al castello del pa­dre con il filtro; penetra nel giardino, coglie un fiore dall’aiuola di cia­scuna delle sue sorelle, manda tanti baci e parte verso la dimora del prin­cipe. Dice addio per sempre alla nonna, al padre, alle sorelle.

Padre, questo, che, occorre dire, non com­pare mai nella fiaba; non c’è. C’è all’inizio, perché la fiaba inizia così, che, lontano lontano, c’era il palazzo di questo re del mare che era allora vedovo. Basta. C’è un re ve­dovo, c’è una nonna e c’è una strega. E parte.

[…] Il sole non era ancora levato, quando ella scorse il palazzo del Principe e salì lo splendido scalone di marmo. La luna man­dava un me­raviglioso chiarore. La sirenetta be­vette il filtro, che bruciava come il fuoco, e le sembrò che una spada a due tagli le trapassasse il corpo de­licato: si sentì mancare, e rimase lì come morta. Quando riprese i sensi, il sole era già alto sul mare, ed ella provò un dolore acutis­simo. Ma per l’appunto in quel momento, si vide dinanzi il bel Principe, che la fissava con i suoi occhioni neri come il car­bone, ed ella abbassò i suoi. Si avvide allora che la coda di pesce era sparita — trasformazione avvenuta, senza bisogno di niente se non del filtro — e che ella aveva invece i più bei piedini, che mai fanciulla al mondo abbia potuto desiderare. Ma non aveva vesti, e perciò si avvolse nei lunghi capelli. Il Principe le do­mandò come fosse giunta colà, ed ella lo guardò con dolcezza, ma molto tristemente, con i cupi occhi azzurri, perché…

Pubblico Non poteva parlare.
R.C. Bravissima! Proprio così: non po­teva parlare.

[…] Allora egli la prese per mano e la con­dusse nel castello. Ogni passo che muo­veva era, la strega l’aveva predetto, come se camminasse sugli aghi o sui coltelli appuntiti, ma sop­portava volentieri la sua tortura. Camminava alla destra del Prin­cipe; leggera come una bolla di sapone, e tutti rimanevano attoniti per la gra­zia fles­suosa de’ suoi movimenti.

La sirenetta viene intro­dotta a corte, dove le ven­gono dati dei ve­stiti e dove sente le altre schiave cantare, e lei sa che potrebbe cantare molto meglio. Ma non può, né il principe sa che lei ha rinunciato a tutto questo per lui.

Eh, lui non lo sa! Il principe le vuole bene, la tiene sempre vicino sé. Lei dorme in un cuscino fuori della sua camera. Le era molto affe­zionato, ma non gli era mai pas­sato per il capo di farla sua moglie.

[…] e pure, bisognava che ella dive­nisse sua moglie per acquistare un’anima immortale; altrimenti, la mattina del matrimonio di lui avrebbe dovuto struggersi in spuma sul mare.

E la sirenetta, per un verso, è soddisfatta perché è vicino al suo principe e si giova della sua vista, però pensa.

[…] “Ah, egli non sa che io, invece, gli ho salvato la vita!”, pensava la sirenetta: “Io l’ho portato sulle acque sino alla spiaggia dove sorge il Tempio; e sono stata lì, nascosta tra la spuma, spiando se qualcuno venisse; ed ho veduto la bellissima fan­ciulla che egli ama più di me…”.

Perché il principe si ricordava di avere vi­sto una bella fanciulla, appena aveva aperto gli occhi, e pensava che quella l’avesse salvato, e quella lui avrebbe sposato. Solo quella, quella che l’aveva salvato. Quindi il prin­cipe è innamorato della fanciulla che l’ha salvato e quella sposerà. Dice che solo quella può sposare, quella che l’ha salvato.

A un certo punto, anche il principe cresce e il re suo padre dice che deve prendere mo­glie, e gli annuncia che deve fare un viaggio per recarsi nel paese vicino per vedere la bella principessa di quel paese che egli do­veva sposare.

[…] “Debbo fare questo viaggio — egli le aveva detto — debbo vedere que­sta bella Principessa: i miei genitori lo desiderano, ma non intendono però costringermi a sposarla. Né io, d’altra parte, la posso amare. Non somiglia come te alla bella fanciulla del Tempio. Se dovessi scegliermi una sposa, piutto­sto sceglierei te, mia cara trovatella, mia povera mutina dagli occhi che parlano”.

Per il prin­cipe lei era trovatella, per di più era muta e non aveva discendenza re­gale. Partono, arrivano a questo paese e, anche lì, la gente è in festa, perché arriva il principe. Però la principessa non è lì ad attenderli, perché era andata al tempio.

Cos’era andata a fare al tempio la prin­cipessa? Era in educazione in un sacro tempio, dove apprendeva tutte le virtù regali. La principessa non beveva filtri; seguiva il suo itinerario, di forma­zione, di educa­zione, per acquisire le virtù regali. La principessa non se­guiva la via facile.

Pubblico Seguiva la via diffi­cile.
R.C. Seguiva la via della forma­zione, del­l’educazione, dell’acquisi­zione; l’itinerario per acquisire le virtù regali.

Dunque, arriva, dopo un po’. La sirenetta era ansiosa di vedere la bel­lezza di questa principessa, e fu co­stretta ad ammettere che era bella davvero.

[…] Una più graziosa apparizione non le era mai accaduto di vedere. La carnagione della Principessa era bianca e pura e dietro le lunghe ci­glia sorridevano due occhi sin­ceri, di un bell’azzurro cupo.

Il principe la vede, resta anche lui colpito, e dice:

“Voi siete la damigella che mi salvò, quando giacevo come morto sulla spiaggia!”.

Era proprio la ragazza che aveva visto sulla spiaggia dopo che la sirenetta l’aveva salvato e che era divenuta principessa in età di matri­monio.

[…] e si strinse al petto la giovane sposa che si era fatta rossa rossa. “Oh, son troppo, troppo felice! — gridò alla sirenetta: — La mia più cara speranza si è avverata. Tu ti rallegrerai certo della mia felicità tu, che mi sei più devota di tutti!”. E la sirenetta gli baciò la mano: le sembrava già che il cuore le si spez­zasse, perché la mattina delle nozze doveva portarle la morte, e tramutarla in una lieve spuma di mare.

Le nozze sono annunciate e vengono preparate, entrambi salgono sul basti­mento che li porterà nel pa­lazzo del prin­cipe per le nozze.

[…] Era l’ultima sera in cui respirava l’aria ch’egli respirava, in cui con­templava il cielo stellato e il mare profondo: l’aspet­tava la notte eterna, senza pensiero e senza visioni, per­ché non aveva anima né poteva più acquistarla.

Improvvisamente per la sirenetta è la fine, non c’è più scampo, mentre a bordo del bastimento tutti erano gioiosi, in alle­gria e si danzava.

[…] Il Principe ba­ciava la sua sposa ed ella gli accarezzava i capelli, neri come ala di corvo; poi si presero per mano ed andarono a riposare sotto lo splendido baldacchino.

Dunque, il principe e la principessa vanno a riposare.

A bordo tutto tacque; il pilota sol­tanto rimase al timone, e la Sirenetta appoggiò le bianche braccia alla sponda, e si diede a guardare verso l’oriente, dove l’alba stava per spuntare, l’alba che col primo suo raggio, ella purtroppo lo sapeva, — lo sa­peva — l’avrebbe uccisa.

Cecilia Maurantonio Però il principe non si era ancora sposato con la princi­pessa.
R.C. Era l’ultima notte.

Allora vide alzarsi sui flutti le sue so­relle: erano pallide come lei, né i lunghi capelli ondeggiavano più al vento… I loro bei capelli erano stati tagliati.

Anche loro avevano ritenuto utile andare dal professionista, per una consulenza, e il professionista li aveva tenuti in pagamento.

“Li abbiamo dati alla strega per poterti venire in aiuto, affinché tu non muoia que­sta notte. Essa ci ha dato un coltello: eccolo qui! Vedi com’è affilato? Prima che spunti il sole, devi immergerlo nel cuore del Principe; e quando il sangue caldo cadrà sui tuoi piedi, essi si riuniranno di nuovo, tramutandosi in coda di pesce, e tu ritornerai sirena, tornerai con noi, e vivrai i tuoi tre­cento anni…”

È il cerchio della gnosi che si chiude: dal sangue e dalla sua economia al ritorno con il sangue al punto di partenza. Dal sangue della strega al sangue del principe si compie l’economia del sangue, che deve sancire la genealogia della sirenetta: pesce sei e pesce ritornerai. Secondo la profe­zia della nonna: “…e vivrai i tuoi trecento anni, prima di divenire morta spuma salata sulla cresta delle onde”. Animo! O lui, o te…”. Il duello: o lui, o te. Alternativa esclusiva, mors tua, vita mea. L’affrontamento. Siamo proprio nella gnosi, nel duello, nel duello gladiatorio.

[…] “Uno dei due ha da morire prima dello spuntar del sole”.

La strega ribadisce il mes­saggio di morte che sta alla punta della via fa­cile. Questa è la certezza che sta alla punta della via facile: o tu o lui, o tu o io, o io o lui. Alternativa esclusiva.

“La nostra vecchia nonna si di­spera tanto che suoi bianchi capelli son tutti ca­duti, — sono caduti anche i capelli della nonna — come cad­dero i nostri sotto le forbici della strega. Uccidi il Principe e torna con noi!”.

Qual è il prezzo per rientrare nella fa­miglia?

Pubblico Uccidere il principe.
R.C. Uccidere il principe. O morire o uccidere il principe. E si tratta co­munque di morire, perché dopo tre­cento anni muore, solo che è una morte dilazionata, rimandata.

“Presto! Non vedi quella zona rossa nel cielo? Tra pochi minuti il sole sorgerà, e tu dovrai morire”. E con un profondo sospiro scompar­vero sott’acqua.

A questo punto, la sirenetta deve deci­dere.

Scostò la tenda del baldacchino, e vide la bellissima sposa, che dormiva col capo sulla spalla del Principe.

I danesi non andavano tanto per il sot­tile. Quando era promessa, era promessa e dormivano assieme, non è come in altre parti.

C.M. Dormivano.
R.C. Dormivano assieme, nello stesso letto.

Si chinò e lo baciò in fronte, e guardò su al cielo, dove l’aurora si accendeva d’un rosso sempre più in­tenso; poi guardò il coltello affi­lato, e fissò di nuovo gli occhi nel Principe, che nel sonno mormorava il nome della sposa. Ella sola stava in cima ai suoi pensieri… Il coltello tremò nella mano della sirenetta: ma subito ella lo gettò lungi da sé, nelle onde, che si tinsero di rosso dove andò a cadere; e gli spruzzi che rim­balzarono parvero gocciole di san­gue. Ella guardò un’altra volta il Principe, con gli occhi che già si oscuravano… Poi si gettò dalla sponda del bastimento nel mare, dove sentì il suo corpo tutto dissol­versi in candida spuma. In quel mo­mento, il sole sorse fuor dall’acqua. I raggi caddero col soave tepore sulla fredda spuma del mare, e la sirenetta non sentì per nulla la morte.

Non sentì per nulla la morte. Allora, muore o non muore? Non sentì per nulla la morte.

Vide una gloria di sole, e sopra di lei un fluttuare di mille splendide forme eteree. Le scorgeva tra le bianche vele del bastimento e le nubi infuocate del cielo: il loro linguag­gio era melodia, melodia così spiri­tuale che nessun orecchio umano avrebbe potuto udirla, come nessun occhio umano poteva veder quelle forme che, senz’ali, volavano per l’aria. La sirenetta s’avvide di es­sere divenuta simile ad esse, e con esse s’alzava sempre più alto fuor dalla sua spuma.

“Dove vado?”, domandò.

A questo punto la sirenetta si chiede “Dove vado?”. Non sa già, non sa più dove, non sa più cosa ac­cadrà. “Dove vado?”.

E la sua voce risonò come la voce di quegli altri esseri, così spirituale che nes­suna musica terrena avrebbe potuto starle a paragone.

Quindi ha riacquisito la voce.

“Dalle figlie dell’aria!”, risposero le al­tre. — Ecco, si trattava delle fi­glie dell’aria — Le sirene non hanno anima immortale e non pos­sono acquistarla se non otte­nendo l’amore di un mortale: la loro vita eterna è sottomessa alla potestà al­trui. Le figlie dell’aria non hanno, nemmeno esse, anima immortale: ma possono guadagnar­sela con le buone opere.

E quali sono le buone opere della morale danese?

“Voliamo nei paesi caldi, dove la greve aria pestilenziale uccide gli uomini, e vi portiamo la nostra fre­scura. Spargiamo nell’aria le fra­granze dei fiori, ed appor­tiamo ri­storo e salute. Quando ci siamo in­gegnate per trecento anni” — anche qui ci sono trecento anni, ma tre­cento anni di opere che si ingegnano a fare — “di fare tutto il bene che pos­siamo, ci è concessa un’anima immortale, ed abbiamo parte nella felicità eterna degli uomini. Tu, po­vera sirenetta, ti sei studiata con tutto il cuore di giungere il fine, dietro al quale noi pure ci strug­giamo; hai penato e sopportato: per la tua bontà sei assurta al mondo degli spiriti; e di qui a tre­cent’anni, potrai avere anche tu un’anima im­mortale”.

Ora qui dopo i trecento anni non c’è più la scadenza della morte, c’è un’altra even­tualità, l’eventualità dell’anima immortale.

La sirenetta alzò gli occhi sneb­biati verso il sole di Dio, e per la prima volta, li sentì riempirsi di la­crime.

Sul bastimento eran tornati la vita ed il frastuono. Ella vide il Principe e la sua sposa, che la cerca­vano dappertutto: poi guardavano triste­mente la spuma iridata, come se sapessero che la sirenetta s’era gettata nel mare. Invisibile, ella ba­ciò la fronte della sposa, alitò leg­germente sul volto del Principe e poi salì con le altre figlie dell’aria sulle ro­see nubi fluttuanti per l’etere.

“Da qui a trecent’anni, voleremo tutte così in Para­diso. E può darsi che ci arriviamo anche prima! — mormorò una figlia dell’aria: — e come? — Sempre invisibili, noi visitiamo le case degli uomini dove ci sono bambini, e per ogni giorno in cui troviamo un bam­bino buono, che dà conforto al babbo e alla mamma e merita il loro affetto, il nostro tempo di prova ci viene un po’ abbreviato. I bambini non ci vedono volare per la stanza; ma quando sorridiamo di gioia, perché uno è buono, ci viene condonato un anno dei nostri tre­cento; quando, invece, vediamo un bambino cattivo, che fa le bizze, piangiamo dal dispiacere, ed ogni la­crima è un giorno di più, che si aggiunge al nostro purgatorio”.

E così termina la fiaba della Sirenetta, la sirenetta che, dunque, puntava all’immor­talità. Qual era la questione della sirenetta? Qual è? Come divenire immortale.

Una questione essenziale, ossia come non essere soggetti alla morte, soggetti della morte, come non es­sere soggetti del male, della morte e delle loro rappresentazioni. Come divenire immortale. Questione quindi del dispositivo per l’immor­talità, del di­spositivo o dei disposi­tivi per giungere al compimento di questo progetto, che non è a portata di mano e che presup­pone una traversata.

Che cosa si frappone al compimento di questo progetto? Innanzi tutto si frappone la via facile, che presuppone dunque l’assenza di dispositivo, l’assenza di itinerario, l’as­senza di traversata, ma l’automaticismo: un filtro, e la cosa è fatta. Basta un filtro, basta un patto con il diavolo o un patto con dio e la cosa è fatta. Ma è fatta in nome di che cosa? In nome della morte.

Ora, l’epi­logo della fiaba indica che la sirenetta non muore, non avendo seguito la via facile. Certamente la fiaba può essere letta secondo la morale, la morale danese in questo caso, secondo una morale gnostica, una morale di puri­ficazione; la morale che fa dire a Marcello, nell’Amleto: “C’è qualcosa di marcio nel regno di Danimarca”, in nome del quale si tratte­rebbe di abolire il marcio, di fare pu­lizia, di espiare la colpa per compiere l’economia del male e della morte; oppure possiamo leggerla secondo i termini della parola, secondo la logica della parola. In questo modo possiamo constatare che, ap­punto, la sirenetta non muore, non si lascia andare alla via facile, non si lascia andare alla fantasia della via facile, che sorge quando? Quando, abolita la madre, sorge la sua anfibo­logia.

Tolta la madre — il re del mare era vedovo — in assenza di madre, sorge l’anfibologia della mamma: la mamma buona o la mamma cattiva, la mamma po­sitiva o la mamma ne­gativa. Ecco la nonna e ecco la strega. Anfibologia della mamma che si situa tuttavia nella stessa fan­tasma­tica della fine del tempo, per­ché è solo con il mito della madre che il tempo non finisce, che le cose sono infinite, che l’Altro non rientra nell’anfibologia del positivo o del negativo, amico o nemico, ma è Altro. Per cui non c’è conoscenza del de­stino, non c’è conoscenza delle cose, non so già cosa ac­cadrà e, non sapendo già, si tratta d’istituire quei dispositivi perché il progetto giunga a compimento.

Si tratta qui della questione femminile, per la sirenetta, e dell’infinito in cui si si­tua. Questione femminile o, se vo­gliamo dire, anche que­stione dell’immortalità, questione dell’in­finito, questione della dissipazione della padronanza sul tempo e dunque della dissipazione dell’idea di fine; ossia di un itine­rario in cui la questione è quella dell’im­mortale, del senza fine, dell’infinito e non del colpo di mamma, della mannaia, della fine delle cose.

Perché la nonna dice: “Trecento e poi basta”, la strega dice: “O lui o te”. Entrambe confermano la fine, che c’è fine e che si tratta di mante­nere il cerchio della genealogia, lì dove l’istanza è quella della traversata, del viaggio, del divenire, del­l’impresa. Si tratta, nella sirenetta, dell’im­presa di dive­nire immortale. E allora chi è la sposa del principe? Chi è la sposa del principe?

Viviana Panizzo La sirenetta.
R.C. Ma certo! Esatto! Proprio così! È la sirenetta. È semplice. La sirenetta è la sposa del principe, in quanto non più sog­getta alla morte, non più soggetto dell’al­ternativa esclusiva, non più soggetto della mi­naccia di morte, non più figlia della strega, non più “figlia di”; non più dedita alla via facile per evi­tare la morte, perché così, ciò che si vuole evitare è ciò che trova con­ferma e consacrazione a ogni passo. La sirenetta non crede più nella via facile, non crede più nella fine del tempo, non ha bisogno di uccidere il principe, perché diviene sposa del principe in un itinera­rio di edu­cazione e di formazione, e d’acquisizione delle virtù regali, senza più filtri né pozioni.
Pubblico E l’altra chi è allora?
R.C. Quale altra?
Pubblico Quella che sposa il principe.
R.C. È la sirenetta, ve l’ha detto Viviana. Viviana ci ha precisato che la sirenetta è la sposa del principe.

Si tratta esattamente degli im­pedimenti posti al pro­getto di divenire immortali da parte della fantasia di fine del tempo, della fantasia cioè che le cose possono essere positive o negative, che quindi le cose debbano essere giudicate secondo l’alternativa esclusiva: o bene o male, o sì o no. Che, poi, è sempre no. La dicotomia fra il bene e il male com­porta sempre il male. È chiaro qui! Comporta sempre la morte e sempre il male. Una volta accettate l’idea del negativo, l’idea del male e l’idea della fine, sono accettate per sempre.

È questa la questione. Se non c’è il dispositivo intellet­tuale, se non c’è l’itinerario di formazione, di educazione, di insegnamento, l’itinerario di assoluzione della sostanza, il male, la morte, il negativo sono accettati per sem­pre e ogni cosa di­venta allora negativa, ogni cosa di­venta orientata verso il negativo, ogni cosa ha al suo termine la fine; magari una fine dolce, una fine “accettabile”, ma sempre fine. È solo at­traverso la non accettazione intellettuale della morte che la pa­dronanza sul tempo, quest’idea del negativo, si dissipa, ma occorre fare l’itinerario di assoluzione. Non già il cer­chio, l’economia della morte nella sua circo­larità, attraverso filtri, pozioni e di nuovo pozioni e filtri per un ritorno a un punto di par­tenza: si tratta di divenire immortale, possiamo anche dire divenire intel­lettuale.

V.P. Ma lei lo trova svenuto…
R.C. Lei lo trova…
V.P. …sulla spiaggia. Lo dice solo alle sue sorelle.
R.C. Certo.
V.P. Perché era un segreto delle tre so­relle.
R.C. Non era un segreto, lei lo racconta. Anche questo è un dettaglio importante: non c’è segreto. Per di­venire immortale, nel divenire im­mortale, nell’itinerario, non c’è il segreto. L’idea del segreto, come l’idea del fatto, come idea della conoscenza da mantenere, sorge ap­punto con l’idea di fine, perché si tratta di conoscere la fine e il suo segreto. Il segreto è sempre il se­greto sulla morte. Il segreto è il se­greto di mamma, è il segreto della sessualità, è il se­greto della morte, il segreto che non c’è; è il segreto che è creduto esserci a condizione di credere nella fine, perché allora si tratte­rebbe della conoscenza della fine.
Questo è il segreto di mamma. Tutto quello che mamma non vi ha detto, o che vi ha detto, è questo. La conoscenza sarebbe conoscenza della morte per sapere farne l’economia, cioè per vivere della morte giorno per giorno.
E è questo che ac­cade alla sirenetta nella sua econo­mia dell’itinerario: vive giorno per giorno sulla punta di coltelli e con dolori vivacissimi, con pensieri di morte, dove ogni giorno è il giorno della fine. È questa la genealogia.
Questi sono alcuni aspetti, ma ce ne possono essere degli altri. Ci sono do­mande, notazioni?
C.M. Praticamente, la do­manda della sirenetta s’instaura nel momento in cui lei non accetta la morte, quindi non muore in quanto non si uccide e non uc­cide. È quello il momento in cui lei inaugura, mette in gioco, avvia effettivamente una ricerca, senza sapere cosa effettiva­mente potesse compor­tare il conse­guimento della sua istanza.
R.C. Esatto. Qui si tratta di distin­guere tra l’apparato e il dispositivo. L’apparato è mortifero per defini­zione, nel senso che l’apparato è un appa­rato finito, è un apparato dove l’infinito è negato: c’è un inizio e c’è una fine. Questa è la logica dell’apparato, dunque nell’appa­rato c’è la conoscenza, professionale, con­fessionale, gnostica, la cono­scenza delle cose. Non c’è bisogno di parlare, non c’è bisogno di ascol­tare. La nonna conosce il destino della nipote, cioè della figlia; la strega conosce ciò che lei vuole, co­nosce anche il suo destino.
C.M. L’altra cosa interessante è che, ap­punto, secondo questa cono­scenza, e quindi secondo la prescrizione o il divieto della cono­scenza, si accetta tutta una casistica di sof­ferenza.
R.C. Esatto. Da questa presunzione di conoscenza sorge la prescrizione a un di­vieto.
C.M. Ma è disposta anche, come dice lei, a accettare queste soffe­renze, perché conosciute, perché si conoscono.
R.C. Chiaro!
C.M. Cioè l’assurdo, al limite, sa­rebbe questo: “Ti sentirai tagliare in due”, ecce­tera, eccetera, tutte le va­rie sensazioni, tutte le calamità che le accadranno, perché rientrano nella casistica, quindi confermano il sa­pere, la conoscenza, quanto poi effettivamente è prescritto. Mentre, come dice lei, nel momento in cui si dice “non avvertì la morte”, lei ha sottolineato quel passo, non si ac­corge, non sente la morte; è il mo­mento in cui forse s’inaugura ap­punto l’assenza di sostanza, in­somma, non c’è più lo psicofarmaco come droga prescritta.
E poi, mi pa­reva che si ponesse un’altra que­stione con questa fiaba o, meglio, chiedo anche conferma a lei, perché mi interessa la let­tura di questo passo, come questione dello sguardo, cioè come il principe identifica… Lei ha detto: “Lui è innamorato”, cioè cerca chi lo ha salvato, però non la vede. Come dire, pone la questione dell’originario, della salvezza, e la questione della seconda volta, del ri­nascimento. Però non vede lei e, effettivamente, non vede neanche quella principessa che gli è andata incontro sulla spiaggia; per cui quello che deve avvenire esige anche che il principe si metta in moto. Cioè anche il principe ha fatto un suo tra­gitto, si è mosso, in quanto lui non sapeva neanche…
R.C. Ma qui il principe non fa una gran bella figura.
C.M. Sì. La questione non è se lui faccia una bella o una brutta figura.
R.C. Il principe è un po’ bamba. Va per mare e fa naufragio, dev’essere salvato, poi apre gli occhi e scambia la prima che vede con quella che l’ha salvato.
C.M. Ma il fatto non è che lui scambia. È che ancora le cose de­vono divenire, non so come dire.
R.C. Sì. Questo principe non si trova in un dispositivo, ancora…
C.M. Ma qui c’è una seconda volta.
R.C. Questo principe indica una sorta di tripartizione della sposa. Lui dice che può sposare solamente chi lo salva, chi l’ha salvato, poi la più bella e, poi, chi ancora? Quale altra caratteristica ha la sposa del prin­cipe?
Pubblico Quella per cui dimen­tica il padre e la madre.
R.C. Brava! Esatto. Per cui c’è una que­stione d’immortalità.  Anche questo è un dettaglio che è ulterior­mente da leggere e da esplorare. È interessante certamente, per­ché c’è una dissipazione della genealogia. Il principe si sposa quando non è più figlio del re, figlio di papà, e così la sposa del principe, così la sirenetta, che a un certo punto se ne va, perché non è più figlia di mamma e di papà. Perché, fino a che è figlia di mamma, è soggetta a cre­dere nella via facile e a credere nella mamma buona e nella mamma cattiva, nella nonna e nella strega, cioè nell’anfibologia della mamma. C’è nello statuto della sposa la questione dell’immortalità, questo dice la fiaba della Sirenetta.
Qui non si tratta dell’immortalità me­tafisica, cioè non si tratta di leggerla secondo la morale danese o la mo­rale di Andersen, nel compiacimento moralistico: si tratta del­l’immor­talità pragmatica. Ossia, di che cosa si tratta? Di quello statuto indispensabile per fare, dello statuto indispensabile all’impresa. Immortalità pragmatica relativa a che cosa? Che quel che si fa, le cose che si fanno, non finiscono, non sono soggette all’algebra del positivo e del negativo, non rappresen­tano né il bene né il male, non sono soggette a fare l’eco­nomia del nega­tivo e della morte. Cioè, non c’è patto possibile con il diavolo, ma si tratta del patto per la vita, che pro­cede dalla scommessa, dal­l’assoluto, dall’immortalità, perché, fino a che c’è la cre­denza che domani la cosa finisce, non c’è nessuna impresa, non c’è nessun disposi­tivo, nulla incomincia.
V.P. Ma le tre sorelle non volevano dirlo all’angelo.
R.C. Le tre sorelle sono sei.
V.P. Io avevo capito tre.
R.C. Invece sono sei.
V.P. Ma delle sei sorelle, però, una era la maga che aveva salvato il prin­cipe e l’aveva tro­vato, e le altre so­relle non lo sapevano prima, ma lo sapevano dopo, perché lei l’aveva detto dopo. E il principe sposerà quella che l’aveva salvato.
R.C. Esatto.
V.P. E non si uccidono, tutti e due.
R.C. Nessuno viene ucciso, infatti. Perciò è una bella fiaba. Che cosa ti preoc­cupava?
Barbara Valerio Il tradimento della so­rella la preoccupava.
V.P. No!
B.V. Sì, perché ci filava sopra.
R.C. Che ci fosse un segreto, l’idea di un possibile segreto. Il segreto che non c’è: non c’è segreto. Questo è importante, non c’è segreto, perché l’idea del segreto è sempre l’idea della fine, è l’idea che altri conosca la fine.
L’idea di segreto è l’idea intorno alla fine e che ci sia chi conosca la fine e il modo per evitarla. Ora, questo in­nesca il cerchio della soggettività, cioè della consacrazione della fine in ogni atto, gesto, pensiero, in ogni istante.
Marina Nives Pojani La storia della Sirenetta di Disney è differente.
R.C. Eh, lo so, ma noi abbiamo letto il testo della Sirenetta di Andersen, perché non c’è la Sirenetta vera e quella meno vera, c’è un testo, e noi abbiamo letto que­sto testo. Noi leggiamo questo testo, per­ché sicuramente viene prima della Sirenetta di Disney. Non è Andersen che si è ispirato a Disney ma, casomai, è Disney che si è ispirato a Andersen e ha purgato, se­condo la morale puritana, ciò che a suo parere andava purgato. Ma noi che non purghiamo, leggiamo e traiamo la lezione della lettura.
B.V. Ma vale anche questa inter­preta­zione?
R.C. Un momento, che concluda la si­gnora.
M.N.P. Non ho capito la storia della mo­rale danese.
R.C. Forse perché lei vi partecipa?
M.N.P. No, ma… non l’ho capita. A me viene in mente invece l’idea della reli­gione cattolica, cioè la questione di quando la sirenetta muore, si dice che muore, e poi lei ha detto: “È morta o non è morta?”, perché…
R.C. Non muore. Abbiamo visto che non muore.
M.N.P. Quando ha detto che la sirenetta non sentì più nulla…
R.C. No, no, “non sentì per nulla la morte”. Questo adesso andrebbe ve­rificato nella lingua danese, perché questa è una traduzione. Non sap­piamo se è proprio “non sentì per nulla la morte”, oppure se non morì… Comunque, qui, dice: “non sentì per nulla la morte”, dunque non muore.
M.N.P. È come dire “non le sembrò di mo­rire”?
R.C. Qualcosa di più.
M.N.P. Non è come un passaggio?
Pubblico Dalla vita alla morte.
R.C. Ecco, questa è gnosi, è la credenza gnostica, è la cre­denza nella morte, che vi sia pas­saggio, e si tratta di fare l’economia del passaggio. Questa è l’economia danese, pure.
M.N.P. Io dico passaggio nel senso di un qualcosa che… cioè per chi crede che ci sia la morte e, invece, c’è un proseguimento. Non c’è la morte, in apparenza la morte c’è…
R.C. Come in apparenza? Non c’è né in apparenza né in non apparenza.
M.N.P. In apparenza, nel senso che uno chiude gli occhi e non si muove più. Capito?
R.C. No. Questo mi pare un po’ sul sentiero di Cappuccetto Rosso, siamo ancora nel bosco di Cappuccetto Rosso.
M.N.P. Beh, insomma, ne parlo al­lora in altra sede.
R.C. Va bene. Allora Barbara Valerio aveva una domanda.
B.V. Io volevo fare un inciso, su­perfi­ciale forse, e poi volevo chie­derle una cosa a proposito del se­greto, che il segreto è sempre il se­greto sulla fine. È quello che lega all’i­nizio il rapporto psicanalista-paziente? Cioè, che il paziente crede sempre che lo psicanalista sappia, abbia un segreto, che potrebbe dirgli come va a finire?
R.C. Questa può essere una fanta­sma­tica, certamente, per cui sorge una do­manda. È propriamente ciò che si dissipa immediatamente nel­l’esperienza analitica. Quindi non è ciò che lega, è ciò che si dis­sipa, la prima cosa che si dissipa se c’è analisi. Se non c’è analisi, non si dissipa mai e allora riproduce il teatrino familiare domestico.
B.V. Poi volevo chiedere: lei non ha ac­cennato al fatto che c’è una trasformazione, cioè c’è il passaggio da una razza a un’altra razza, in que­sta favola; mi sembra sia una caratteristica delle leggende nordiche il rite­nere che ci siano degli animali che sono un po’ animali e un po’ uomini.
R.C. Sì, qui c’è il mondo di sopra e il mondo di sotto; c’è un’anfibologia del den­tro e del fuori, del sopra e del sotto, certo. Anche questi sono altri elementi da considerare, però noi possiamo leggerli nel senso non della conferma di questa anfibologia, ma dell’integrazione. Dunque non c’è opposizione tra il mondo di sopra e il mondo di sotto: sopra e sotto non sono alternativa esclusiva l’uno del­l’altro, ma sono ossimoro.
B.V. Però il passaggio costa soffe­renza.
R.C. Un momento. Non c’è pas­saggio dal mondo di sopra al mondo di sotto e non c’è nemmeno soffe­renza, se non nella soggettività, nella credenza della via facile. Bisogna distinguere.
B.V. È una fantasia.
R.C. Eh, certo.
B.V. Ma le fantasie nascono dal nulla? Le paure nascono dal nulla?
R.C. No. Le fantasie, certo, si arti­colano stagliandosi sul nulla, certa­mente.
B.V. Ma le paure non nascono dal nulla, nascono da qualcosa che hai dentro.
R.C. La paura procede propria­mente dalla dicotomia, cioè assegnando e attribuendo un segno alle cose, facendo sì che ogni cosa partecipi all’eco­nomia del positivo o del negativo. Allora interviene la paura, perché il male viene posto dinanzi. Se sopra-sotto o dentro-fuori o positivo-nega­tivo anziché costituire ossimoro, quindi ciò da cui le cose procedono per qualificarsi, vengono divisi e vengono fatti diventare segni del positivo o del negativo, even­tua­lità, attributi delle cose, allora, sorge la paura.
Non so se è chiaro. Se positivo-negativo, anziché costituire una diade, diventano un’alternativa, lì sorge la paura, perché positivo-negativo non sono una coppia di opposti, sono una diade, cioè indicano una logica diadica non esclusiva, dove si tratta del dentro-fuori, del sopra-sotto, del positivo-negativo e non già del o dentro o fuori, o posi­tivo o negativo, o sopra o sotto, cioè non possono essere scissi.
B.V. Le nostre prime percezioni fisiche sono diadiche, come fame, sazietà, bene, dolore e piacere, sonno, veglia; noi ci formiamo un po’ su questi opposti.
R.C. Perché la spiegazione che viene fornita ricalca questi presup­posti aristote­lici, ma non è che sia la percezione a essere aristotelica; è l’educazione che viene data che è aristotelica.
Qui bisogna comin­ciare a distinguere, perché noi possiamo leggere questo testo in modo non aristote­lico e troviamo un messaggio molto interes­sante, assolutamente non morale, con un valore educativo assoluto; mentre, se lo leggiamo aristotelicamente, noi abbiamo una mo­rale del negativo e del positivo, ovvero una morale del pericolo.
Non so tra le due cose quale sia più interes­sante, anzi, ri­tengo di potere indicare che c’è un modo più interessante di quello aristotelico, dove cioè il pericolo della fine è sancito, è dato per sicuro. La signora voleva fare una domanda, mi pare. La signora si chiama?
Maria Pia Sforza Maria Pia Sforza. Temo che la mia domanda sia di tipo aristotelico, cioè non interessante. La mia interpretazione intuitiva era stata subito questa: che all’immortalità e quindi alla libertà, alla fe­licità, chiamiamola anche come nome non nel suo senso banale, si arriva, si può arrivare non attraverso la subordinazione a un altro, subordinando il proprio destino, le proprie scelte, la propria crescita, la pro­pria promo­zione morale alla scelta di un al­tro. In questo caso è il principe. Lei, at­tra­verso lui, attraverso il fatto che lui la prenda come sposa, può arrivare poi all’immortalità e quindi fa di tutto per se­guire questa strada.
Invece lei, a un certo punto, capisce che l’immortalità se la deve conqui­stare da sola e lo fa nel momento in cui sceglie un sacrificio, di un appa­rente bene qual è la vita, pur di non commettere un atto assolutamente ingiusto che è la morte dell’altro, cioè l’uccisione del prin­cipe. In quel momento lei capisce davvero che cos’è l’immortalità e la libertà, fa la scelta della vera libertà. Io avevo capito così.
R.C. Questo è un dettaglio interes­sante, molto interessante. Si tratta di leggerlo ul­teriormente, perché noi non abbiamo oggi effettivamente analizzato il principe. Lo statuto del principe lo abbiamo solo sfio­rato e l’abbiamo considerato solo per l’a­spetto della via facile.
M.P.S. Mi sembra molto banale il prin­cipe e terribilmente riduttivo.
R.C. Apparentemente, a prima vi­sta. Però, come lei dice, costituisce un punto che anche causa l’itinerario, quindi in que­sto senso…
M.P.S. Sì, ma è una meta sbagliata, cioè lei sbaglia meta.
R.C. Non è detto, non lo sap­piamo.
M.P.S. Nella sua aspirazione verso l’immortalità, lei prende una devia­zione, mi pare.
R.C. Non lo sappiamo. Dobbiamo leg­gere ulteriormente questo detta­glio, proprio tenendo conto di quello che lei dice, che è un aspetto inte­ressante, e quindi lo consi­deriamo la volta prossima.

[ ↑ ]

I cigni selvatici

Ruggero Chinaglia Lei ha letto la fiaba di oggi?
Barbara Valerio Mi dice qual è? È Il gatto con gli stivali?
R.C. No, oggi leggiamo I cigni selvatici.
B.V. È quella dei sette fratelli?
R.C. No, dei cigni, i cigni selva­tici; è la fiaba dei cigni selvatici. Sono undici. Non dei sette fratelli, ma degli undici cigni. Non l’ha letta?
B.V. Ma se è quella dei fratelli trasfor­mati in cigni, sì, l’ho letta.
R.C. Sì, ma sono undici. Se sono sette è un’altra fiaba. L’ha letta, per oggi?
B.V. L’ho letta da bambina.
R.C. Tanto tempo fa! L’ha letta o gliel’hanno raccontata?
B.V. No, l’ho letta.
R.C. Quindi ne ricorda qualcosa.
B.V. Ricordo che mi ero turbata, almeno mi aveva colpito.
R.C. Certo. Sarebbe stato interes­sante leggerla per oggi.
B.V. La rileggerò.
R.C. No, non la rilegga. La legga. E chi l’ha letta, invece, questa fiaba? Lei l’ha letta? Lei si chiama?
Carmela Tardi Tardi Carmela.
R.C. Carmela Tardi. Lei dice che è Tardi o è Carmela?
C.T. Né l’uno né l’altro.
R.C. Né l’uno né l’altro! E chi è allora lei? Se non è né Tardi né Carmela, chi è?
C.T. In questo momento sono tutte e due, quindi…
R.C. Lei, l’ha letta?
C.T. In un’edizione riveduta…
R.C. E che cosa era stato purgato?
C.T. Non so, perché non l’ho letta nella versione originale.
R.C. Non l’ha incuriosita questa ver­sione per bambini? Era interes­sante capire che cosa è stato giudi­cato non adatto ai bambini. E quelle precedenti, le aveva lette?
C.T. Sempre in versioni rivedute.
R.C. Non è andata a rileggerle?
C.T. No, perché bene o male le sa­pevo.
R.C. Bene o male.
C.T. Un po’ a memoria.
R.C. Non è andata a verificare se c’era qualche dettaglio ulteriore da scorgere dopo la lettura che ne ab­biamo fatto qui?
C.T. Eh, no.
R.C. Lei insegna?
C.T. No.
R.C. Cosa fa?
C.T. L’infermiera.
R.C. Dove, in ospedale?
C.T. In clinica pediatrica.
R.C. E lì, in clinica pediatrica, si raccon­tano le fiabe ai bambini?
C.T. Io non racconto fiabe. Nel la­voro che faccio, cerco di farli lavo­rare con l’immaginazione.
R.C. Racconta delle storie?
C.T. Non sono storie, sono imma­gini reali da fare vivere ai bambini, per distrarre la loro mente da quello che è l’ambiente circostante, per distrarre la loro coscienza dal male, dal disagio…
R.C. Certo. La lettura che stiamo facendo di queste fiabe come la trova?
C.T. Devo ancora entrare.
R.C. Deve ancora entrare! È an­cora fuori?
C.T. Con un piede dentro e uno fuori.
R.C. È sulla soglia.
C.T. Sì. È la mia prima espe­rienza…
R.C. Certo. Bene. Allora, chi è che ha letto per oggi questa fiaba? Nessuno? Ah, Riccardo Banzato, buongiorno!
Riccardo Banzato Io non ho letto la fiaba, ma ho letto qualcosa perti­nente con una questione che era stata sollevata in un intervento durante la lettura e il commento della fiaba precedente, La sirenetta.
R.C. Sì, La sirenetta.
R.B. Mi sembra che ci fosse un perso­naggio che non era stato oppor­tunamente descritto nella fiaba. Mi sembra proprio sia da leggere così, mi corregga se sbaglio: ricordo che lei avesse evidenziato pro­prio questo fatto, che il personaggio, il principe, pure non avendo una configurazione pre­cisa nell’ambito della fiaba e non partecipando, perlomeno a livello verbale, nell’ambito della configura­zione fiabesca, poteva avere tuttavia dei significati. Io ho letto qualcosa, molto superficialmente tra l’altro, sulla fi­gura del principe nelle fiabe.
R.C. Nelle fiabe?
R.B. Nelle fiabe. Praticamente non è un racconto, spiritualmente, per quanto ri­guarda il principe in quanto tale, anche per­ché le fiabe sono tra loro abbastanza diffe­renziate sul piano argomentativo; ma, guar­dando, cioè dando una scorsa a un dizionario, perché ci sono anche di­zionari di fiabe, c’erano delle confi­gurazioni critiche che ri­guardavano la fre­quenza delle azioni com­piute dai principi nelle fiabe, e la fre­quenza delle azioni […].

Così l’ho letto, senza approfon­dirlo, an­che perché non avevo tempo. Però l’ho trovato interessante, non tanto per quanto concerne la fi­gura del principe, in quanto tale, ma, come l’ha suggerito giustamente lei, per il fatto che il principe sembra non ap­parire quasi, almeno dal punto di vista dell’eloquio, della parola, nell’ambito della fiaba mede­sima. Il fatto che lei avesse detto che poteva avere un significato ab­bastanza portante […] per quanto riguarda il principe, a prescindere dalla sua parteci­pazione nell’ambito della fiaba, mi ha dato l’input per proseguire questo tipo di let­tura. Ho trovato e ho dato un’occhiata a un testo che evidenziava, appunto, come ho detto prima, le funzioni particolari che esercita un principe nell’ambito delle fiabe, le funzioni più frequenti. Se vuole, gliene leggo alcune.

R.C. Quindi è una statistica sui principi nelle fiabe.
R.B. Io credo sia una statistica dal punto di vista dell’azione, delle fun­zioni; non è proprio una statistica, è una funzione particolare che compie il principe nell’ambito delle fiabe. Comunque, la critica di per sé non mi interesserebbe, ma nella somma­toria delle funzioni, delle particola­rità, critiche o non critiche, che indi­cano le azioni del principe nell’am­bito delle fiabe o dei rac­conti, si può configurare una struttura che, nel­l’ambito delle azioni compiute dal prin­cipe, sommate alle azioni com­piute dalle al­tre persone, si può con­figurare come una struttura generale della fiaba. Struttura generale della fiaba che, tra l’altro, per quanto ri­guarda il discorso, ma so che a lei la pa­rola discorso non piace, occorre­rebbe tro­vare un altro termine…

R.C. No, no, perché non dovrebbe pia­cermi?
R.B. […] discorso come dicotomia. Era un’impressione che avevo ricavato dalle lezioni che aveva fatto l’anno scorso dove avevo partecipato, per cui mi sembrava che il discorso fosse un po’ diffe­renziato dalla parola. Comunque, a prescin­dere da questo, ho trovato che il più noto autore che aveva a cuore, che s’interessava della struttura della fiaba, è Propp, un russo, che ha scritto appunto La morfologia della fiaba, in cui configura le varie situazioni che si possono trovare nella fiaba stessa e ne analizza la struttura.

R.C. Certo.
R.B. È uno strutturalista, però non strut­turalista dal punto di vista fran­cofono per­ché appunto Levy-Strauss, noto padre, non dico neanche padre, cioè uno di quelli che ha più influen­zato il sintagma proprio in termini di strutturalismo, l’aveva pro­spettato dal punto di vista dello strutturali­smo stesso. Propp gli ha risposto praticamente dicendogli che la sua condizione di strutturalismo, ormai, è la condizione di struttura che c’era praticamente nella scuola russa; scuola russa che aveva una configu­razione strutturale abbastanza forte prima della rivoluzione di ottobre, poi a causa di motivi storici e anche ideologici, questa ricerca sulla strut­tura è stata un po’ rallentata.

R.C. Chiaro. Noi cerchiamo di an­dare ol­tre la concezione di una strut­tura generale della fiaba e di co­gliere, invece, la struttura della pa­rola; quindi non una struttura gene­rale della parola, o del discorso, o della fiaba, o della paren­tela, o delle cose, ma di cogliere la logica e la struttura che c’è nell’atto, nella parola che inter­viene nel­l’atto.
R.B. In ef­fetti, le azioni compiute dal principe, con più frequenza, sono degli atti o dei non atti, che possono avere anche valore im­plicativo in particolare dal punto di vista semantico; quindi per cono­scere più o meno a grandi linee l’atto com­piuto da un personaggio speci­fico di una fiaba, o da vari perso­naggi specifici di una fiaba, può es­sere anche utile, per me, per conoscerne un po’ la struttura; ma, attra­verso la struttura o anche elimi­nando la struttura, una volta che se ne è configurata la struttura, cono­scere qual è, praticamente, — siccome lei ha usato il termine di struttura originaria — il motivo per cui quel personag­gio reagisce in quel modo; però, prima di saperlo, evidente­mente bisogna sapere cosa fa nei vari particolari. Anche riducendo il discorso all’azione del principe e della principessa, o di altri tipi di personaggi, anche riducendoli, cioè analizzandoli o perlomeno esploran­doli al di fuori della struttura gene­rale, si può successivamente capire per prima cosa la funzione; la fun­zione, a sua volta, può successiva­mente fare capire in modo migliore la configura­zione della favola in generale, in Propp. Mi ero fermato sulla questione del principe proprio per­ché mi sembrava una funzione man­cante, anche se in realtà le azioni della sirenetta, della strega e degli altri personaggi ruotano tutte quante intorno al prin­cipe. E questo non è un caso, perché al principe, a pre­scindere dalla terminologia medioe­vale che viene usata, attiene la fun­zione di leader. Attraverso la lea­dership e attraverso la sua premi­nenza dal punto di vista della leadership, che è una leadership abbastanza creativa, anche se non si espli­cita sempre chiaramente, si può tentare di capire quelle che sono le azioni successive che il principe dà ai personaggi stessi, per­sonaggi che si alternano, che interagiscono, nel­l’ambito della fiaba. Ho notato, negli esempi delle azioni compiute dai principi che appaiono con più fre­quenza nelle varie fiabe, che c’è una linea, potrei anche dire una linea di demarcazione, differenziata a livello di nazionalità. Per esempio nell’am­bito delle fiabe italiane, che parados­sal­mente sono le meno conosciute, c’è una configurazione di principe che non è certo la configurazione che c’era, anche se ci possono essere dei tratti in comune, nei paesi anglo­sassoni o la funzione del prin­cipe che c’era nei paesi ricchi. Parlo di fiabe italiane. C’è una questione: che la maggior parte delle fiabe italiane vengono cono­sciute soltanto, più o meno, nell’ambito delle campagne, nei paesi sperduti, oppure nelle ri­cerche di qualche antropologo o di qualche persona che s’interessa del campo specifico, mentre le fiabe più conosciute sono fiabe, praticamente, che sono state utilizzate dai media, attraverso la carta stampata, cartoni animati, varie configura­zioni infor­matiche, attraverso le quali…

R.C. Può fare un esempio di fiaba ita­liana cui si riferisce?
R.B. Non rispondo direttamente. Per esempio, c’è una situazione nella quale tre principi vanno alla ricerca della piuma di un uccello, di un gri­fone, o dell’acqua, per po­tere guarire il padre malato. Questa fun­zione è presente in parecchie fiabe regio­nali, sono: Il cavallo magico, Il sorve­gliante, Il nano, Il re di Napoli, L’acqua della Babilonia perduta, La scomparsa di Babilonia, Le penne del pavone, La penna dell’uccello riccione, La penna dell’uccello riccione (un’altra fiaba che non è la stessa, anche se è omonima dal punto di vista terminologico), infine Un re sordo. Sono fiabe che io per­lomeno non conosco, però che fanno parte della nostra cultura, anche se è stata una cultura popolare, popolare­sca, fiabe praticamente sommerse da quelle che sono le fiabe trasmesse dai media.

R.C. Certo, sono le fiabe regionali, che trovano il loro materiale nelle leggende re­gionali locali.
R.B. Ma perché le altre fiabe sono così diffuse, mentre le nostre, le fiabe regionali, quindi le fiabe na­zionali, non sono così dif­fuse? L’ipotesi può essere che chi possiede i media possiede anche la possibilità di diffondere la fiaba […].

R.C. Questo interroga sulle conse­guenze di un certo uso della televi­sione, perché è chiaro che queste fiabe un tempo erano invece molto note, perché erano tramandate oral­mente e erano la materia del rac­conto. È chiaro che nel momento in cui il racconto è sostituito dal televi­sore, allora il riferi­mento diventa un altro.

R.B. Cambia il media, cambia il messag­gio.
R.C. Certo. Però è interessante fare un’esplorazione del materiale di cia­scuna fiaba, mantenendo tuttavia lo speci­fico che ciascuna fiaba comporta, perché il principe, nella fiaba della Sirenetta, non è lo stesso principe della fiaba di Biancaneve. E invece, attuare questa “generalizzazione” delle azioni…

R.B. Delle azioni forse no, ma della funzione di leadership, che è una funzione di potere, di dominio.
R.C. Bisogna fare atten­zione a non compiere una lettura e un’in­terpretazione ideo­logica del testo. Importa la lettura del dettaglio, di ciascun dettaglio che il testo offre; è più interessante, per­ché così dà modo d’intendere l’a­spetto clinico di ciascun dettaglio, in quanto quella che lei chiama “l’azione” merita di venire qualifi­cata. L’azione non è da confon­dere con l’atto. Atto di parola e azione non sono la stessa cosa. Allora, l’azione è l’azione del perso­naggio? O è un’altra cosa?

R.B. Può essere l’elucubrazione mentale dello scrittore.
R.C. Quindi, l’elucubrazione sarebbe la conse­guenza della logica di quel det­taglio, della combinazione di quei dati; è qualcosa di partico­lare, che non può venire ge­neralizzata e estrapolata per soddisfare un luogo comune. In molti casi, la lettura delle fiabe, così come la lettura di altri testi, ha dato l’oppor­tunità di estrapo­lare una morale, cioè una sorta di insegnamento che dovrebbe valere quale fine di quel te­sto, quale buon uso di quel testo. Invece, si tratta di interrogare la lo­gica del testo, senza affrettarsi a tra­durlo in una morale.
R.B. Non è facile, perché mi è sembrato di potere capire dalle diverse re­dazioni con cui sono state criticate le favole che, a seconda dello scrivente, dello scrit­tore, del­l’affabulatore o dell’affabulatrice, ci sono sempre continuamente delle diffe­renze, delle differenziazioni e è difficile an­che arrivare a un giudizio.
Per esempio, per quanto riguarda la fiaba della Sirenetta, qualche det­taglio po­teva indurre a pensare che la fiaba fosse molto antica; dico que­sto a motivo del fatto, per esempio, che la sirenetta, alla fine, quando viene meno, si tra­sforma, s’ingloba, c’è una metabole: nel­l’ambito della sua trasformazione diventa quasi parte delle stesse forze della natura, una specie di animismo, che effettivamente è una traccia di una mentalità precristiana. Nell’ambito infatti delle culture scandinave l’animismo, che era molto legato allo scia­manesimo, po­teva dare questo tipo di interpreta­zione: l’uomo o la persona che viene meno, o la donna, in questo caso, che ritorna a fare parte di quella che è la natura, ritorna alla natura; è una interpretazione completamente diversa da quella che c’era nella escatologia cristiana.
R.C. Ecco, teniamo conto che Andersen è autore radicalmente re­ligioso.
R.B. Può essere religioso, però può es­sere anche non cristiano, qui è chiaramente animistico e forse lui non se ne rendeva neanche conto.
R.C. Certamente. Qui si tratta proprio d’indagare la differenza tra religiosità e re­ligione, la differenza quindi tra la testualità e l’interpreta­zione ideologica o religiosa di un testo. Mi pare che lei abbia puntua­liz­zato molto bene. È proprio su questo che si appunta questa lettura, che indaga sul te­sto, sulla sua logica, sulla sua struttura, non per inglobarlo in un genere, ma per coglierne il messaggio e intendere lungo quali procedure, lungo quali dettagli, il messaggio giunga a qualificarsi, e quale sia. Ben differentemente dalla morale che dalla fiaba ma­gari può essere stata tratta.
R.B. Io penso che la morale sia un ele­mento successivo all’inventio della fiaba.
R.C. Ma certamente. Bravissimo. La morale è istituita dal commento, dai com­mentatori, ossia dagli ideo­logi che devono recuperare la fiaba all’interno di una moda­lità, quindi all’interno anche di una finalità, di un utilizzo. È chiaro che la fiaba nel suo sorgere, nel suo isti­tuirsi, è assolutamente lontana dall’essere finalizzata a qual­cosa, com’è ciascuna fan­tasia, il cui fine, eventualmente, è quello di ap­prodare alla sua qualifica, e dunque di dissipare ciò per cui la fantasia stessa sorge. E fin qui abbiamo visto qualche traccia di questo nelle fiabe che abbiamo letto, cioè che sorgono come fantasia di pa­dronanza per poi giungere invece a vanifi­care questa esigenza, questa sorta di necessità di padroneggiare qualcosa. È proprio questo il carattere discriminante tra la morale della fiaba — che mantiene questa presunzione che ci sia qualcosa da pa­droneggiare e addirittura da conoscere prima, per porre un sapere fondante l’azione — e la lettura con il suo messaggio, che ov­via­mente non parte da un sapere co­stituito, ma approda a un sapere inedito, alla novità, approda a qualcosa che sta nel testo, e che prima non c’era e restituisce il testo come altro. Questa è la lettura da cui pro­cede l’indicazione, l’orientamento, l’intervento, come orientamento clinico, come intervento cli­nico, che tiene conto delle istanze dell’atto, delle istanze di quel dettaglio e non di una presupposta morale che do­vrebbe esserci già come fondamento, cui il det­taglio si deve riportare e si deve attenere.
Da una parte, allora, abbiamo il “codice di comportamento”, la via già tracciata che deve essere per così dire ripercorsa, perché è già tracciata e, dall’altra, si tratta della via che s’istituisce lì per lì, al limite anche da inventare, non solo da percorrere. È da percorrere inventandola.
Mi pare che sia stata assolutamente preziosa la sua precisazione.
R.B. Non è molto interessante tanto la favola, quanto proprio la configurazione e i messaggi; però, in questo caso, partendo dal generale e arrivando ai particolari, quasi smon­tando la fiaba, vengono a galla dei messaggi che precedentemente, leg­gendo la favola nel suo complesso, non venivano chiaramente eviden­ziati.
R.C. Esatto. La questione è ancora più radicale, nel senso che il com­plesso, la fiaba nel suo complesso, non c’è; non c’è, se non c’è la morale di riferimento, perché noi della fiaba abbiamo il testo che procede parola per parola, frase per frase, dettaglio per dettaglio. Questo noi leggiamo, non la fiaba nel suo complesso. Come si fa a leg­gerla nel suo com­plesso, se la leggiamo man mano? È leggendola che intendiamo qual­cosa, non nel suo complesso, ma proprio dettaglio per dettaglio.
R.B. C’è una questione, però: cia­scun enunciato implica un enunciato successivo e così via, e ciascun enunciato può condizionare la com­prensione dell’enunciato successivo, per cui si finisce per crearsi un’im­magine falsata della fiaba.
R.C. Verifichiamo se è proprio così.
R.B. È una possibilità […].
R.C. Allora verifichiamo se in questo caso si pone questo pericolo, oppure se non ci sia nessun pericolo. A ipostatizzare il pericolo è sempre la morale.
R.B. Comunque io non ho detto che si tratta di un pericolo.
R.C. Ecco, bene. Allora ci adden­triamo oggi in quest’altra fiaba di Hans Cristian Andersen, I cigni selvatici, dove troviamo Elisa.

Lontano da qui, là dove si recano le rondini quando qui abbiamo l’in­verno, vi era un re, che aveva undici figli e una figlia, Elisa.
Pubblico Undici maschi e una femmina
R.C. Esatto. Quindi erano dodici. Erano undici figli maschi e una fi­glia, Elisa.
Gli undici fratelli, che erano prin­cipi, andavano a scuola con la stella sul petto e la sciabola al fianco; — erano le insegne principesche, la stella e la sciabola — scri­vevano su una lavagna d’oro con una punta di diamante e sapevano recitare tanto bene a memoria quanto senza; si sentiva subito che erano principi. La so­rella Elisa stava seduta su un pic­colo sga­bello fatto di specchi e aveva un libro illu­strato che era co­stato la metà del regno. Oh, questi bambini stavano tanto bene, ma es­sere sempre così, non doveva!

Il padre, che era il re di tutto il paese, sposò una regina cattiva, che non era af­fatto buona con i poveri bambini.

Già qui abbiamo l’impostazione di rife­rimento. Il padre sposò una re­gina cattiva.

Fin dal primo giorno, se ne resero perfet­tamente conto.

I bambini, fin dal primo giorno, si resero conto che la regina era cat­tiva.

Dappertutto al castello si faceva festa — dunque c’è il castello, c’è il padre, la re­gina, i bambini, dappertutto c’è festa — e i bambini, così, giocavano ad avere ospiti; — nel castello i bambini giocavano — ma, invece di dare loro tutti i dolci e tutte le mele al forno che potevano man­giare, la regina diede loro solamente un po’ di sabbia in una tazza da tè, dicendo che potevano fare finta che fosse altra cosa. La settimana dopo — questo, i primi giorni, in cui è arri­vata la regina — mandò la sorellina Elisa in campagna da alcuni contadini e non passò molto tempo che fece credere al re — la regina — tante di quelle cose sui poveri principi, che egli non si interessò più a loro.

Questa è l’ambientazione, è l’ambiente in cui incomincia la fiaba. È im­portantissimo. Questa ambientazione è es­senziale per lo svolgimento della fiaba. Se così non fosse, non ci sarebbe questa fiaba. Allora, questi principi, che sono qui in questo ambiente, non possono es­sere gli stessi di un’altra fiaba dove c’è un altro ambiente; non sono gli stessi principi, non possono esserlo, perché questi principi sono così qui e non sono gli stessi di un’altra fiaba, di un’altra storia, perché non è lo stesso ambiente, non è lo stesso ambito, non ci sono le stesse caratteristiche che ci sono qui; sono que­ste caratteristiche, presunte, a dare corso alla fiaba. È importante questo, perché qui c’è il padre, c’è la regina, ci sono i bambini, ci sono i fra­telli, c’è la sorellina, c’è il castello, ma non c’è la madre. In questo apparato fantastico non c’è la madre, ma c’è la regina cattiva, dunque c’è l’altra madre, la regina cattiva.

Pubblico C’è l’altra faccia.

R.C. Esatto. C’è già l’altra faccia. Brava! Che cosa accade in un apparato dove non c’è la madre? Sentiamo. Accade che la regina cat­tiva dice cose per cui il re non si in­teressa più ai figli.

“Volatevene via, per il mondo e ca­vatevela da soli! — disse la cattiva re­gina — Volate via come grandi uc­celli senza voce!”.

Senza voce! Questo è un dettaglio non secondario. Poi vediamo che quest’aspetto della voce ritorna nel corso della fiaba. Senza voce! Come accade che qual­cuno debba o possa perdere la voce? In se­guito a che cosa qualcuno può perdere la voce? Eppure accade. Improvvisamente, tizio si sveglia al mattino e non ha più la voce. Capita spesso. Dice: “Mah, ho preso un colpo d’aria, non ho più voce. Sarà stato un colpo d’aria”. Qui, propone un’altra possibilità, non dovuta al colpo d’aria ma al colpo di mamma.

“Volatevene via per il mondo e ca­vate­vela da soli! Via, come grandi uccelli senza voce!”, disse la cattiva regina, ma non riu­scì a fare tanto male quanto avrebbe desi­derato.

Quindi la regina desidera il male, vuole il male per i principi, per i fra­telli.

I principi diventarono undici splendidi cigni selvatici.

C’è una maledizione, che comporta il “senza voce”, la maledizione con cui, im­provvisamente, i fratelli diventano animali.

I principi diventarono undici splendidi cigni selvatici. Con uno strano grido vola­rono via dalle fi­ne­stre del castello sorvo­lando il parco e il bosco.

Così accade durante la notte. Perché…

 Era ancora mattina molto presto quando passarono vicino alla casa dove la sorella Elisa stava dor­mendo nel salotto del contadino.

Dunque Elisa è cacciata già dal ca­stello, dorme nel salotto del conta­dino e, quando si sveglia, si trova in questa situazione: che i fratelli non ci sono più e sono diventati uccelli senza voce.

Si librarono sopra il tetto, girando il lungo collo e battendo le ali, ma nessuno li sentì né li vide; dovevano continuare, in alto verso le nuvole, lontano nel vasto mondo, volarono in mezzo ad un grande bosco scuro che si estendeva fino alla spiaggia. La povera piccola Elisa stava nella casa del contadino a giocare con una foglia verde, non aveva altri giocattoli; e fece un buco nella fo­glia, attraverso il buco, guardò in alto verso il sole e le sembrò allora di vedere — che cosa? — gli occhi limpidi dei suoi fratelli e ogni volta che i raggi del sole brillavano sulla sua guan­cia, pensava a tutti i loro baci.

Quindi la fiaba si apre con una de­scri­zione che sembra paradisiaca: ci sono i principi che vanno a scuola, la sciabola, la stella, la punta di dia­mante, la lavagna d’oro. Bravissimi! Dicono a memoria la re­citazione, il re nel castello, la sorella aveva lo sgabello, il libro. Magnifico! Quasi un paradiso. Ma non può essere un paradiso senza la madre. Cosa di­venta il paradiso tolta la madre?

Pubblico L’inferno.
R.C. Adesso, non lo sappiamo, stiamo leggendo, però abbiamo questi dati.

I giorni passavano, uno identico all’altro. Quando il vento soffiava tra le grandi siepi di rose intorno alla casa allora sussurrava alle rose: “Chi può essere più bello di voi?”, ma le rose scossero la testa di­cendo: “Elisa”. E quando la vec­chia signora la domenica stava se­duta sulla porta a leggere il libro dei salmi allora il vento voltava le pa­gine e diceva al libro: “Chi può es­sere più devoto di te?”. “Elisa!”, disse il libro dei salmi e quello che dissero le rose e il libro dei salmi era la pura ve­rità.

Pura verità. Dunque c’è una verità pura e, se ce n’è una pura, potrebbe essercene an­che una impura?

Quando ebbe quindici anni — nella mito­logia nordica, quindici anni è una data im­portante — Elisa dovette tornare a casa.

Era stata mandata lì a cre­scere, però a quindici anni deve tornare a casa.

E quando la regina vide quanto era bella, provò per lei rabbia e odio; l’a­vrebbe trasformata volen­tieri in un cigno selvatico — aveva il pallino, questa regina, di trasformare in cigno — come i fratelli, ma non osò farlo in un primo momento, per­ché il re desiderava vedere la figlia.

Il re desidera vedere la figlia. Forse che il re ama la figlia? Non sap­piamo, però desi­derava vederla.

La mattina presto la regina andò nella stanza da bagno, che era co­struita in marmo e ornata di morbidi cuscini e di tappezzerie meravigliose, e prese tre rospi, li baciò e disse ad uno di loro: “mettiti sulla testa di Elisa quando si farà il bagno in modo che lei diventi indolente come te! Mettiti sulla sua fronte, — disse all’altro — in modo che possa diven­tare brutta come te, così ché suo padre non la riconosca! Riposati vi­cino al suo cuore, — sussurrò al terzo — fa sì che abbia un’anima così cat­tiva da farla soffrire!”.

Qui interviene un altro animale fanta­stico: il rospo, che può anche fare diventare negativo quel che è positivo. A questo serve l’animale anfibologico, a trasformare in ne­ga­tivo quel che è positivo, a circolarizzare le cose.

Poi mise i tre rospi nell’acqua lim­pida, la quale prese subito un colore verdastro — l’acqua è limpida, ma ci mette il rospo. E, subito, viene contaminata, diventa su­bito uno schifo — chiamò Elisa, la spogliò e la fece scen­dere nell’acqua e mentre lei si immergeva, uno dei rospi si mise nei suoi capelli, l’al­tro sulla sua fronte e il terzo sul petto, ma Elisa non sem­brò accorgersene per niente; appena si alzò, tre papaveri rossi galleg­gia­rono nell’acqua; se gli animali non fos­sero stati velenosi e baciati dalla strega, si sarebbero trasformati in rose rosse, tutta­via si tramutarono in fiori, stando così sulla sua testa e vicino al suo cuore; Elisa era troppo devota e innocente perché la magia potesse avere effetto su di lei.

Quindi, non su chiunque può avere ef­fetto la magia. Questo la dice lunga sui fratelli, che invece ven­gono trasformati in cigni. I fratelli sì, Elisa no. Come mai? Forse, questi fratelli non erano così devoti, così innocenti. Su di loro la magia ha ef­fetto. Su Elisa no. Prendiamo nota di questo dettaglio e lo appuntiamo. Vediamo poi come intenderlo.

Quando la regina cattiva vide questo, la spalmò di succo di noce in modo che di­ventasse completa­mente di colore marrone scuro, le strofinò il bel viso con una po­mata puzzolente e fece sì che le si scompi­gliassero i capelli; non era possibile rico­noscere la bella Elisa. — Quindi non c’è più riconoscimento — Quando dunque suo padre la vide, si spaventò profondamente e disse che quella non era sua figlia.

E cominciano i guai, i veri guai co­minciano adesso: il padre non ri­conosce la figlia. Non c’è ricono­scimento da parte del padre, il quale si spaventa pure, la vede e si spaventa.

In generale, nessuno poté ricono­scerla, tranne il cane da guardia — il cane la riconosce. Dicevamo qualcosa sugli animali fantastici e sugli animali do­mestici, qualche le­zione fa, e sulla funzione dell’ani­male domestico, in particolare del cane. Il cane la riconosce, fa, per così dire, la funzione del padre, fa le veci di padre questo cane, che la riconosce — e le rondini, ma quelli erano animali poveri e non avevano voce in capi­tolo.

Anche loro senza voce. Allora, a questo punto della storia, a questo punto della scena, la povera Elisa, è diventata povera anche lei.

Allora la povera Elisa pianse pensando ai suoi undici fratelli che erano tutti via.

È povera a questo punto: non ha più i fratelli, non ha più il padre, la madre non l’ha mai avuta. È proprio il soggetto della povertà.

Addolorata, uscì piano piano dal ca­stello, camminò per l’intera gior­nata at­traverso campi e pantani per poi entrare nel bosco.

Tolta la madre, tolto il padre, tolto il fi­glio, non c’è più nessun orienta­mento. Vaga, per entrare nel bosco.

Non sapeva dove era diretta…

Non c’è più nessuna direzione, nessun dispositivo, nessun contesto. Vaga e en­tra nel bosco; nel bosco, cioè proprio nell’assenza totale di di­rezione, di orienta­mento, di indicazione, di dispositivo.

Non sapeva dove era diretta, ma provò tanto dolore e tanta nostalgia dei fratelli, anche loro probabil­mente, erano stati cacciati via dal castello come lei, ella avrebbe cercato di ritrovarli.

Ecco la fantasia della cacciata, la cac­ciata dal paradiso. Come avviene la cac­ciata dal paradiso? Per quale combina­zione di cose? Qui, è indi­cato con una certa chiarezza. Elisa esce dal castello, non viene cacciata, ma pensa che anche i fratelli siano stati probabilmente cacciati, anche loro come lei, ma lei esce dal castello perché è addo­lorata. È un altro dettaglio su cui appuntare l’attenzione e poi verifi­cheremo anche que­sto.

Era stata poco nel bosco quando venne la notte; aveva smarrito com­pletamente la strada e il sentiero.

Era nello smarrimento totale, senza pa­dre, senza madre, senza fratelli, senza casa, senza direzione. Nel bo­sco, senza strada e senza sentiero.

Allora si sdraiò sul morbido mu­schio, recitò la sua preghiera della sera e ap­poggiò la testa contro un ceppo. Tutto era così tranquillo, l’a­ria era tanto mite, e qua e là sul­l’erba e sul muschio, brillavano più di cento lucciole come un fuoco verde; quando con la mano toccò uno dei rami, gli insetti lucenti caddero giù su di lei come stelle ca­denti.

Tutta la notte sognò i fratelli; giocavano di nuovo, come bambini, scri­vendo con la punta di diamante sulla lava­gna d’oro e leggendo il bel libro illustrato che era costato mezzo regno; ma sulla la­vagna non scrivevano più, come un tempo, sol­tanto cerchi e aste, no, scrivevano le imprese più temerarie da loro compiute, tutto quello che avevano visto e vissuto; e nel libro illustrato tutto era animato, gli uccelli canta­vano e gli uomini uscivano dal libro parlando ad Elisa e ai suoi fratelli, ma quando lei girava pagina, salta­vano di nuovo dentro per non creare disordine nelle immagini.

Quando si svegliò, il sole era già molto alto; in realtà non lo poteva vedere, i grandi alberi spiegavano i loro rami in una rete densa e fitta, nella quale i raggi giocavano come un velo d’oro portato dal vento.

[…] Sentiva lo scroscio dell’ac­qua che sguazzava, in quanto vi erano molte sorgenti che confluivano tutte in un laghetto che aveva il fondo di sabbia più splendido.

E, dunque, guidata dai rumori del bosco, arriva al lago, dalle acque limpidissime. Lì, entra nell’acqua e, appena entra nell’acqua, si specchia.

[…] Appena vide il proprio viso si spa­ventò terribilmente, tanto era mar­rone e brutto, ma quando bagnò la sua manina e si stro­finò gli occhi e la fronte, la pelle bianca tra­sparì di nuovo, allora si tolse tutti i vestiti per andare nell’acqua fresca; una figlia di re più bella di lei non esi­steva in questo mondo.

Qui è curiosa una certa adiacenza con un altro mito, se vi ricordate, di cui abbiamo parlato qualche volta, il mito di Ajasé.

Questo mito giappo­nese, detto anche il mito del per­dono, racconta che la regina, avendo saputo da un vecchio indovino che il figlio che sarebbe nato avrebbe cau­sato la sua vecchiaia e la sua bruttezza, dato che lei era molto bella, quindi l’avrebbe deturpata, decide di ucciderlo, però, quando nasce, non lo uccide. Ajasé non viene ucciso. Quando viene a sapere che la madre voleva ucciderlo, si ricopre di pia­ghe, di croste e puzza, puzza moltissimo, emana un odore intollerabile, per cui nessuno riesce a stragli vi­cino e rischia di morire. La madre va a curarlo, sola­mente la madre affronta quella vista schifosa, quell’odore nauseabondo e lo cura. Allora Ajasé per­dona la madre, la madre perdona Ajasé e Ajasé guarisce. È curiosa l’adia­cenza tra questa fiaba danese e que­sto mito giappo­nese, dove la que­stione madre si pone in un certo modo.

Quando fu di nuovo vestita e aveva in­trecciato i suoi lunghi capelli, andò fino alla sorgente che zampil­lava, bevve dalla propria mano e continuò a entrare nel bo­sco senza sapere dove stesse andando. — Quindi continua a vagare senza orienta­mento con tanti pensieri — Pensava ai suoi fratelli, pensava al buon Dio che probabilmente non la vo­leva abbandonare; …

Il buon Dio, contrariamente a al­tri. Anche qui abbiamo un’anfibolo­gia del pa­dre, il padre buono e il pa­dre malvagio; il padre malvagio che non la riconosce, che l’abbandona, e un padre buono che pro­babilmente non la voleva abbandonare, anzi, cosa fa?

…lui fece crescere le mele selvatiche del bo­sco per dare da mangiare agli affamati; lui le fece vedere un tale al­bero, i cui rami si pie­gavano sotto il peso dei frutti. Elisa fece la sua cena, mise dei sostegni sotto i rami e penetrò poi nella parte più buia del bosco. Tutto era così tranquillo che sentiva i pro­pri passi, sentiva ogni piccola foglia ap­passita che si ac­cartocciava sotto ai suoi piedi; non si vedeva un solo uccello, nemmeno un solo raggio di sole poteva pene­trare attraverso quella fitta rete dei rami; gli alti tronchi si trovavano così vicini l’uno all’altro che quando lei guardava in avanti, le sembrava essere accerchiata da una grata di travi dopo l’altra; oh, qui vi era una solitudine che non aveva mai co­nosciuto. In questo bosco cupo, oscuro, con i tronchi vicinissimi, i rami intricatis­simi, in cui c’era un accerchiamento, Elisa non ha paura. Non ha paura.

La notte diventò tanto buia; non una sola lucciola brillava dal mu­schio. Addolorata, si sdraiò per dormire; le sembrò allora che i rami degli alberi sopra di lei si scansassero e che il Signore la guardasse con occhi miti…

Quindi c’è qualcuno che la guarda, che veglia su di lei.

…e gli angioletti facessero ca­polino sopra la testa e sotto le braccia del Signore. Quando si svegliò la mattina non sapeva se l’aveva sognato o se era vera­mente così.

Nel bosco, tuttavia, permane l’idea del padre. Il padre non è abolito completa­mente. C’è una certa idea del padre.

Fece qualche passo in avanti e in­contrò allora una vecchia che aveva un cesto pieno di bacche, la vecchia gliene offrì alcune. Elisa le chiese se aveva visto attraversare il bosco a cavallo undici principi.

“No, — disse la vecchia, — ma vidi ieri undici ci­gni con corone d’oro in testa che nuotavano giù per il ruscello qui vicino!”.

 E condusse Elisa più in avanti fino ad un pendio ai piedi del quale serpeggiava un ruscello…

E Elisa s’incammina per il ru­scello alla ricerca dei fratelli e arriva al mare, nel grande mare aperto.

Dunque, dal bosco al mare. Esce dal bo­sco. Con questi incontri, con que­ste idee, esce dal bosco; per un ru­scello arriva al mare. Mare bellis­simo. Non c’è più la bruttura, non c’è più la puzza, ma il mare.

[…] Contemplava gli innumerevoli ciottoli sulla sponda; l’acqua li aveva tutti levi­gati. Il vetro, il ferro, i sassi, tutto quello che era stato portato a riva era stato mo­dellato dall’acqua, aveva preso forma dal­l’acqua che però era più morbida delle sue mani delicate. “L’acqua continua instanca­bilmente a lavo­rare e così le cose dure fini­scono con lo smussarsi, io sarò altret­tanto instancabile! Grazie per il vo­stro in­segnamento, voi, limpide onde che sempre siete in movimento; un giorno, me lo dice il cuore, mi porte­rete dai miei cari fratelli!”.

Elisa è lì, di fronte al mare di cui osserva le variazioni, i cambiamenti e, a un certo punto, il sole comincia a tramontare e, al­lora, cosa vede?

[…] Vide undici cigni selvatici con co­rone d’oro sulla testa, essi si diri­gevano verso la costa, volando uno dietro all’altro; sembravano un lungo nastro bianco.

È il tramonto, il sole scende, e an­che i ci­gni scendono. Elisa osserva dove scen­dono e si avvicina al punto in cui atterrano.

[…] Nel momento in cui il sole sparì sotto l’acqua, cadde all’improvviso il manto di piume ed ecco gli undici mera­vigliosi principi, i fratelli di Elisa.

Al tramonto, nel momento in cui il sole va sotto la linea dell’orizzonte, al crepu­scolo, i cigni ritornano principi.

Lei lanciò un urlo; perché sapeva che erano loro — sapeva che erano loro. Lei non li ricono­sce, sapeva che erano loro — sebbene fossero molto cambiati — quindi non sono gli stessi che ha lasciato al castello, sono molto cam­biati — sentiva che dovevano essere loro; e saltò nelle loro braccia, li chiamò per nome e loro furono così felici quando vi­dero e riconobbero la loro sorellina, che ora era tanto grande e bella. Risero e pian­sero e ben presto capirono quanto era stata cattiva con tutti loro la matrigna.

C’è la matrigna allora. Ah, ma al­lora la madre c’è! Però è matrigna! Quanto era stata cattiva con tutti loro la matrigna.

“Noi fratelli — disse il maggiore — vo­liamo come cigni selvatici fino a quando il sole è nel cielo; quando tramonta riprendiamo la nostra par­venza umana”.

Dunque ci sono due momenti: il giorno e la notte. Durante il giorno, quando il sole è nel cielo, “voliamo come cigni selvatici; quando tra­monta riprendiamo la nostra ap­pa­renza umana”. C’è il momento del tra­monto in cui qualcosa avviene.

Federica Bietolini È una meta­morfosi.

R.C. Eh, no, non sappiamo! Non sap­piamo se è una metamorfosi, non lo sap­piamo proprio. Qui non lo dice. Noi, non è che dobbiamo inter­pretare con la nostra ideologia. Al tramonto avviene qualcosa.

“Ecco perché al tramonto” — al tramonto, né prima e né dopo, esat­tamente lì — “dobbiamo sempre stare attenti ad avere un appoggio per i piedi,” — al tramonto devono avere i piedi poggiati per terra — “perché se in quel momento vo­liamo su tra le nuvole, cadiamo ine­vitabilmente giù nell’abisso…” — su, giù, da su a giù. O su o giù. Che cosa accade se sopra o sotto sono posti davanti? Che si può ca­dere da su a giù. Diventa una possi­bilità, la possibilità, da su, di cadere giù, l’alternativa esclusiva. —

“…essendo di nuovo uomini. Noi non viviamo qui; vi è un paese altrettanto bello al di là del mare”.

C’è un altrove dove noi viviamo. Non viviamo qui, dove c’è la possibilità del­l’abisso. No. Altrove.

“Ma la strada per andarci è lunga, dobbiamo attraversare il vasto mare e non c’è nessuna isola lungo il percorso per passare la notte”.

Una strada lunga, difficile, con una questione di vita o di morte. Non c’è nessuna isola dove passare la notte e, la notte, c’è il pericolo di cadere giù.

“Soltanto un piccolo scoglio soli­tario che spunta al largo; è grande quel tanto da permetterci di ripo­sare uno accanto all’altro; se il mare è mosso, l’acqua schizza in alto sopra di noi; però ringraziamo il Signore per avercela data. Lì passiamo la notte avendo la nostra forma umana, senza lo sco­glio non potremmo mai rivedere la nostra patria, poi­ché utilizziamo i due giorni più lunghi del­l’anno per la nostra fuga”.

Quindi ci sono alcune condizioni. La strada è lunga, però c’è lo scoglio e, nei due giorni più lunghi del­l’anno, quando il giorno è lungo e la notte è breve, allora riescono a ar­rivare allo scoglio per passare lì la notte.

“Soltanto una volta all’anno ci è per­messo di visitare la nostra casa paterna, possiamo rimanerci undici giorni, sorvo­lando questo grande bosco da dove pos­siamo scorgere il castello in cui siamo nati e dove abita nostro padre, il grande cam­panile della chiesa dov’è seppellita nostra madre”.

Dunque, la madre è morta. Ecco, tolta la madre, tutta una serie di traversie.

“Qui gli alberi e i cespugli sem­brano ap­partenere alla nostra stirpe, qui i cavalli selvaggi corrono nelle pianure come li abbiamo visti nella nostra infanzia; qui il carbo­naio canta i vecchi canti che accom­pagnavano le nostre danze da bam­bini, qui è la nostra patria, verso la quale ci sen­tiamo attratti e qui abbiamo ritrovato te, cara sorellina! Possiamo rimanere qui an­cora due giorni, poi dobbiamo sorvolare il mare per raggiungere un paese meraviglioso ma che non è la nostra patria! Come facciamo a portarti con noi? Non abbiamo né una nave, né una barca!”.

Quindi c’è un altro paese, mera­viglioso, lontano dalla casa del pa­dre, lontano da dove sono nati, lon­tano da dove è seppel­lita la madre.

“Come posso salvarvi?” — disse la sorella. — E parlarono fra loro quasi tutta la notte, sonnecchiando sol­tanto poche ore.

Elisa fu svegliata dal rumore delle ali dei cigni che sibilavano sopra di lei. I fratelli si erano di nuovo trasformati e vola­vano in grandi cer­chi e alla fine si allontanarono, ma uno di loro, il più giovane, rimase indietro; e il ci­gno posò la sua testa sul grembo di Elisa e lei accarezzò le sue bianche ali; passarono tutta la giornata insieme. Verso sera ritor­narono gli altri e quando il sole fu tramontato stettero lì nella loro forma naturale.

Si pone la questione del modo in cui an­dare con i fratelli, in cui attra­versare il mare. Allora intrecciano una rete con dei rami e, posta Elisa sulla rete, cominciano a volare, verso il paese meraviglioso. Vo­lano tutta la giornata, a tutta velocità, come una freccia; però sta arrivando il tramonto e non si vede lo scoglio, perché il volo, nono­stante tutto, era lento, dato che c’era que­sto peso da portare, questa sorella da trasportare.

[…] Elisa, angosciata, vide il sole tra­montare e ancora non si scorgeva lo scoglio solitario in mezzo al mare; le sembrava che i cigni battessero le ali con più forza. Ahimè, era lei la causa del loro volo troppo lento; una volta tramontato il sole, sareb­bero diventati esseri umani, sareb­bero caduti nel mare e annegati. Disse allora una preghiera al Signore dal più profondo del suo cuore, ma non vedeva ancora nes­suno scoglio.

La fine sembra vicina e, per di più, s’av­vicina anche la burrasca, una nuvola nera che si avvicina sempre di più. È proprio la fine.

[…] I forti colpi di vento annunciarono una tempesta; le nuvole formarono un’onda continua e minacciosa, che avanzò, densa come il piombo; i lampi si susseguirono. — Proprio è la fine — Ora il sole era proprio sul bordo del mare.

Cioè siamo proprio all’ultimo mi­nuto, direbbe qualcuno, all’ultimo momento.

Il cuore di Elisa palpitava…

E ancora non si vede lo scoglio. Cosa fanno i cigni? Smettono di volare? Smettono di battere le ali? No. Continuano, continuano a vo­lare.

…ed ecco che i cigni scesero con tanta rapidità che cre­dette di cadere; ma ora pla­narono. Il sole era per metà dentro l’acqua…

Si annuncia un bagno? Ma no!

…soltanto allora Elisa scorse il piccolo scoglio sotto di lei, sembrava non più grande di una foca che mette la testa fuori dall’acqua.

Perciò c’è anche la foca, un altro animale fantastico che si aggiunge.

Il sole tramontò molto rapida­mente; ora era grande soltanto come una stella; ed ecco che il suo piede toccò la terraferma, il sole si spense come l’ultima scintilla della carta bruciata dalle fiamme; vide i fratelli tenersi per il braccio tutti intorno a lei; ma più spazio di quello necessario per loro e per lei non c’era davvero.

Proprio al momento op­por­tuno, al momento che occorreva, proprio lì, lo scoglio c’è. Sembra una versione della manna, questo sco­glio. Proprio nel mo­mento in cui serve lo scoglio, lo scoglio c’è. Certo, se avessero smesso di battere le ali cominciando a lamentarsi, a fa­sciarsi la te­sta, a dire: “Oh, non c’è lo scoglio!”, non ci sarebbero arri­vati e, invece, arrivano.

Trascorrono la notte sullo sco­glio e al mattino ripartono, riprendono il viaggio e, dopo un po’, arrivano a un paese dove c’è un ca­stello e Elisa chiede se quello è il po­sto in cui doveva andare. No, dicono i fratelli, non è il posto giusto. Qui vive la Fata Morgana, in un paese in continua trasformazione. Infatti il castello che prima era di ghiaccio, poi diventa una serie di chiese, ora diventa mare e lì nessun essere umano poteva an­dare e, a un certo punto, attraver­sando questo paese della Fata Morgana…

[…] il fratello più giovane, mostran­dole la sua stanza da letto, disse: “Vediamo quali saranno i tuoi sogni questa notte!”. “Magari potessi so­gnare il modo di potervi sal­vare!”, disse; e questo pensiero la prese to­talmente; pregò con tutta la sua anima il Signore di aiutarla…

E lì, allora, mentre sogna, le sem­brò di volare nel castello della Fata Morgana che assomigliava strana­mente alla vecchietta incontrata nel bosco, anche se adesso la Fata Morgana era bellissima, però aveva qual­cosa della vecchietta. Le dice:

[…] “I tuoi fratelli possono essere salvati! — disse — ma tu hai coraggio e perse­veranza? È vero che il mare è più morbido delle tue mani e nonostante ciò modifica i sassi duri, ma non sente il dolore che le tue dita senti­reb­bero; non ha un cuore, non vive quell’ango­scia e quel tormento che tu devi patire”.

I patimenti vengono spesso dal cuore. Ci sono tanti patimenti che vengono dal cuore, così dice la Fata Morgana. Quindi, sono patimenti fantastici.

“Vedi quest’ortica che ho in mano! Ve ne sono molte intorno alla grotta dove tu dormi; solo quelle e quelle che crescono sulle tombe del cimitero, sono buone”. — C’è ortica e ortica. Ci sono quelle che crescono davanti alla grotta e quelle davanti alle tombe — “Quelle dovrai raccogliere, anche se ti bruceranno la pelle tanto da farti venire le bolle; calpesta le orti­che con i piedi, così otterrai il lino; dovrai attorcigliarlo per ri­cavare undici maglie corazzate a maniche lunghe, dovrai gettarle sugli undici cigni selvatici e l’incantesimo sarà rotto”.

Allora, come salvare i fratelli? Filando un lino speciale ricavato dalle ortiche. Ma quali ortiche? Alcune particolari piante che crescono davanti alle spelonche e sopra le tombe.

“Ma ricordati bene che, dal mo­mento in cui inizierai questo lavoro e fino a quando non sarà compiuto, anche se dovessero passare degli anni, non dovrai parlare”.

Ecco che ritorna la questione. “Non do­vrai parlare”.

“La prima parola che pronunci trapas­serà come un pugnale mortale il cuore dei tuoi fratelli; la loro vita dipende dalla tua lingua. Ricordati bene tutto questo!”.

E nello stesso istante toccò la mano di Elisa con l’ortica; fu come un fuoco rovente ed Elisa si svegliò. Era pieno giorno e vicino a dove aveva dormito, c’era un’ortica uguale a quella che aveva visto nel sogno.

Elisa s’inginocchia e ringrazia il Signore, comincia a iniziare il la­voro e raccoglie queste ortiche.

[…] Con le mani delicate acchiappò le orribili ortiche, erano come fuoco; le vennero grandi bolle sulle mani e sulle braccia, ma lei soffriva volen­tieri se questo serviva a salvare i cari fratelli. Calpestò ogni ortica con i piedi nudi e attorcigliò il verde lino.

Quando il sole tramontò, arri­varono i fra­telli… — che la vedono così e dicono: “Ma cosa combini?” — […] e pensarono — cosa pensarono i fratelli vedendola in quello stato? — che fosse un nuovo incantesimo della matrigna cattiva.

I fratelli pensano sempre alla ma­trigna. Non hanno altro pensiero che la matrigna. E la matrigna, dato che è matrigna, può solo dare incante­simi negativi.

Ma, quando videro le sue mani capi­rono che invece stava lavorando per loro e il fratello più giovane pianse e nei punti in cui caddero le sue la­crime lei non sentì dolore e spari­rono le bolle brucianti.

Elisa passò la notte ad eseguire il suo la­voro, perché non poteva trovare pace prima di aver salvato i cari fratelli.

È chiaro che a questo punto c’è una missione da compiere e non c’è pace prima di avere compiuto la missione.

[…] Mai il tempo era volato via tanto velo­cemente. Una maglia era già pronta. Adesso iniziava la seconda.

Ne deve fare undici. Mentre è lì che lavora nella grotta, a un certo punto cosa accade? Sente un tram­busto, rumori, suoni di corno, abba­iare di cani; arriva un cane, ne arriva un altro, un altro ancora, tutta una muta di cani e, dietro ai cani, chi c’è? Chi c’è dietro ai cani? Un re. Dietro ai cani, chiaramente sta un re. Non può essere al­trimenti. È un re bellissimo, il quale vede Elisa che lavora e le dice: Cosa fai qua nella spelonca? Vieni a casa mia. Come ti chiami, chi sei? Elisa, zitta, non dice niente. E allora, dato che lei non dice niente, lui la prende e se la porta a casa.

[…] “Desidero soltanto fare la tua fe­licità! Un giorno mi ringrazierai!”, e poi corse via tra le montagne…

Elisa arriva alla reggia del re, e viene vestita di abiti bellissimi, perle nei capelli, guanti delicati sulle dita bruciate.

[…] Quando si presentò in tutta la sua ma­gnificenza, la sua bellezza fu così abba­gliante che la corte s’inchinò ancora più profondamente dinanzi a lei e il re la pro­clamò sua sposa: nonostante l’arcivescovo scuotesse la testa, mormorando che la bella fanciulla del bosco era probabilmente una strega che accecava i loro occhi e incantava il cuore del re.

Quindi c’è il re, ma accanto al re c’è l’ar­civescovo. Il re dice sì, l’ar­civescovo dice no. Sembra proprio una maledizione.

Ma il re non ascoltò tutto questo, fece suonare della musica, fece por­tare i piatti più prelibati e fece dan­zare attorno a lei le più belle ra­gazze ed Elisa fu accompagnata at­traverso giardini profumati in sale son­tuose; ma sulle sue labbra non passò un sorriso e nei suoi occhi vi era il dolore come se fosse stato ricevuto in eredità per sempre.

Ci sono le ragazze bellis­sime, ma Elisa è la più bella, la più bella di tutte.

Il re aprì una piccola stanza vicino a quella in cui Elisa doveva dormire…

Fa in modo che questa stanza sia attrezzata come la grotta dove l’ha tro­vata, affinché possa pensare di trovarsi a casa sua, in quanto il re pensa che la grotta fosse la casa naturale di Elisa. C’è sempre un’idea della natura, di come dev’es­sere la natura, la dimora naturale, il modo naturale, l’ambiente naturale.

[…] “Qui puoi sognare di essere nella tua casa di prima! — disse il re — qui c’è il lavoro che tanto ti occupava allora; adesso tra tutta questa ma­gnificenza, ti divertirai a ripen­sare a quei tempi”.

 Appena Elisa vide quello che le stava tanto a cuore, un sorriso le passò sulle labbra e il sangue rianimò le sue guance; pensò alla salvezza dei suoi fratelli e baciò la mano del re che se la strinse al cuore e fece annunciare da tutte le campane la festa delle nozze. La bella fan­ciulla muta del bosco era la regina del pa­ese.

Dunque va tutto bene! Il re è felice, con­tento. Elisa ha ricevuto il mate­riale, è nella reggia, destinata a spo­sarsi. Tutto bene! Ma, quando lì va tutto bene, ecco che allora entra in scena l’arcivescovo. Cosa fa l’arci­vescovo?

[…] mormorò parole malvagie all’o­recchio del re…

Dato che il re dice cose buone, l’arcivescovo dice quelle malvagie.

…ma queste non scesero fino al cuore, le nozze andavano celebrate.

Qui c’è un re che non si lascia incantare, non si lascia menare il cane per la reggia. Ha deciso di sposarla. Il matrimonio dev’esserci. Non è un reuccio. È un re, con tutti i dispositivi al posto giusto, un re col proprio castello, come si deve.

L’arcivescovo in persona do­vette mettere la corona in testa e forzò di proposito lo stretto anello sulla fronte per farle male; ma c’era un anello ben più pesante in­torno al cuore della ragazza, il do­lore per i suoi fratelli. Elisa non sentì il dolore fisico.

Non c’è il dolore fisico. C’è il do­lore, oppure la coscienza del dolore, e non sono la stessa cosa. Un conto è il dolore e un conto è la coscienza del dolore, ciò che comporta l’ere­dità, l’idea di un’eredità ri­cevuta. Elisa non sentì il dolore fisico. È in­teressante! C’è un altro dolore, quindi, che importa.

La sua bocca era muta, una sola parola infatti avrebbe tolto la vita ai suoi fratelli, ma nei suoi occhi c’era un profondo amore per il re tanto buono e bello, e che faceva tutto per farle piacere.

Non come quell’altro che invece non la riconobbe, che si era lasciato fuorviare dalla matrigna, dalla regina cattiva.

Con tutto il suo cuore divenne, giorno per giorno, sempre più affe­zionata a lui; — ecco, ha un cuore af­fetto da lui — oh, se soltanto si fosse potuta confidare con lui, dirgli la sua sofferenza! Ma doveva rima­nere muta e, muta, doveva compiere il suo lavoro.

Ci sono delle particolari re­gole. Lei ha una missione e ha da compiere la missione. Ecco perché di notte si alzava di nascosto per an­dare nella sua stanzina, ornata come la grotta, a lavorare ai ferri una ma­glia dopo l’altra.

[…] ma quando iniziò la settima, non aveva più lino.

Alla settima maglia, finisce il lino un’al­tra volta. Allora cosa fa? Deve uscire dal castello, in cerca di lino. Non è che può spiegare che ha biso­gno del lino, eccetera eccetera. No. Ritiene che non può dire, non può parlare. Perché? Perché il re non capirebbe, e perciò deve uscire dal castello, di notte. E dove va? Nella grotta non può andare, perché è lontana. C’è un unico posto vicino al castello. Ci sono due tipi di ortiche, quelle delle grotte e quelle delle tombe, e alla chetichella arriva al cimi­tero.

[…] Là vide su una delle più larghe pietre tombali un gruppo di lamie, delle orribili streghe, che si toglie­vano i vestiti, come per fare il ba­gno e poi scavavano con le loro lunghe dita magre nelle tombe re­centi, ti­rando fuori i cadaveri e di­vorandone la carne.

Questo accade nelle lunghe notti danesi, nel nord, all’ombra dei cimi­teri.

Elisa dovette passare vicino a loro ed esse fissarono il loro sguardo cattivo su di lei, — il malocchio — ma lei recitò la sua preghiera, — lei non si lascia distogliere dal maloc­chio. In questo caso ha la sua missione — raccolse le ortiche brucianti e le portò al castello.

Però, questo andare al cimitero non era passato inosservato, perché, mentre il re dormiva, l’arcivescovo vegliava. Che anfibologia sarebbe al­trimenti se dormissero tutti e due? No. Se uno dorme, l’altro ve­glia. L’arcivescovo la vede. E cosa fa? Va dal re e dice che la regina non è una regina…

Pubblico È una strega.

R.C. È una strega. Ma lei l’ha già letta, allora? Ha capito! Bravissima. È una strega, però il re abbiamo detto che è un re, proprio un re. Dice: “Sono palle, non ci credo”. Però, questo, continuava a dirgli: “Guarda che è una strega”, “Ma no che non è vero”, “Ma sì che è una strega”.

Il dubbio a un certo punto s’insinua e lui diventa un po’ cupo. Il re s’incupisce, perché “lavorato” da questa possibilità che la regina sia una strega. Intanto, le cose vanno avanti. Elisa continua a tes­sere, lavora alle maglie. Manca una sola maglia! Manca l’ultima maglia e finisce il lino, deve tor­nare al cimitero per raccogliere an­cora ortiche. Però, questa volta, l’arcive­scovo cosa fa? Lui che sempre veglia men­tre il re dorme, va a chiamare il re e dice: “Vieni, vieni a vedere dove se ne va la strega”. Il re segue l’arcivescovo che se­gue Elisa e la vedono entrare nel cimitero, e lì vedono le streghe. A quel punto, il re dice: “Ah, non voglio vederla”. Chiude gli oc­chi per non vedere Elisa fra le streghe, pensando che lei sarebbe stata lì.

Quindi non vede che Elisa va a racco­gliere le ortiche per fare altre cose, e è convinto che sia una strega. A quel punto, anche il re è convinto e dice: qui, bisogna pren­dere provvedimenti.

[…] “La deve giudicare il popolo!”.

Pubblico Le streghe venivano bru­ciate.

R.C. Esatto. E il popolo, allora, giudicò.

[…] va arsa sulle rosse fiamme.

Il popolo è sempre per il rogo, chiaro! Altrimenti che popolo sarebbe? Viene messa in pri­gione. Anche in prigione, però, le tirano dietro le undici maglie e le ortiche, perché possa sdraiarcisi sopra. Elisa con­tinua a tessere, an­che in prigione, giorno e notte. Ma il giorno della sentenza non è che fosse chissà quando, era poco dopo. E ar­riva il giorno dell’esecuzione.

Non era ancora l’alba, il sole sa­rebbe sorto in un’ora e lei non ha an­cora termi­nato, e i fratelli non ci sono. Ma arrivano i fratelli, perché volando avevano visto che Elisa era lì, avevano notato che c’era tram­bu­sto. Arrivano di notte, cioè sul fare del giorno, quando ancora non era sorto il sole. Bussano:

– “Dobbiamo vedere il re!”. – “Impossibile!”. – “Perché?”. – “Dorme, non si può svegliare, il re sta dormendo”. – “Ma no, guardi che è una cosa proprio urgentissima, questione di vita o di morte”. – “Ma no, qua…”.

Arriva l’ufficiale delle guardie, il capo, il comandante. A quel punto, tutto quel trambusto sveglia il re, il quale chiede cosa stia succedendo. Arriva lì, i fratelli stanno per dire: “Sire…”, ma in quel momento il sole sorge e questi diventano cigni, e volano via, e dunque Elisa viene presa, messa su un carro e portata al rogo.

[…] le sue guance erano pallide come la morte, le sue labbra si muovevano piano piano, mentre le dita intrec­ciavano il lino verde; perfino nel cammino verso la morte non lasciò il lavoro iniziato, le dieci maglie gia­cevano ai suoi piedi, stava lavo­rando l’undicesima. La plebe la in­sultò.

[…] E tutti le vennero addosso vo­lendo lacerarli; vennero allora, in volo, undici cigni bianchi, si po­sero attorno a lei sul carro sbat­tendo le loro grandi ali. Allora la folla, spaventata, si spostò ai lati.

“È un segno dal cielo, pro­babil­mente è innocente!”

Il popolo, ondivago: “Colpevole! Innocente!”.

Così sono i giudizi del popolo. “È un se­gno del cielo, è un segno del diavolo, è un segno di questo o di quello”. Va a segni il popolo: segno del bene, segno del male. Così giudica.

“Probabilmente è innocente”, sus­surra­rono in molti, ma non osarono dirlo a voce alta. Ora il boia la prese per una mano, al­lora lei gettò in fretta le undici maglie sui cigni e ecco che apparvero undici splen­didi principi, ma il più piccolo aveva un’ala di cigno al posto di un brac­cio, per­ché alla sua maglia mancava una manica che lei non era riuscita a finire.

[…] “Ora posso parlare! — disse — sono innocente!”. E il popolo, che vide tutto ciò che era successo, si in­chinò davanti a lei come davanti ad una santa.

Beh, sappiamo come accade, abbiamo il rendiconto televisivo di…

Pubblico …padre Pio.
R.C. Ecco, brava!

Ma ella cadde priva di sensi tra le braccia dei fratelli, tanto forte era stato l’effetto su di lei della tensione, dell’angoscia e del do­lore. “Sì, è in­nocente davvero”, disse il fra­tello maggiore, e allora raccontò tutto quello che era successo e mentre lui parlava, si propagò nell’aria un profumo, sembrava provenire da milioni di rose, per­ché ogni pezzo di legno sul rogo aveva messo radici e gli erano cresciuti dei rami; vi era una siepe profumata, tanto grande e alta con rose rosse; in cima c’era un fiore bianco e lucido, brillava come una stella; il re lo colse, lo mise sul petto di Elisa e lei si risve­gliò con il cuore pieno di pace e di fe­licità.

E tutte le campane delle chiese suona­rono da sole e gli uccelli vennero in grandi stormi; il ri­torno al castello fu una proces­sione nuziale come nessun re l’aveva mai vista.

E qui termina la fiaba di Elisa o, meglio, dei Cigni selvatici, cioè una bella fiaba. No?

R.B. Una domanda infantile: quando si è sposata, non ha detto sì? Perché è determi­nante dire sì, però, se avesse detto sì, si sarebbe rotto l’incantesimo.
R.C. Non l’ha detto. Ha fatto se­gno con la testa.
R.B. Sarebbe un matrimonio “consumato e non rato”, fasullo, sul piano canonico e anche civile.
R.C. Infatti, “…il ritorno al ca­stello fu una processione nuziale come nessun re l’aveva mai vista”.  Allora, di cosa si tratta in questa fiaba? Di che fantasia si tratta?

Carmela, lei cosa dice?

C.T. Non la conoscevo questa fiaba, quindi devo un attimo…
R.C. Non la conosceva?
C.T. No.
R.C. Beh, anche se l’avesse cono­sciuta, raccontata così, non l’avrebbe mai sentita. Cia­scuno di noi la sente per la prima volta. Dice che ha bisogno di riflet­terci.
C.T. Anche se, mentre la leg­geva, sono comparse determinate immagini.
R.C. Certo. Dove ciascun avveni­mento avviene in un determinato momento, non casuale, in una com­binazione precisa.

Al­lora ci riflet­tiamo qualche giorno, dato che ab­biamo anche superato le ore 19 e ri­prendiamo il discorso mercoledì prossimo.

Invito ciascuno anche a riflettere sul te­sto di questa fiaba e a porre, la prossima volta, la sua rifles­sione, la sua lettura, que­stioni che possono sorgere, interrogativi, in modo da potere riprenderne qualche ele­mento prima di passare a Il gatto con gli sti­vali, perché mi sembra ci siano tante belle cose in questa fiaba.

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Il gatto con gli stivali

Ruggero Chinaglia Ci sono do­mande, notazioni intorno alle letture sin qui svolte? Lei, Maurantonio, e poi, chi ancora? Va bene, allora sen­tiamo, intanto, Maurantonio.

Cecilia Maurantonio Mi pare di avere inteso che lei, nella lettura del testo della Sirenetta, individuasse due statuti, quello del principe e della sirenetta. Faccio rife­rimento a uno statuto in termini di assoluto, per quanto si è intravisto del principe e della sirenetta. Ecco, allora, que­sto volevo chiedere, questi statuti sono acquisizioni lungo l’avvenimento della fiaba, oppure trovano anche una definizione?

R.C. Lei dice che la sirenetta è il prin­cipe, o il principe è la sirenetta?
C.M. No, però la sirenetta si av­vale an­che… Sì, forse […]
R.C. Così ha già risposto.
C.M. Poi nell’ultima fiaba c’era la ver­sione di Elisa che prepara una trama da queste ortiche e ac­cenna a un ultimo fratello che resta con…
R.C. Lei è preoccupata per il braccino dell’ultimo fratello.
C.M. No, volevo chiedere se que­sto è già un indice dell’infinito, in quanto, proprio perché lei fa, garan­tisce che le cose prose­guono. Ecco, la domanda, proprio rispetto a questa fiaba, I cigni selvatici, verte intorno al significante, perché “fratelli” è un significante Già nell’altra fiaba della Sirenetta si presenta l’indicazione delle sorelle; però in quella mi sem­bra che le sorelle siano l’altra faccia della strega, cioè la strega buona, mentre la strega cattiva è quella che la manda lì…
R.C. Strega buona?
C.M. Beh, sono i due modi del bene e del male…
R.C. Qual è la strega buona?
C.M. Le sorelle. Sono le indica­zioni, i sug­gerimenti delle sorelle, i buoni suggerimenti, no? Che val­gono tanto quanto quelli cattivi.
R.C. Non c’è la strega buona. C’è la strega e c’è la madre, o la madre o la strega. Non c’è la strega buona e la strega cattiva. La strega è l’altra fac­cia della madre, non c’è l’altra faccia dell’altra faccia: c’è la madre e la sua altra faccia, che è la strega.
C.M. Ecco, la domanda è questa: queste sorelle, questi fratelli entrano in questa rappresentazione, in questa raffigurazione, come esche della qualificazione, ma effettiva­mente non esistono.
R.C. Come, non esistono? Lei dice che non esistono i fratelli e le so­relle?
C.M. No, quelle sono una sua im­magi­nazione.
R.C. Ma lei ha letto questa fiaba?
C.M. Era la prima volta che…
R.C. Ah, ecco. In questi giorni non ha quindi colto l’occasione… Non ha il testo? Ma c’è in libreria, non è nemmeno costoso.
C.M. La questione dei fratelli o delle so­relle è effettivamente una mia interroga­zione, io l’ho colta…
R.C. Va bene, ho inteso. Sentiamo anche Anna Zardi.
Anna Zardi Al di là del fatto che questa fiaba non l’ho letta, ci sono molti spunti sul fratello minore che si stacca dagli altri dieci fratelli, all’in­terno della narrazione, per le atten­zioni particolari che ha nei con­fronti della so­rella: le porta un dono, vanno a prendere le bacche; mentre volano, è lui che si preoccupa…
R.C. Sì, e in cambio resta con l’a­letta.
Pubblico Resta handicappato.
R.C. No, no, nessun handicap, non resta handicappato. Un momento, non corriamo.
A.Z. Volevo chiedere se questo ha un si­gnificato particolare, e poi perché in tutte le fiabe bene o male i protagonisti sono sempre i fratelli più piccoli, perché la sirenetta era l’ultima delle sorelle.
R.C. Bella domanda. Secondo lei?
A.Z. Non lo so. In questa fiaba in realtà è abba­stanza strana la figura dei fratelli, nel senso che di loro non si sa niente, ven­gono accennati all’inizio, poi si per­dono un po’ come figure. M’interessava il fratello più piccolo, perché in realtà ha un atteggiamento molto ma­terno nei confronti della sorella, però è anche il più piccolo. Oppure, semplicemente, potrebbe essere il simbolo di quella limpidezza che poi è anche parte di Elisa, di quella perseveranza, di quella tenacia, perché è lui che dà anche degli spunti…
R.C. Sì, bene. Questa è la prima que­stione.
A.Z. Poi ce n’è un’altra, che ho trovato in questa fiaba e anche nella Sirenetta. La prima è questa figura del padre che è ac­cennata all’inizio: il padre che non la rico­nosce. Una figura un po’ strana, che in re­altà è positiva, perché non si dice che il pa­dre… cioè, diventa negativa quando inter­viene la madre negativa. Di per sé è un padre che […] però poi il padre non la ri­conosce, e, alla fine, questa figura del padre si perde. In questa fiaba c’è la forte tendenza dei fratelli a volere ritor­nare in questa terra dove c’è il padre e dove comunque c’è la salma della madre nel cimi­tero. E, io non ho il libro, i fratelli di­cono: “Il richiamo del sangue ci lega a questi posti”, però nonostante tutto, alla fine nessuno di loro ha l’i­dea del tornare nella terra del padre; rimangono in questo paese fantastico dove loro vi­vono, ma da cui, in realtà, hanno sempre cercato di fuggire, in un certo senso, perché comunque in loro c’era il bisogno di ri­tornare nella terra dove il padre abi­tava. Il fatto è da interpretare, così credo, nel diventare grandi, quindi nel distacco dai genitori. Però prima viene ribadito abba­stanza un richiamo del sangue, praticamente un legame fortissimo, a cui però poi non si fa più cenno.
R.C. Eh, sì. Il richiamo del sangue.
A.Z. Io non ho la sua edizione…
R.C. Questo viene fuori quando Elisa in­contra i fratelli. Ecco qui: “…Noi non vi­viamo qui; vi è un paese altrettanto bello al di là del mare”. È questo? “…
Soltanto una volta all’anno ci è permesso di visi­tare la casa paterna, possiamo rima­nerci undici giorni.
 […] Qui è la nostra pa­tria, verso la quale ci sentiamo at­tratti e qui abbiamo ritrovato te…”. È più avanti? Qui parla di attrazione. Può darmi la sua edi­zione un mo­mento? Perché è importante. Dov’è il richiamo del sangue? “Un ri­chiamo del sangue ci lega a questi alberi…”, qui hanno invece “purgato” il richiamo del san­gue, e hanno tradotto “[…] Qui gli alberi e i cespugli sembrano appartenere alla nostra stirpe”. Questa edizione è Mondadori, vero? “Un richiamo del sangue ci lega a questi alberi e a questi cespugli. Qui caval­cano per la prateria i cavalli selvaggi, pro­prio come ai tempi della nostra infan­zia…”. Interessante. Qui l’hanno tolta, è un errore, no? È rimasto il riferimento alla stirpe, però, chiara­mente, la questione è quella del san­gue. Del sangue e dell’economia del sangue che la genealogia deve com­portare. Esatto, lo stesso sangue, come se esistesse questo ri­chiamo del sangue. Il richiamo del sangue cosa sarebbe? La genealogia, ossia l’idea di discendere dalla stessa origine. Quindi la domanda a questo proposito riguarda cosa?

A.Z. Il fatto che alla fine non ci sia più alcun segno di questo.
R.C. Perché questo sta nella fanta­sma­tica. Il richiamo del sangue è fantasmatico, dunque è l’idea stessa dell’origine, della genealogia. È chiaro che è quanto trova dissi­pa­zione nell’analisi e nello svolgi­mento della storia. Il richiamo del sangue, il ri­chiamo della terra natia, il richiamo della patria, sono modi di pensare la morte.

C’è un bellissimo romanzo di uno scrittore russo, Vasil’ Bykov, che s’intitola Caccia all’uomo. È la storia di un fuggitivo che agogna ritornare nella terra na­tia. C’è la storia della fuga, delle pe­ripezie, degli stenti, delle vicissitu­dini e della realizzazione di questa fantasia, che si realizza come? Nella morte, chiaramente. Ritorna nella terra natia, in quella che crede la terra natia e muore. Non esiste la terra natia; occorre intendere di che si tratta nella nascita, quindi, se c’è nascita, non c’è terra natia. La terra natia che cosa sa­rebbe? Una rappresenta­zione della madre senza l’Altro, os­sia la morte. La terra natia è la morte, e infatti, tornato nella terra natia, viene ucciso dal figlio. È pro­prio una bellissima storia che indica quale sia la fantasmatica del ritorno alla terra na­tia.

È una fantasia gno­stica di morte. E qui è lo stesso: cioè la terra natia sarebbe ciò che fa le­game rispetto ai fratelli, ma infatti la storia si svolge non già nel ritorno alla terra natia, ma nel viaggio verso un’altra terra. È lì che la fantasia di morte si dissipa e che il pericolo di morte non c’è più: l’esecuzione non si compie. È una nota­zione molto intelligente, perché la terra na­tia, e il ritorno alla terra natia, ruota intorno al fantasma della fami­glia di origine, ossia all’origine come caratterizzata da un segno da rappresentare. Posta una certa origine, chi si dà come fi­glio di quell’o­rigine si presenta con un segno positivo o con un segno negativo, che è attribuito al­l’origine e è quindi ritenuto venire da quel­l’origine. Questa fiaba in qualche modo lo indica: c’è un padre che sposa una regina cattiva e viene so­praffatto dalla re­gina cattiva; la re­gina cattiva governa il pa­ese, cioè il padre è un padre senza autorità.

Ancora una volta è curioso notare come molte di queste fiabe ruotano attorno a un padre senza autorità; le fantasie che si svolgono nella fiaba, come fantasie di morte, di pe­ricolo, di male, procedono da questa idea di padre senza autorità, dunque dall’idea che non c’è autorità. Noi pos­siamo anche porre la questione di cosa ac­cade in assenza di autorità. Tolta l’autorità che cosa accade? Viene meno il simbolico. È il testo a dircelo: tolta l’autorità, ogni forma di pensiero intorno al male ha il so­pravvento, perché tenta di riproporre una qualche forma di autorità che è stata tolta o abolita all’inizio.

Qui abbiamo due aspetti: da una parte il padre che sposa la regina cattiva e poi, sposando la regina cattiva, non ha nessuna funzione; dunque c’è una certa idea del matrimonio, chiara­mente, c’è una certa idea della ma­dre e una certa idea della sposa. Come dire: cosa accade non artico­lando la distinzione tra lo statuto di madre e di moglie? Se madre e mo­glie si so­vrappongono, ecco che ab­biamo la regina cattiva. Poi una se­conda precisazione avviene intorno alla questione del riconosci­mento: Elisa viene dipinta, spalmata di una certa pomata marrone, e avviene che il pa­dre non la riconosce. Qui dice: “…e non era possibile riconoscere la bella Elisa”, e nessuno la riconosce, se non il cane e le rondini. “…Ma quelli erano animali poveri, e non avevano voce in capi­tolo”, tant’è vero che poi perde la voce, non può parlare. Attorno a questo avevo scritto un paio di notazioni, che allora vi leggo. Ci sono ancora domande?

A.Z. C’è una parte dove Elisa sogna la sua infanzia, di quando sedeva sullo sgabello, con il libro di fiabe in mano, il libro che era costato la metà del regno; poi dice che, ricordando quando scrivevano sulla lavagna d’oro, scrivevano facendo delle linee e dei cerchi, mentre adesso non fa più queste linee e questi cerchi, ma disegna figure, e queste fi­gure sono animate: escono dal libro per poi ritornarvi quando lei gira pagina. Allora, penso sempre all’idea che lei si stia allontanando dai suoi fratelli e alla ne­cessità di farvi ri­torno e che i segni, in que­sta rappre­sentazione, sono un qualcosa che è legato a una certa cultura, a un qual­cosa di appreso, ma che non ha, perlomeno così com’è rappresentato, nulla di creativo, per­ché sono linee, non dice nemmeno “parole”, lei dice “linee e cerchi”. Quando invece lei disegna, disegna qualcosa che è animato e vivo. Allora a me è venuto in mente il cir­colo vizioso, dove si dice che tutto ciò che è rappresentato è di per sé qualcosa legato alla morte, perché porta a un circolo vizioso dove nulla esiste al di là di ciò che è già stato rappresentato, mentre, contra­riamente, il fare nascere, il creare è un’altra cosa. Io mi ricordavo di averlo su­bito notato quando ha letto, anche se io ho una tra­duzione che è diversa.

R.C. Adesso vediamo, perché questo si svolge durante… prima di partire, vero?
A.Z. Sì, ancora quando è nel bo­sco.
R.C. Esatto “…blocchi di ghiac­cio…”. Quando vede la fata? Prima.
A.Z. Sul mio libro è segnato in se­conda e terza pagina, è proprio all’i­nizio.
R.C. Ah, ho capito, quando va via da casa. “…Tutta la notte sognò i fra­telli: giocavano di nuovo, come bambini, scrivendo con la punta di diamante e leggendo il libro. Sulla lavagna non scrivevano più come un tempo cerchi o aste, no, scrivevano le imprese più te­me­rarie da loro compiute. […] E nel libro illu­strato tutto era animato: gli uc­celli canta­vano e gli uomini uscivano dal libro e parla­vano ad Elisa e ai suoi fratelli…”. Qui com’è detto? È uguale, non parla d’anima­zione. Ovviamente questa è una traduzione migliore, tuttavia sarebbe interes­sante verificare il testo originale. Non dice che nel libro illustrato tutto era animato. Non parla di anima­zione qui, mentre qui sì. Effettivamente l’idea dell’ani­mazione trae verso l’ipnosi, verso il soggetto ipnotico, la que­stione di qualcosa di inerte che deve essere animato perché possa an­dare verso il suo destino.

A.Z. Da come la mette lei, è un qualcosa che dev’essere animato, però, veramente, queste figure hanno una volontà, perché girata la pagina, ritor­nano al loro posto per non creare confu­sione.
R.C. “…per non creare disordine nelle immagini”. Questo fa parte di una fantasia di padronanza, dove le cose devono seguire un ordine prestabilito, per non creare confu­sione nell’ordine delle cose. È un dettaglio che fa parte, di­ciamo così, della fantasmatica di padronanza e di con­trollo da cui sorge la fiaba. Fa parte dell’idea di soggetto, di soggettività ri­spetto a cui le cose non hanno un destino verso l’infinito, ma appartengono al cerchio, così hanno un inizio e una fine, incominciano e finiscono, sono destinate a finire. Tutta la prima parte della fiaba ri­sente di questa fantasmatica, che poi di­viene anche ideologia, cioè che le cose abbiano un inizio e, avendo un inizio, chiara­mente devono finire. È proprio questa fan­tasia di fine che pone l’esigenza dell’articolazione.

Nella parola, non c’è questa ideo­lo­gia di inizio e di fine: ciascuna cosa in­comincia e va in direzione della qualità. Non deve finire per rina­scere, secondo il prin­cipio hegeliano per cui il tempo deve finire perché qualcosa possa ricominciare: possa ricominciare l’arte, la nuova era o qualcosa di straordinario; tutto deve finire e, solo finendo allora poi…

Questo è l’ide­ale schreberiano, del discorso para­noico, che le cose debbano finire, per ricominciare pure: la lingua pura, l’ideologia pura, la razza pura… Abbiamo vari esempi di dove con­duce questa idea di fine perché possa ricominciare la nuova progenie, la nuova era, il nuovo corso. È ap­punto una fantasia di pa­dronanza, di controllo, di purifica­zione, che sorge sempre da una padronanza e da un controllo su ciò che viene in­teso es­sere male, che quindi deve essere tolto, purgato, abolito. Rientra sempre nel­l’ambito di un’idea di predestinazione; quest’idea di predestina­zione, quest’idea di fine, è suppor­tata, in ogni caso, dalla credenza in una origine, localizzabile in qualche modo. Posta la rappresentazione dell’origine, l’idea di fine è una conseguenza, è un’implicazione. Posta l’origine, localizzata l’origine, la fine è una conseguenza immanca­bile. Questa è la struttura del di­scorso occidentale, dove le cose hanno una loro origine e hanno una loro fine, inizio e fine. Che cosa com­porta l’idea d’inizio e di fine? L’abolizione dell’infinito, del­l’infinito attuale dove cia­scuna cosa esiste in modo assoluto, in modo estremo, non con un significato, un senso, un segno già sta­bi­lito, già dato, che ne implichi quale debba esserne la fine. Se questa fan­tasia non viene elaborata, imman­ca­bile è la paura della morte, l’idea della morte, l’idea della fine, e allora cia­scun avvenimento è inserito in un pericolo. In quale pericolo? Il peri­colo di male o di morte.

Anche qui si tratta di questo, solo che durante il viaggio, invece, av­viene che il pericolo di male e di morte si articola; per esempio, nel momento in cui arriva lo scoglio. Il viaggio sembra dovere protrarsi al di là del tramonto e con il pericolo che i cigni si trasformino nuova­mente in es­seri umani e precipitino, ma no, provvi­denzialmente, al mo­mento opportuno, c’è uno scoglio, su cui i cigni giungono a po­sarsi a tempo. Così poi la fiaba si conclude, non a caso, non già con l’ese­cuzione, ma con il fatto che non c’è il pericolo di morte, la fine temuta non si realizza.

Tutte le eventualità negative di non fare in tempo, di non arrivare in tempo, dell’ul­timo momento, sono modi di rappresentarsi il pericolo di fine del tempo. È inte­ressante questa fiaba, tra l’altro, perché an­novera una serie di luoghi comuni sulla fine del tempo: non fare in tempo, non arrivare in tempo, dell’ultimo mo­mento. “…il sole era già…” era proprio l’ultimo momento, e poi… Non c’è l’ultimo momento, non c’è la fine. La fine non c’è. La conclusione a cui giunge la fiaba è che non c’è la fine. Dove opera la fede pragmatica, non c’è la fine delle cose. Il tempo non finisce, le cose non finiscono, anzi giungono alla loro conclu­sione, non per inerzia, per un’at­tesa, per un’ineluttabilità, per una predestinazione, ma perché viene attuato un dispositivo opportuno.

Questa fiaba apre alla questione del di­spositivo. Ci sono delle difficoltà, ci sono delle condizioni, per fare, per intrapren­dere, per allestire quel che bisogna fare. Elisa deve prendere le orti­che, deve tesserle, deve fare undici magliette? Bene. Ecco come accade che anche quest’idea dell’ul­timo minuto, quindi dell’ultima manica che resta incompiuta, può appassionare un certo discorso, ma la fiaba si con­clude senza compatire nessuno. Il fratello non resta senza braccio, chiaramente.

“…e il ritorno al castello fu una proces­sione nuziale come nessun re l’ebbe mai vi­sta.”, cioè apre verso la novità estrema, non verso il ricordo o verso la riproduzione del fatto, ma verso qualcosa di mai visto prima, inimmaginabile, imprevedibile, insignificabile. È questa la questione essenziale, perché la lo­gica del discorso, la logica occidentale come logica del discorso, prescrive la prevedibilità delle cose, pre­vedibilità che è un corollario della conoscibilità. Le cose devono essere conosciute prima, sapute prima, previste prima. Ma come è possibile, se ciò per cui le cose ac­ca­dono, avvengono e divengono è una combinazione imprevedibile?

Per il di­scorso occidentale, questa combi­nazione imprevedibile è un pericolo, perché com­porta il terzo, comporta l’Altro, che invece è negato dai prin­cipi della logica aristote­lica. Tertium non datur, A o non A, tertium non datur. È da questo basamento, da que­sto caposaldo, da questo fondamento che prende origine il discorso occidentale, come discorso in cui tertium non datur: o sì o no. Tertium non datur. Invece, nella logica della parola tertium datur, non più o sì o no, ma sì e no, vel-vel, sia-sia, sì-no e altro ancora: tertium datur. C’è l’Altro, l’Altro nel senso dell’alterità delle cose, ossia dell’alterità che comporta l’assenza di significazione. Le cose non significano già, non comportano un segno di qualcosa. C’è un’altra accezione di segno che interviene, dove qualcosa non è segno di qualcos’altro, ma la parola è segno. È segno, ma non se­gno di qualcosa: è segno nella sua tripartizione: nome, significante e Altro. Per cui non c’è alternativa, non c’è più alternativa esclusiva. È invece l’idea di alternativa esclusiva che fa sì che Elisa se ne vada via da casa, una casa in cui la madre malvagia aveva comportato l’assenza di riconosci­mento del padre. Il padre non c’è più. Perché non c’è più? Nel senso che non c’è più riconosci­mento, dice qui il testo.

Allora, di cosa si tratta nel riconoscimento? Si tratta del nome che funziona, del pa­dre che funziona. Si tratta del riconoscimento del padre e dell’ammis­sione del figlio. Padre e figlio sono due funzioni della pa­rola. Il padre come nome che funziona, il figlio come significante che funziona.

Allora Elisa, la bella Elisa, ritiene di dovere essere riconosciuta per la sua bellezza, di dovere essere la figlia eletta, la figlia preferita. Già l’idea di essere la figlia preferita, la figlia prediletta, la figlia bella, è una messa a morte, è l’idea stessa di messa a morte del padre e del figlio, perché vuole dire instau­rare una relazione sociale, una relazione sessuale tra il padre e il figlio. Non c’è nessuna relazione sessuale. La relazione è re­lazione originaria, è relazione nel senso dell’apertura, il cui modo è l’ossimoro. Non c’è relazione sessuale. C’è sessualità che procede dalla relazione, cioè procede dall’a­pertura, ma l’idea della relazione ses­suale è l’idea stessa d’incesto. Ora, la bella Elisa è sommersa dal­l’idea dell’incesto, questo è il punto, a partire da cui la madre è matrigna e il padre non la riconosce, non la riconosce come la più bella. Non la rico­nosce come la preferita! Ohibò! E allora? Allora deve an­darsene, deve partire. Al­lora ci sono le streghe, ci sono i cigni, tutto è animalizzato, tutto diventa negativo; è tutto un mondo stregato, un mondo incestagogico, nel senso che ogni cosa ha un se­gno, ha un segno negativo o positivo, a priori, per cui ci sono cose che non bisogna fare. Perché? Perché hanno un segno ne­ga­tivo, perché sono la riproduzione dell’incesto, ossia di quell’atto — in­cesto: atto non casto — che riprodur­rebbe il negativo del­l’origine o l’o­rigine, comunque. È questa mitolo­gia che fonda la società occidentale.

Basta leggere Totem e tabù di Freud dove è chiaramente precisato quale sia la struttura della società occiden­tale, ma non solo occi­dentale, di qualunque società. La bella Elisa, che viene rico­no­sciuta solo dal cane e dalle ron­dini, vive in questa fantasmagoria, in cui il padre è senza autorità, in cui dovrebbe esserci un’armonica rela­zione sessuale, in cui do­vrebbe es­sere riconosciuta come la più bella, la pre­ferita. La mamma, matrigna, ha fatto fuori tutti i fratelli, questa è la fantasia di Elisa, è la fantasia di novantanove ragazze su cento, chia­ramente, ragazze e ra­gazzi. È la fan­tasia della figlia unica, di es­sere la figlia unica, la figlia prediletta, la fi­glia preferita, la bella figlia di papà.

Ma papà, purtroppo, se la fa con la cat­tiva regina. Eh, questa re­gina im­picciona! Que­sto papà che non capisce che la regina è cat­tiva, è malvagia, è negati­vis­sima. Infatti, a dimostrazione, i figli ven­gono tramutati in cigni, i fratelli ves­sati, an­gariati, la stessa Elisa con­ciata per le feste, ma da chi? Dalla regina cattiva. È straordi­naria questa fiaba intorno alla fa­miglia d’origine. Famiglia d’origine che è sempre una famiglia pessima, sempre piena di ma­gagne, di nega­tività, di tare eredi­tarie, di malattie, una famiglia di cui bisogna liberarsi; però… però c’è il richiamo del san­gue, c’è questo san­gue, c’è l’origine. Chi crede nell’o­rigine ci crede sem­pre, sia a Timbuctu sia a Vigodarzere, perché se ci crede ci crede. Per cui può an­che andarsene in capo al mondo, ma sente il richiamo del sangue.

Cos’è questo ri­chiamo del sangue? È l’idea di ap­parte­nenza, di genealogia, di essere “figlio di” e, dunque, di essere prede­stinato. Questo è il soggetto del di­scorso, il soggetto predesti­nato. Qual è il de­stino del soggetto predesti­nato? Lo dice la prima parte della fiaba: è un destino avverso, costel­lato di mille pericoli, ne­gatività, im­possibilità. Se la credenza resta fissa in questi termini, è una vita senza sbocco. Ovvio. È una cre­denza che esige l’analisi, esige l’itinerario intellettuale per venire dissipata. Questa è la questione dell’itinerario.

Questa fiaba indica che c’è un viag­gio da compiere, l’itinerario, la ri­cerca, c’è un libro da scri­vere, un libro che si scrive. Con che cosa si scrive? Con la memoria, non con i ricordi, con la memoria, cioè con quel che si scrive nell’attuale, ossia con la scrittura dell’e­sperienza; non con la scrittura dei ricordi, con l’idea di appartenenza, con la riproduzione economica del fatto, di quello che viene ritenuto il fatto e quindi il se­gno, ma si scrive con l’e­sperienza, cioè con la scrittura della parola originaria, che è ciò con cui si con­clude la fiaba: “…una processione come nessun re l’aveva mai vista”.

Quel che accade è inimma­ginabile, mai accaduto prima, e lì sta il rico­noscimento; non è ricono­scimento di qualcosa che è già acca­duto, ma di qualcosa che ac­cade lì per la prima volta, perché il nome funziona lì. È ricono­scimento del nome, perché il nome funziona, quindi funziona già, è già instaurato. Perché, se il nome non s’instaura, abbiamo che il padre sposa la regina cattiva! Se il figlio non s’in­staura, il figlio come significante che funziona, allora abbiamo la puzza, il viso marrone, la puzza sotto il naso, anche, sopra e sotto il naso. La puzza, il colore marrone scuro, i capelli scompigliati…

È un testo interes­santissimo. Magari la traduzione non è proprio precisis­sima, ma gli elementi essenziali ci sono e indica chiaramente cosa ac­cade quando si afferma l’idea fissa di un’origine localizzata. Elisa di­venta la po­vera Elisa. Prima era la bella Elisa, poi diventa la povera Elisa. Ma nonostante questa fantasia, se Elisa non resta a contemplare la fantasia ma l’affronta intellettualmente, la povera Elisa non perde certo la sua beltà, anzi, sposa il principe e di­viene regina, perché non spreca le occasioni.

Elisa non crede nello spreco e non sta a lesinare, lavora incessan­temente a preparare le ma­gliette, a tessere l’ortica, a prenderle con le mani, anche se si fa le bolle, non teme di dovere usare le mani. Anche con le ortiche, non va in cerca dei guanti, va a prendere l’ortica con le mani, la lavora, tesse giorno, notte. Non sta lì a con­tare: “Oggi ho lavorato, quanto? Sette ore. Basta. Tariffa sindacale”. No, non fa questi calcoli, quello che c’è da fare lo fa, e già en­tra in un dispositivo. C’è un’occorrenza e questo comporta che venga affrontata con un disposi­tivo, non senza dispositivo. E il dispositivo non si fa di fantasticherie negative, si fa di quel che bisogna fare, rispetto al programma e al pro­getto. A un certo punto per Elisa s’istituisce il progetto e il programma conseguente. Allora non sta lì a gi­gionare o a aspettare, o a avere paura. Eh, no! Né a crogiolarsi sull’i­dea della regina cattiva, della matri­gna, del mare che è troppo distante, del viaggio troppo lungo, perché mancano le forze. No. Le forze ci sono. Se c’è da arrivare, le forze ci sono; è impossibile che manchino le forze. Non è possibile che manchino le forze! Qui lo dice chiaro e tondo. C’è da arrivare? È im­possibile che manchino le forze.

“Ah, ma questa cosa è troppo per me, io non sono all’altezza; questa cosa, per me, è troppo grande, io sono troppo debole, le mie forze sono esigue”, quante volte si sente dire: “Chissà se ce la faccio. Ma è impossibile. Io non posso farcela, non ce la faccio, non potrò mai far­cela. Perciò, dato che io non posso farcela, non faccio niente”. Benissimo, ma che bello! Elisa, qui, ci dice invece che le forze non ven­gono mai meno. Se c’è il dispositivo, se c’è la decisione, le forze non ven­gono mai meno. Mai!

È proprio bella questa fiaba, inte­ressante. E non c’è da fare affi­damento sul popolo, che è prontis­simo a dire: “Eh, ih, uh…! Bou, bi, buuu! A morte, a morte!”.

Abbiamo risposto ai vari quesiti? I fra­telli e le sorelle, chiaramente, sono l’indice del padre; che il padre c’è, è certificato dai fratelli. Non è vero che il padre non c’è: ci sono i fratelli e i fratelli certificano il pater. Il frater certifica il filius e dunque esige il pater. È chiaro! Ossia: il fratello è l’altro modo del filius, e il figlio, come dice sant’A­gostino, procede dal padre. È impossibile il filius senza il pater. Quindi pa­ter, filius e Altro, Alter: la tripartizione del segno. Già sant’A­gostino se n’era accorto in modo inequivo­cabile.

C.M. Quindi l’Altro… è…
R.C. Cosa?
C.M. Fratello.
R.C. Eh, no!
C.M. L’altro modo del figlio.
R.C. Filius. Filius e alter filius, ma sem­pre filius. Certo, che comporta l’infinito, non il figlio che muore, non il padre che muore. Il figlio, caso mai, che risorge, non che muore. Questo è lo statuto del filius, così come quello del pater; è uno statuto immortale, perché fino a che esiste la cre­denza che il padre possa morire, che il fi­glio possa morire, è la paralisi. E chi nella fanta­sia fa morire il padre e il figlio? Chi? Tolto l’Al­tro, indice della non finitezza del tempo, chi fa morire il padre e il fi­glio? La madre. Chiaro! La regina cattiva. Mi pare, come prima lettura dei Cigni selvatici, che qual­che indicazione l’abbiamo tratta. O no? Lei, cosa dice, l’abbiamo tratta? Lei come che si chiama?
Daniela Pilotto Daniela Pilotto.
R.C. Daniela Pilotto, ah, sì, lei è del S.E.F, che vuole dire…?
D.P. Servizio per l’età evolutiva e la famiglia, quindi abbiamo a che fare con i bambini della materna.
R.C. Non le pare che ci sia del materiale indicativo?
D.P. Sicuramente, perché raccon­tando la favola a un bambino piccolo, biso­gna fare vedere il bene e il male.
R.C. Ecco, il bambino piccolo non ha bi­sogno che gli sia detto qual è il bene e qual è il male, perché la fiaba comincia proprio da un’idea di male o di bene. Se al bambino piccolo viene imposto di dovere sce­gliere tra il bene e il male, comin­ciano i problemi, perché è impossibile scegliere tra il bene e il male; logicamente, non c’è scelta tra il bene e il male, perché bene e male ri­guardano l’apertura, riguardano il due, ri­guardano la diade, ciò da cui le cose ven­gono. Le cose vengono dal bene-male, non dal bene o dal male; vengono dal bene-male, e vanno verso la qualifica. Proprio in quanto vengono dal bene-male, incon­trano un destino di qua­lità e bene-male non sta da­vanti, sta dietro.

Se lei pone al bambino la necessità di scegliere tra il bene e il male, gli pone davanti ciò che sta dietro e, così, comincia a avvertire qualche capogiro, perché gli viene posto dinanzi ciò che ha da stare dietro. E è proprio ciò che non bisogna fare, non bisogna prescrivere il bene perché, prescri­vendo il bene, si prescrive anche il male. A questo proposito, dovremmo leggere, non è nel programma, ma ritengo che sia molto inte­ressante farlo, un’altra fiaba di Perrault, Barbablù. È tremendo Barbablù.

Mi era sfuggita al momento di sti­lare il programma, ma è il caso di leggerla, assolu­tamente, anche te­nendo conto della notazione di Daniela Pilotto che è proprio indi­ca­tiva. La conosce?

D.P. No.
R.C. Ritengo che, se avremo tempo… Ma il tempo non si ha mai, dunque, basta decidere di farlo e il tempo si trova. Il tempo è una con­seguenza pragma­tica delle cose, non viceversa. Pertanto, decidendo di farlo, il tempo è una conseguenza.
D.P. Vorrei un chiarimento sulla diffe­renza fra fiaba e favola.
R.C. La favola è quel che si dice. La fa­bula, la favella, la favola è che le cose si di­cono. La fiaba, diciamo così, è quel che in­comincia a dirsi.
Pubblico Si narra?
R.C. No. La fiaba è il modo con cui le cose cominciano a dirsi, poi occorre che si svolga nella storia, nel racconto, nella narrazione, che sono aspetti differenti; una volta che la fiaba comincia a articolarsi e a svolgersi, quindi a analizzare il materiale da cui prende avvio, ecco che incontra la narra­zione e il racconto, cioè va verso la clinica, va verso la qualifica delle cose; non già verso il mantenimento di un’alternativa fra bene e male o verso il mantenimento di un’idea della fine. Quando il mate­riale, da cui l’idea di fine ha inizio, comincia a arti­colarsi e a dissiparsi, allora le cose comin­ciano a raccon­tarsi; non sono più nella fiaba, en­trano nel racconto, cioè il racconto comincia a indivi­duare la logica delle cose, la logica e la loro qualificazione. Quindi il racconto è racconto della logica e della qualità.

La fiaba sembrerebbe negare la qualità delle cose: la matrigna è cattiva, la madre è cat­tiva, la moglie del re è cattiva, il re è senza autorità, i fratelli sono animali, non c’è più la bel­lezza, nessun rico­noscimento. È un disa­stro. Nella fiaba, lo scenario è disastroso, però è il modo con cui cominciano a dirsi le cose. Se noi diciamo: “No, questo non lo devi dire! Ah, non è così, non è vero che è così, perché… ma non è così!”, allora, come fa a istituirsi il racconto? Occorre pure che comin­cino a dirsi le cose, e le cose comin­ciano a dirsi in modo differente e vario, an­che con una rappresentazione negativa, an­che con una fan­tasticheria assurda. Importa che comincino a dirsi. Non si tratta di correggere subito in nome della verità, in nome della realtà, in nome di qualcosa, della correttezza. È assurdo, perché togliamo la fiaba. Ma togliendo la fiaba, togliamo an­che la fabula, cioè la favella, to­gliamo la pa­rola e togliamo anche il racconto che potrà seguire.

L’educazione non è educazione al cor­retto modo di dire le cose, è edu­cazione all’ascolto, educazione alla qualità della parola e, in prima istanza, è educazione a la­sciare che le cose si dicano e quindi si odano, perché così poi vanno verso la preci­sazione e la qualifica. Qualifica vuole dire precisazione. La qualità è la precisazione estrema. Le cose approdano alla loro qualità, cioè alla loro precisazione estrema: è questo verso cui tendono. Ciò esige la tensione linguistica, lo sforzo intel­lettuale, esige che rimozione, resi­stenza, dimenticanza e sogno non vengano mai meno, ossia che non vengano mai meno la fun­zione di nome, la funzione di signi­fi­cante, la funzione di Altro. Un modo per togliere l’Altro è dire: “No, non è così; no, non è vero; no, non è giusto”. Ecco, sono già modi di togliere l’Altro. Si tratta in ciascun caso d’istituire un dispositivo, ma non attraverso prescrizioni e di­vieti, ma con norme, regole e motivi, che comportano il lavoro e il gioco della parola. È ciò lungo cui avviene l’educazione. Educazione alla qualità della parola, educazione alla qualità della vita. Questo non ri­guarda solo i bambini, riguarda ciascuno.

Per istituire un dispositivo di educazione per i bam­bini, occorre che sia istituito e che sia in corso un dispositivo di educazione per gli educatori, prima di tutto. Essenziale! Perché se non c’è l’esperienza di cosa sia l’educazione per quel che ri­guarda il proprio caso, com’è possibile giungere a pro­porre, a dirigere, l’educazione per al­tri? Diventa altrimenti una serie di prescrizioni e divieti sulla base di tabù, pregiudizi, convenzioni sociali, sulla base di credenze nella pelle marrone, nei capelli scompigliati, nella pomata puzzolente, nel cane da guardia che riconosce, nelle rondini, allora uno vive nel suo mondo naturalistico, tra gli animali che lo capi­scono. “Nessuno mi capisce, se non il mio cane”. Oppure: “Ma io ho delle con­versa­zioni con il mio canarino che non dice nulla, ma mi capisce benis­simo”.

C.M. Gli manca solo la parola.
R.C. “Guardi com’è intelligente, gli manca solo la parola!”. Questi sono dispo­sitivi naturali, naturali­stici, privi d’intellettualità, per abolire la parola. Allora c’è questa idea di naturalismo da ricercare, da ricreare, un mondo dove l’armonia regni sovrana senza parola. Il mondo dove l’armonia regna sovrana è un mondo senza parola, per­ché nella parola, armonia e disar­monia sono intoglibili. Corpo e scena, armonia e disarmonia, simme­tria e asimmetria non è possibile scinderli, que­sta è la questione. Qualcuno dice: “Io cerco l’armonia”. Bene, siamo a posto! E la di­sarmo­nia? “No, quella, per carità!”. Siamo già in una ideale psicotizzazione. Il corpo senza la scena: è possibile un corpo senza la scena? No, non è possibile, perché corpo e scena è una diade inscindibile. Volendo scegliere tra il corpo o la scena, non c’è più né il corpo né la scena. Questo è il punto. Per cui si tratta di analizzare le credenze, le fantasticherie, i pre­giudizi, i pensieri, le pensate.

C’è un discorso che traduce la “pensata” in “capire”. C’è un discorso che, sic­come pensa una cosa, dice: “Ah, ho capito come stanno le cose. Siccome ho pensato questo, vuole dire che è così”, come se non ci fosse la diffe­renza: il pensiero equivale all’essere. Formula la cosa così: “Ah, ho capito che…” e vuole dire: “Ho pensato che…” e, per il fatto di averlo pen­sato, ritiene che le cose siano così: si chiama discorso ossessivo. È un fantasma materno intorno alle cose, alle cose e a sé.

“Ho capito”. Cosa? “Eh, ho capito”. E perché l’ha capito? “Perché l’ho pensato”. Capire è un’altra cosa, che è differente dal formulare una congettura, dal formulare un’ipotesi, dal formulare un pensiero, è la conse­guenza della supposizione. Impossibile capire senza la supposi­tio.

A questo era arrivato già Quintiliano. Eppure, oggi, anche le acquisizioni degli antichi sono ne­gate da un ideale meccanicismo mentale proposto, per esempio, dalla psicologia, che presuppone come modello psichico il comportamento dell’a­nimale. Se l’animale fa così, vuole dire che l’uomo ha questi circuiti mentali. Ma che bello! Interessante l’animalizzazione! Così è l’animalizzazione, in corso nel pianeta da qualche anno. Pavlov ha dato l’avvio, e poi è seguito tutto ciò che è seguito con quella che viene chiamata psicologia sperimentale: è psicologia animale, è zoologia. In che modo viene ritenuto possibile che ciò che è sperimentato sui topi debba costituire il modello umano per eccellenza?

C.M. Su base organica.
R.C. Ma nemmeno. Sulla base di una magia della matrigna, che mise i tre rospi nell’acqua limpidissima, la quale prese subito un colore verda­stro. Allora un rospo sulla fronte, un altro sulla testa e un altro, dove?
Pubblico Sul cuore.
R.C. Ma che bravi! Sul cuore, eh già. Perché mettendola sulla fronte, diventa brutta in modo che il padre non la riconosca. Questa fiaba ha una portata clinica straordinaria. Però noi abbiamo in programma per oggi anche Il gatto con gli sti­vali. Non è che lo possiamo trascurare adesso a favore dei cigni; va bene i cigni ma anche il gatto ha le sue esigenze.
Pubblico (Viene posta una do­manda intorno alla questione del fi­glio più piccolo, ma la registrazione non è comprensibile).
R.C. Sì, il più giovane, la più pic­cola, la più bella, chi è che aveva sollevato questa questione, lei? Il più piccolo. È sempre un fantasma intorno al fratello, al filius, il più figlio, il prediletto.
Pubblico Ma il figlio è Elisa…
R.C. Infatti, si tratta di Elisa. È sempre Elisa, la più bella, la più pic­cola, è sempre Elisa. Il fratello più piccolo: non c’è il fratello più pic­colo, se non come tentativo di rap­presentare l’unicità, l’unicum, quindi l’unico, il figlio unico.  È una curiosa formu­lazione, che si tratta di esplo­rare, perché apre sia al fratello sia all’unico; cioè l’unico sarebbe il fratello fratricida, senza più fra­telli, senza altri, è il figlio che ha fatto fuori i fratelli.

Sabrina Resoli Quindi, il fratello più piccolo è l’unico, ma anche l’ultimo.
R.C. Eh, sì, senza altri fratelli, es­sendo l’ultimo. Quindi perché l’ultimo?
Pubblico  Sarebbe l’ultimo solamente se c’è solo lui.
R.C. Certo. Dunque c’è qualcosa che fini­sce. Perché finisce? L’ultimo talvolta ri­guarda lo scampato, perché quelli che sono venuti dopo, invece, ci sono rimasti.
C.M. Il salvato, lo scampato.
R.C. Tra la fantasia di aborto e lo ster­minio. L’ultimo nato vivo, gli altri sono tutti morti. Il salvato. Ossia può volgere verso Mosè o verso Caino, cioè è sempre Cristo, però nella sua faccia mosaica o cai­nica.
C.M. Lei dice che la quali­fica…
R.C. No, questo lo sta dicendo lei.
C.M. No, poco fa, a propo­sito dell’unico come istanza di unicità, quindi di qualificare l’uni­cità che, come dire, trova anche il fratello.
R.C. L’unicità non del figlio, per­ché l’u­nicità è della cifra, l’unicum è la cifra.
C.M. Esatto. Ecco, la qua­lifica­zione apre anche al fratello.
R.C. Non è che apre al fratello.
C.M. Cioè lo trova.
R.C. Non toglie il fratello. Il fra­tello c’è. Non sta a lei lasciarlo o toglierlo. C’è frater. Lei può solo toglierlo, eventualmente, fantasmaticamente.
C.M. C’è già frater.
R.C. Eh, sì. Nella parola, se il si­gnificante funziona e, dunque, il si­gnificante è adia­cente a un Altro si­gnificante, abbiamo il fi­lius e anche il frater.
C.M. C’è l’infinito.
R.C. Chiaro.
C.M. Allora, quell’ipotesi che ho formu­lato all’inizio, rispetto a questo lavoro che garantisce l’infinito at­tuale, cioè il lavoro di Elisa, quest’ala scoperta, il braccio scoperto, non è un segno ma è un’indi­ca­zione tutt’al più di un lavoro che non dev’essere ultimato.
R.C. È il fantasma di Elisa di non fare in tempo, dell’ultimo momento, di avere bisogno della co­perta, della coper­tura, come quando uno dice: “Ma non posso fare questo, perché sarei allo scoperto, mi sento scoperto. Questa cosa non la posso fare perché ho il conto scoperto”.

Quest’idea della copertura, della cappa, la coperta, la copertura, anzi­ché l’apertura la copertura: sono modi della riserva mentale, di cui avevo preparato qualcosa per oggi, ma magari ve ne parlerò la pros­sima volta, perché altrimenti il gatto resta senza gli sti­vali. E lui voleva gli stivali, e quindi dobbiamo darglieli. O no?

Bene, allora lasciamo temporaneamente Andersen in Danimarca, e ci rivolgiamo a Charles Perrault, autore francese, alla corte del re Sole, quindi siamo nel…

Pubblico Luigi XVIII.
R.C. No, quattordicesimo! Siamo nel 1600. Perrault vive a cavallo tra il 1600 e il 1700. Ha cavalcato poco, perché è morto nel 1703, ma in­somma è a cavallo; è nato nel 1600, è morto nel 1700, si dice che fosse a cavallo di due secoli. Come quel­l’al­tro grande, di cui è ricorso l’anniversario il 5 maggio. “…due secoli l’un contro l’altro armati”. Avete presente? Vi sovviene qual­cosa?  “Ei fu, siccome immobile, dato il mortal sospiro, stette la spoglia immemore…”. Lei sa questa poesia, non l’ha imparata a scuola?
Pubblico Sì.
R.C. 5 maggio, si chiama. È noto an­che l’autore… anche la nostra amica di cui mi sfugge il nome…
Martina Bertuol Martina Bertuol.
R.C. Noi ci siamo sentiti al tele­fono ieri.
M.B. Ieri, sì.
R.C. Ah, ecco, è stata lei. Quindi ha trovato il modo di venire…
M.B. Sì, all’ultimo momento.
R.C. All’ultimo momento! Ah! Visto? Come Elisa?
M.B. Non ho letto la fiaba.
R.C. Non l’ha letta? All’ul­timo momento, ma è venuta. Non è stato l’ul­timo momento, perché poi, adesso, ce ne sono degli altri. Questo “ultimo” è operatore logico, è un’idea; questo ultimo momento è un’idea, in realtà non c’è. Lei pensava che ci fosse?
M.B. No.
R.C. Esatto! Infatti si trova qui! Invece c’è chi ci crede, che ci sia l’ultimo momento, e lo aspetta. Dice: “Posso fare questa cosa, ma solo al­l’ultimo momento” e così non la fa mai, perché l’ultimo mo­mento…
M.B. Non arriva.
R.C. Non arriva mai! Brava! E lei che scuola fa? Mi diceva il liceo.
M.B. Sì, sono al liceo socio-psico-peda­gogico.
R.C. Socio-psico-pedagogico, che è allora una nuova scuola.
M.B. È una scuola tra il classico e lo scientifico.
R.C. Come le magistrali?
M.B. Sì, solo che non si può inse­gnare con il solo diploma.
R.C. È un diploma che non ha uno sbocco?
M.B. È come un liceo.
R.C. Ah, ecco. Allora, poi bisogna acce­dere all’università. Comunque apre a qua­lunque corso di studi.
M.B. Sì, a tutti.
R.C. Non è vincolato, come una volta, a magistero, piuttosto che…
M.B. No.
R.C. Socio-psico…?
M.B. …pedagogico.
R.C. Che brutta cosa! Liceo socio-psico-pedagogico. Magari poi non è tanto malva­gio, come sembra pre­supporre la denominazione. Socio-psico-pedagogico. Cosa si studia in questo liceo?
M.B. Di tutto. Discipline scientifi­che, umanistiche, di tutto.
R.C. C’è l’italiano, il la­tino…
M.B. … la matematica…
R.C. … il greco…
M.B. No, il greco no.
R.C. Ah, il greco no. Questa è già una brutta cosa.
M.B. Voglio dire, ci sono tante materie: c’è la pedagogia, la sociologia, la psicologia, il diritto, se ci mettiamo dentro il greco…
R.C. Il diritto va beh, queste tre materie qui… era meglio il greco. Tra la sociologia, la psicologia e la pedagogia, io scelgo il greco.
M.B. Sono scelte. Bisogna fare il clas­sico. È un’altra cosa.
R.C. Eh, già. E poi c’è la storia, c’è la geo­grafia…
M.B. Sì, il primo anno.
R.C. Il primo anno e poi basta? Tanto non è mica importante la geo­grafia, vero?
M.B. Viene sostituita con altre materie: biologia, chimica, fisica…
R.C. Chiaro, perché la geografia che im­portanza può avere? Meglio lasciarla per­dere!? Quindi, anche la geografia è stata abolita, e anche questa non è una bella cosa. Poi, c’è il diritto però, la chimica, la biologia.
M.B. Tante materie, dipende dagli anni. C’è anche l’anno della fisica.
R.C. La fisica. Nel secondo trien­nio?
M.B. Al quarto anno.
R.C. Solo un anno di fisica?
M.B. Sì, solo un anno.
R.C. Poca poca.
M.B. È una logica strana quella della scuola, può essere positiva e anche nega­tiva, nel senso che c’è dentro un po’ di tutto, però non viene approfondito. Dipende anche dal tipo di professori che hai, nel senso che ci sono professori in gamba, che riescono a trasmetterti proprio la struttura della materia, allora è una cosa che serve; per chi in­vece si ferma al nozionismo è una cosa inutile perché la nozione non te la ricordi, comunque sono anche po­che, e quindi non hai il quadro… ci sono i pro e i contro.
R.C. Ha i pro e i contro. E nel suo caso si tratta di pro o di contro?
M.B. Nel mio caso? Tutti e due!
R.C. Ah, ecco, dunque lei affronta la si­tuazione. A che anno è, all’ul­timo?
M.B. Sì, al quinto.
R.C. Sempre promossa, con buoni voti…
M.B. Eh, dipende dagli anni.
R.C. Ah, sì? Quest’anno va bene?
M.B. Quest’anno bisogna impe­gnarsi.
R.C. Perché ci sono gli esami, che sono già con il nuovo rito, perciò ciascuna mate­ria viene verificata, come era già una tren­tina d’anni fa. Bene.
M.B. Come principio, diciamo…
R.C. Lei sta svolgendo una ri­cerca?
M.B. C’è un argomento comune a tutta la classe, che viene sviluppato da ogni per­sona in determinate aree. C’è l’area pedagogica, dopo dipende dalle persone e io ho scelto l’area pedagogica, e nello specifico le fiabe.
R.C. Beh, una bella scelta, che ci ha permesso di incontrarci. Perfetto. Adesso andiamo avanti, poi, se lei ha domande…
Lei, in particolare è interessata a Perrault, Cappuccetto Rosso, nella versione francese o tedesca? Sa che esistono due versioni? Allora glielo dico: esistono due versioni. Una di Perrault e una dei fratelli Grimm. Noi abbiamo considerato quella dei fratelli Grimm, però esiste anche la ver­sione di Perrault. Anche di altre fiabe c’è la versione francese e la versione tedesca, per esempio La bella addormentata nel bosco ha il suo corrispettivo nella fiaba di Rosaspina, Hänsel e Gretel in Pollicino, e così via.
Adesso consideriamo Il gatto con gli sti­vali, che nella versione tedesca non c’è. Immagino che l’abbiate letta questa fiaba. Nessuno? Mai?
Pubblico Non per oggi.
R.C. Ah, non per oggi! Nessuno l’ha letta per oggi, in vista…
Alessio Menegazzo Io l’ho letta.
R.C. Ah, almeno uno! Bene. È stato fatto anche un lavoro teatrale attorno a questa fiaba. Lo sapete? Dall’autore tedesco Johann Ludwig Tieck. È interes­sante. Oggi non l’ho portato, perché prima leggiamo questa, poi, even­tual­mente… ma se qualcuno è incu­riosito può andare a cercarlo e leg­gerlo. Allora:

Un mugnaio lasciò per eredità ai suoi tre figli solo il mulino, un asino e un gatto.

C’è qui la questione dell’eredità. Eredità e ereditarietà, due aspetti. Un conto è l’eredità, un altro conto è l’ereditarietà. Alcuni trattano l’eredità come l’ereditarietà, e allora c’è qualche inghippo. Adesso an­diamo avanti, però, e ci soffermiamo su questo termine eredità, che è un termine interessante, a condizione di elaborarlo.

Le parti furono presto fatte: non vi fu bi­sogno né di avvocati né di notai.

Già allora era in uso il no­taio o l’avvocato. C’erano le cause di famiglia già nel 1600.

Costoro si sarebbero mangiati in un boccone il povero patrimonio. Il figlio maggiore ebbe il mulino, il se­condo l’asino e il più giovane non ebbe che il gatto.

Dunque, qui, è considerato che avere il gatto era come non avere niente. Il più gio­vane non ebbe che il gatto, come dire un gatto senza va­lore, senza importanza. Una sfortuna avere il gatto, invece quell’altro ha avuto il mulino.

Quest’ultimo non sapeva darsi pace per avere avuto una parte così misera.

Già, aveva fatto i suoi conti: “Beh, c’è il mulino, c’è l’asino, c’è il gatto, si divide per tre e mi spetta una parte di mulino, una parte di asino e una parte di gatto”. Poi si trova solo con il gatto e dice: “Ah, che fre­gatura, che miseria”, lui che aveva fatto una contabilità precisa, aveva fatto i conti…  

“I miei fratelli — diceva — si potranno guada­gnare onestamente la vita, mettendosi in società”; — uno mette l’asino, l’altro il mulino e in­sieme fanno gli affari — “ma quanto a me, quando mi sarò mangiato il gatto…”.

Pubblico In Francia…

R.C. Sì, lì c’è la cucina francese. Perrault aveva evidentemente qual­che problema di dieta, perché i notai e gli avvocati si mangiano il patri­monio, questo si mangia il gatto, c’è un’idea cannibalica delle cose.

“…e con la sua pelle mi sarò fatto un manicotto, dovrò rassegnarmi a morir di fame!”. — Come la matrigna di Hänsel e Gretel, cioè lo spettro della fame — Il Gatto, che aveva sentito questo di­scorso, ma aveva fatto finta di non accor­gersene, gli disse con aria se­ria a posata: “Non state ad afflig­gervi, caro padrone; non dovete far altro che trovarmi un sacco e farmi fare un paio di stivali per cammi­nare in mezzo ai boschi, e vedrete come la sorte non sia stata tanto cattiva con voi quanto credete”.

Il padrone del Gatto non faceva un grande affidamento sulle sue parole, ma gli aveva visto fare tanti di quei giochi di de­strezza nel prendere topi e sorcetti (come quando il Gatto si lasciava pendere per i piedi, o si na­scondeva nella farina facendo il morto) che non disperò completa­mente di trovare in lui un po’ d’aiuto nella sua mi­seria.

Lui, soggetto mi­sero, sog­getto della miseria. Il sog­getto della miseria è sempre nella miseria intellettuale, è sem­pre l’idea di finitezza intellettuale. Quella è la miseria. Il soggetto mi­sero è il soggetto senza idee, senza pensieri, senza intelli­genza.

Quando il Gatto ebbe ottenuto quel che aveva chiesto, infilò bravamente i suoi sti­vali e, mettendosi il sacco in spalla, ne prese i cordoni con le due zampe davanti e se ne andò in una conigliera dove c’era un gran nu­mero di conigli.

Mise nel sacco un po’ di crusca e di cicerbita e, sdraia­tosi in terra come se fosse morto, aspettò che qualche coniglietto, an­cora poco edotto delle astuzie di questo mondo, venisse a ficcarsi nel suo sacco per mangiare quel che vi aveva messo.

Per mangiare, anche il coniglio.

A.M. Ma, questa è un’altra ver­sione.
R.C. Può darsi. Vediamo. Lei, che edi­zione ha? Edizione per bambini. Ah, ma lei l’ha presa per guardare le figure!
A.M. Io ho chiesto la fiaba e mi hanno dato quella.
R.C. Eh, sì, ma questa è l’edizione per bambini. Ci vuole il testo origi­nale. Evidentemente, lei ha chiesto la fiaba, ma è stato inteso che la volesse per raccon­tarla a qualche bimbetto: non sapevano che il bim­betto era lei.
A.M. O pensavano che fossi il pa­dre.
R.C. Esatto, pensavano questo. Questo è un riassunto.
A.M. È semplificata.
R.C. È chiaro. Non le è sorto il dubbio che esistesse una versione letteraria, come in effetti c’è? Va beh, comunque lei può con­tinuare a guardare le figure, intanto che rac­contiamo. Allora:

Non appena si fu disteso in terra, egli fu accontentato: un coniglietto sventato entrò nel sacco e il bravo gatto, tirandone subito i cordoni, lo prese e lo ammazzò senza mi­seri­cordia.

Senza misericordia. Non è che lo am­mazzò. No. Lo ammazzò senza misericor­dia.

Tutto fiero della sua preda, se ne andò dal Re — anche qui c’è un re — e do­mandò di parlargli. Lo fecero salire nelle stanze del Re, dov’egli entrò, fece una grande riverenza e disse al Re: “Ecco qui, Maestà, un coniglio di conigliera — come dire un coniglio non di allevamento — che il signor Marchese di Carabas” (questo era il nome che gli era sal­tato il ticchio di dare al suo padrone) “mi ha incaricato di pre­sentarvi da parte sua”. “Di’ al tuo pa­drone — rispose il Re — che lo ringrazio e gra­disco molto il suo regalo”.

Un’altra volta, il Gatto andò a nascondersi in un campo di grano, sempre col sacco aperto, e quando due pernici vi furono entrate, tirò i cordoni e le acchiappò tutte e due. Poi andò a offrirle al Re come già aveva fatto per il coniglio di conigliera. Il Re ac­cettò nuovamente con piacere le due pernici e gli fece dare una mancia. — È un re gentile — Il Gatto conti­nuò in tal modo durante due o tre mesi a portare al Re, di quando in quando, la selvaggina delle bandite del suo padrone. Un giorno, avendo saputo che il Re doveva recarsi a passeggiare lungo la riva del fiume, insieme alla figlia, la più bella prin­cipessa del mondo, …

Anche qui c’è la più bella.

Pubblico […] si sa che sono le più belle.
R.C. Non a caso.

 …il Gatto disse al suo padrone: “Se date retta a un mio consiglio, la vostra fortuna è bell’è fatta: dovete andare a fare un bagno nel fiume, e precisamente nel posto ch’io v’indi­cherò; quanto al resto, lasciate fare a me”. Il Marchese di Carabas…

È già diventato Marchese di Carabas, a questo punto. Non è più il figlio del mu­gnaio. A questo punto, è il Marchese di Carabas. Interessante questo.

C.M. Ma lui lo sapeva?
R.C. Eccola lì! A noi non interessa se lui sapeva o no, perché chi è lui? Chi è lui che dovrebbe sapere. Chi è? Ci dica? Chi è il “lui” che dovrebbe sapere?
C.M. Il figlio del mugnaio.
R.C. Qui il figlio del mugnaio non c’è più. Quindi lei è tornata in­die­tro, Vuole sapere se lui sapeva, ma non si fa molta strada volendo sa­pere se lui sapeva, et cetera, et ce­tera.
C.M. Non serve “non si fa molta strada”.
R.C. Sì, non serve proprio. Ma vo­lendo sapere, partendo dall’idea che biso­gnasse proprio sapere, non si fa molto strada.
C.M. Si è accorto o non si è ac­corto che…
R.C. Chi si è accorto? Chi si deve accor­gere? Chi?
C.M. Il marchese.
R.C. …Il Marchese di Carabas seguì il consiglio del Gatto…

Il Marchese di Carabas non sta lì a pensare se si è accorto o non si è accorto: segue il consiglio del gatto, perché è il Mar­chese che segue il consiglio, non è il figlio del mu­gnaio. Capisce?

Pubblico Perché dice che è il Mar­chese?

R.C. Non lo dico io, lo dice il te­sto. Il te­sto dice che il Marchese di Carabas seguì il consiglio del gatto. E chi è il Marchese di Carabas? “[…] era questo il nome che gli era saltato il ticchio di dare al suo pa­drone.” Quindi è un nome inventato, ma è un nome che funziona, perché il gatto va dal padrone e gli dice: “Fai questo” e il Marchese di Carabas segue il consiglio. Ora, chi segue il consiglio del gatto? Il Mar­chese di Carabas. Chi era il Mar­chese di Carabas?

Pubblico Il figlio minore.
R.C. No! Eh, no!
Lucio Panizzo Il nome che è stato in­ventato.
R.C. È importantissimo.
Pubblico Nome, significante e Altro: il Marchese di Carabas è Altro.
R.C. È il nome. Il Marchese di Carabas è il nome.
Pubblico Nomen omen, direb­bero i latini.
R.C. Certo. Infatti così dicono: un nome e un destino.
C.M. Noi abbiamo detto Altro, il terzo…
R.C. Qui siamo sul versante del nome “Marchese di Carabas”. Però, giustamente, dove c’è nome c’è Altro. Brava! E quindi il Marchese di Carabas se­gue il con­siglio del gatto. Era solo per notare che a seguire il consiglio del gatto è il Marchese di Carabas. È interessan­tissimo qui. C’è una costruzione del racconto veramente accurata da parte di Perrault.

…senza sapere a che gli avrebbe potuto servire.

Senza sapere! Sembra che l’abbia sentita. Perrault ha ricevuto la sua richiesta e le ri­sponde immediata­mente. Avrebbe potuto…traduzione un po’… Il Marchese di Carabas non sa, non sa già a che cosa può servirgli e segue il consiglio.

Intanto che lui faceva il bagno, il Re passò di lì, e il Gatto si mise a gri­dare con quanto fiato aveva in gola: “Aiuto! Aiuto! Il Marchese di Carabas sta affogando”.

A queste grida, il Re si affacciò allo sportello della carrozza e riconosciuto il Gatto, che tante volte gli aveva por­tato la selvaggina, ordinò alle sue guardie che corressero subito in aiuto del Marchese di Carabas. Nel mentre che tiravano su dall’acqua il povero marchese, …

Marina Nives Pojani Perché po­vero?
R.C. Perché stava annegando.
M.N.P. Ma lui poteva dirgli che non ne aveva bisogno, che sapeva benissimo nuotare.
Pubblico Lui obbediva al gatto.
M.N.P. Ma il gatto non gli aveva detto di fare finta di annegare.
R.C. Dopo entriamo in questi det­tagli. Adesso intanto vediamo, per­ché sono già le diciannove, dobbiamo con­cludere.

…il Gatto, — dunque, mentre tiravano su dall’acqua il povero marchese, che stava affogando. Era il marchese che stava affogando — si avvicinò alla berlina del Re — era una berlina, non era un’utilita­ria. Il re andava in berlina. Una car­rozza imponente, quindi — e gli disse che, intanto che il suo pa­drone faceva il bagno, alcuni la­dri erano venuti a portargli via tutti i vestiti, sebbene lui avesse gridato: “al ladro!” con tutte le sue forze. Il furbacchione li aveva nascosti sotto una grossa pietra.

Il Re ordinò im­mediatamente agli ufficiali addetti al guardaroba reale di andare a pren­dere uno dei suoi abiti più sfarzosi per il Marchese di Carabas. Intanto il Re gli faceva mille cor­tesie: e poi­ché i bei vestiti che gli avevano por­tato mettevano in valore la sua per­sona (egli era assai bello e ben fatto), la figlia del Re lo trovò pro­prio di suo gradimento, e appena il Marchese di Carabas le ebbe lan­ciato due o tre occhiate molto rispet­tose, ma abbastanza tenere, lei ne divenne in­namorata cotta.

Dunque pronta per essere mangiata. Cotta. Innamorata cotta. Eh, quest’idea…

Il Re volle ch’egli salisse sulla sua berlina e proseguisse con loro la passeg­giata. Il Gatto, felice nel vedere che il suo piano comin­ciava a riuscire, corse avanti, e avendo incontrato alcuni contadini che falciavano in un prato, disse loro: “Brava gente che falciate, se non dite al Re che questo prato appartiene al si­gnor Marchese di Carabas, sarete tutti triturati a pezzettini come carne di polpette”.

Ci sono anche le polpette; inna­morata cotta, le polpette.
Ecco, e la ricetta prosegue, però que­sta sera non facciamo in tempo a leggerla e termi­niamo per il momento qui.
Concluderemo la lettura la settimana prossima, quando leggeremo anche Barbablù.

[ ↑ ]

Il gatto con gli stivali (seconda parte) e Barbablù

Ruggero Chinaglia Ci sono nota­zioni, riflessioni? Qualcuno si era annunciato per alcune notazioni. Nessuno? Neanche lei Anna?

E sulla parte che abbiamo co­minciato a leggere? Niente? Allora andiamo avanti con la lettura? Nessuno ha letto la fiaba? Lei? Ah, ecco! Questa volta, an­che lei! Bene. Come l’ha trovata?

Anna Zardi La sapevo già, mi manca­vano un paio di agganci.
R.C. Le mancavano gli agganci?
A.Z. Mi ero dimenti­cata il gran finale.
R.C. Ah, ecco. Dove eravamo arri­vati con la lettura? Lei si ricorda?
Pubblico Quando il gatto invita il proprio padrone a fare il bagno e passa il re con la principessa; poi sale con i vestiti da re e il gatto insiste con i conta­dini che incontra nei terreni adiacenti perché di­cano che questi terreni sono pro­prietà del conte… Non mi ricordo più il nome.

R.C. Conte?
Pubblico Il Marchese di Carabas.
Cristiana Martin Ma è importante, perché c’è un’altra riscrittura dove il mar­chese si chiama “Marchese delle Carabattole”, che sarebbe come dire delle cianfrusaglie.
R.C. Esatto.
Cr.M. Però sempre marchese.
R.C. Marchese di Carabas è un bel gioco di parole. Marchese è un ramo della genealogia nobiliare: il conte, marchese, il duca…
Cr.M. Conte, marchese, subito dopo il re, il principe.
R.C. Quindi tra i più alti. Marchese di Carabas, cioè marchese da niente.
Andrea Squattini Cioè dei miei stivali?
R.C. Mah, quasi. Volevo proprio verifi­care infatti se è una forma fran­cese per in­dicare il gioco di parole intorno a questo aspetto, più o meno evidente, come notava giu­stamente Martin.

Dunque siamo all’attraversamento delle terre. Stanno attraversando le terre dove lavorano i contadini e il gatto dice di rife­rire al re che sono del marchese.

Pubblico Sennò verrebbero fatti a pol­pette, quasi a sottolineare quel rimando al mangiare.
R.C. “Brava gente che falciate, se non dite al Re che questo prato ap­partiene al signor Marchese di Carabas, sarete tutti triturati a pez­zettini come carne di polpette!”. Il Re non tardò a chiedere ai falciatori di chi fosse il prato che stavano fal­ciando. “È del signor Marchese di Carabas”, risposero a una voce, perché la minaccia del Gatto li aveva molto impauriti. “Avete una bella proprietà”, disse il Re al Marchese di Carabas.

“Come dite voi, maestà, — rispose il Mar­chese — infatti è una prateria che ogni anno non manca di fruttarmi un buon rac­colto.” Il bravo gatto, che continuava a far da battistrada, incontrò dei mietitori e disse loro: “Brava gente che mie­tete, se non dite che tutto questo grano appartiene al signor Marchese di Carabas, sarete tutti triturati a pezzettini come carne da polpette”.

Il Re, che passò subito dopo, volle sapere a chi appartenessero tutti i campi di grano che vedeva. “Al si­gnor Marchese di Carabas”, rispo­sero i mietitori, e il Re si rallegrò nuovamente col marchese. Il Gatto, che correva sempre avanti alla ber­lina, conti­nuava a dire la stessa cosa a tutti quelli che incontrava; e il Re rimaneva meravigliato degl’im­mensi possedimenti del Marchese di Carabas.

Il bravo gatto — è sempre bravo il gatto, è un bravo gatto — arrivò finalmente davanti a un bel castello il cui padrone era un orco, il più ricco che mai si sia veduto; infatti, tutte le terre che il Re aveva attraversate erano alle dipendenze di quel castello. Il Gatto cercò subito di sa­pere chi era quell’orco e che cosa faceva e, saputolo, chiese di parlargli, dicendo che non aveva voluto passare così vicino al suo castello, senza aver l’onore di venirlo ad ossequiare. L’Orco lo ricevette con tutta la cortesia che può avere un orco, e lo fece accomodare. “M’hanno assicurato disse il Gatto” — è curioso: quando dice “bravo gatto” è scritto minuscolo, quando dice “il Gatto” è maiuscolo. Allora, il Gatto, che in questo caso è maiu­scolo, dice: — “che voi avete il dono di cambiarvi in ogni specie d’ani­male, — sarebbe il dono di trasformarvi in ogni specie d’animale — e potete, per esempio, trasformarvi in leone o in ele­fante”. “È verissimo! — rispose l’Orco bru­scamente — e per darvene una prova mi vedrete diventare leone”.

Il Gatto fu così spaventato di vedersi un le­one davanti che raggiunse al più presto le grondaie, non senza fatica né pericolo per via degli sti­vali che, per camminare sulle tegole, non va­levano proprio nulla. Di lì a poco, il Gatto, avendo visto che l’Orco aveva ri­preso il suo primo sembiante, scese giù dal tetto e confessò di aver avuto una bella paura. “Mi hanno assicurato, — disse il Gatto, — ma non riesco a crederlo, che avete an­che il potere di prendere la forma dei più piccoli animali, per esempio di cambiarvi in un topo, o in un sor­cetto; vi confesso che la cosa mi sembra assoluta­mente impossibile”. “Impossibile? — ri­spose l’Orco — adesso lo vedrete!”.

Nel dir così, si trasformò in un sorcio che comin­ciò a correre per la stanza. Il Gatto, non appena l’ebbe scorto, gli si gettò addosso e lo mangiò.

Intanto il Re, che passando vide il bel castello del­l’Orco, volle entrare a visi­tarlo. Il Gatto, udendo i rumori della berlina che passava sul ponte levatoio, corse incontro al Re e gli disse: “La mae­stà vo­stra sia la benvenuta nel ca­stello del signor marchese di Carabas”. “Ma come, Mar­chese! — esclamò il Re, — anche questo ca­stello è roba vostra! Nulla è più bello di questo cortile e di tutti i fab­bricati che lo circondano; si può ve­derlo dentro, se vi aggrada?”.

Il Marchese dette la mano alla giovane principessa, e seguendo il Re che era salito per primo, entrarono in un sa­lone ove trovarono imbandita una splen­dida merenda che l’Orco aveva fatto pre­parare per certi suoi amici; essi dovevano venire a trovarlo proprio in quel giorno ma, sapendo che il Re vi si trovava, non avevano osato entrare. Il Re era entusiasta delle belle doti del Marchese di Carabas, così come sua figlia n’era pazza, e vedendo i grandi possedimenti di lui, gli disse, dopo aver bevuto quattro o cinque bicchieri: — eh, il re! — “Signor Marchese, se volete diven­tar mio genero, dipende solo da voi”. Il Marchese, con mille rive­renze, accettò l’onore che il Re gli faceva e quel giorno stesso sposò la Principessa. Il Gatto di­venne un gran signore e seguitò ad andare a caccia di topi solo per divertimento.

E qui termina la fiaba, peraltro con una morale. Cosa dice la morale?

Certamente è una gran comodità godere di una ricca eredità che da padre discende e a figlio viene. Ma ai giovani più giova esercitare l’in­dustria e il saper fare che usar d’un bene avuto senza pene.

Questa è la morale della fa­vola, che non tiene conto della fiaba, tiene conto della morale. Poi c’è un’altra morale:

Se il figlio d’un mugnaio così rapi­da­mente può d’una principessa ac­quistar cuore e mente, sì da avere da lei le più languide occhiate, è che l’abito e il fior di giovinezza sono, per ispirar la tenerezza, l’armi me­glio temprate.

Se il figlio di un mugnaio può ac­quistare cuore e mente di una princi­pessa è per via dell’abito e della gio­vinezza, che sono le armi meglio temprate per ispirare la tene­rezza. Que­st’altra morale è già più vicina alla fiaba. La prima, sicura­mente non c’entra gran che. Allora, come dicevano una volta: “Larga è la foglia, ma stretta è la via” …. Ci sono notazioni intorno alla fiaba del Gatto con gli stivali?

Chi è questo gatto della fiaba? C’è chi ha delle proposte da fare intorno al gatto? Questo gatto così intrapren­dente da dove viene?

Com’è la questione? C’è il mugnaio, che ha tre figli. Questa, praticamente, è la fiaba del terzo fi­glio, il figlio minore, sa­rebbe il figlio sfortunato, il figlio trascurato.

Pubblico Il figlio non conside­rato.

R.C. Esatto, il figlio non conside­rato. [Entrano in sala due persone. N.d.r] Arrivano i ritardatari! “Meglio tardi che mai!”, diceva qualcuno; giusto in tempo per sentire la morale della favola; anzi, no, l’a­vete persa la morale, la morale e anche l’al­tra morale, perse tutte e due.

Il figlio trascurato, lei dice.

Pubblico Non considerato.
R.C. Sì, non considerato, certo. Questo figlio non considerato ha la fortuna di avere questo gatto, il quale gatto vede e provvede, praticamente. Dunque questa è una fiaba intorno alla sembianza, alla di­mensione dell’immagine e al fun­zionamento della parola nella dimensione delle imma­gini. Federica, non sembra anche a lei così? Lei, l’ha letta?
Federica Bietolini Sì, tanti anni fa.
R.C. Sono ricordi, ma non c’è la lettura.
F.B. E neanche l’ascolto c’è stato, per il ritardo. Adesso cerco di recu­perare.
R.C. Non proprio un’alunna mo­dello.
F.B. Devo riconoscerlo!
R.C. Ci vorrebbe un gatto con gli stivali.
F.B. O perlomeno dovrei averne l’im­magine; invece, vede, neanche quella.
R.C. Sì, e questo gatto cosa fa? Dà con­sigli, ma sopra tutto inventa il Marchese di Carabas. Chi è il Mar­chese di Carabas? È un’invenzione del gatto. Qui lo dice chiaro e tondo: “Ecco qui maestà — dice il gatto al re nella prima visita — un coniglio di conigliera, che il signor marchese di Carabas, questo era il nome che gli era sal­tato il ticchio di dare al suo padrone…”. Quindi il gatto inventa il Marchese di Carabas e, da quel momento, il Marchese di Carabas esi­ste e funziona. S’istituisce un dispositivo attorno al Marchese di Carabas, attorno a que­sto nome, un dispositivo fatto di terre, possedimenti, persone che lavorano, un castello, una principessa, un re. Questo nome che comincia a funzionare non è senza effetti. C’è da una parte il figlio trascurato, il figlio non consi­derato, il più sfortunato, che non si dava pace per avere avuto una parte così misera… Da una parte c’è il figlio misero, che però non si dà pace, cioè non si rassegna. Non si rassegna e, non rassegnandosi…

Quindi da una parte il figlio sfortu­nato e dall’altra il gatto, il bravo gatto, il gatto intraprendente, il gatto a partire da cui si instaura il Marchese di Carabas. Allora chi è il gatto?

A.S. La mamma?
R.C. La mamma!? No! Eh, no! La mamma è morta. La mamma è morta, per­ché il mugnaio… Anzi, non c’è nemmeno la mamma qui.
A.S. Per quello ho pensato che potesse essere lei.
R.C. La mamma non c’è; c’è il mugnaio che lascia in eredità ai figli il mulino, l’asino e il gatto.
Barbara Valerio È un riscatto della non considerazione.
R.C. Un riscatto?
A.S. Io ho pensato alla mamma in quanto il gatto fa cose come la fata madrina di Cenerentola, delle cose per farla più grande, e ho pensato che fosse la parte buona genitoriale che non si sente in altre parti della fiaba.
R.C. Il punto è che qui la madre non c’è e, non essendoci, non la possiamo introdurre noi. Qui non c’è, e anzi…
B.V. Il padre, allora.
R.C. Il padre lascia in eredità…
Pubblico Sì, ma visto che a lui ha la­sciato il gatto…
R.C. Esatto, a lui…
Pubblico È la non eredità il gatto, quindi la libertà d’inventarsi qualcosa di di­verso, di non essere in­serito nel cerchio, nella spirale.
R.C. Ma il gatto c’è: è l’eredità.
Pubblico Sì, però non è utile come eredità.
R.C. E come no? È addirittura…
Pubblico Ma non a livello del mulino e dell’asino, è un altro tipo di utilità.
R.C. Molto di più. Perché?
Pubblico Perché fa qualcosa d’altro.
R.C. Esatto.
Pubblico Esce dal cerchio del la­voro del padre, del mulino e dell’a­sino; dà un’i­dentità nuova al figlio minore, un nome nuovo e una dimensione di rottura rispetto a quello che c’era prima. In questo senso non è eredità, laddove per ere­dità in­tendo il continuare la spirale della famiglia, la denominazione, la caratteristica che ti porti dietro quando sei convinto di appartenere a un certo cliché e certe cose non le potrai mai fare, invece il gatto rompe que­st’incantesimo.
R.C. Esatto. Ma questo gatto da dove viene? Come arriva a fare queste cose?
B.V. Il gatto è una furbizia del fi­glio.
Carmela Tardi La forza di vo­lontà di andare avanti, di fare me­glio, di avere di più. Mi viene in mente la storia di una persona che conosco, che non aveva niente, cioè aveva meno di un gatto, però è arri­vata a essere più dei fratelli che avevano il mulino: è la volontà, la testardaggine, la voglia di riuscire.
B.V. Posso fare una conside­razione?
R.C. Lei, si chiama?
C.T. Carmela Tardi.
R.C. Invece Barbara Valerio dice che cosa?
B.V. Riallacciandomi a quello che dice lei sull’essere, qui invece si tratta di avere e non di essere, e in realtà io provo più simpatia per i fratelli che restano al mulino che non per questo fratello che con l’intrigo riesce a fare la scalata sociale. Adesso, io so che lei mi dirà che sono ideologica, però questa è un’o­pinione.
R.C. Ma noi non sappiamo che cosa è accaduto ai fratelli.
B.V. L’unica morale, che io trovo in que­sta favola, è che la furbizia paga sempre e paga anche in un modo così esteriore che è appunto l’avere e non l’essere. Non sap­piamo neanche se lui è innamorato della principessa o se è solo la principessa in­namorata di lui.
R.C. Eh, sì, non sappiamo, però lui lan­ciava certe occhiate…
B.V. Va bene, ma lui doveva ben arric­chirsi. Basta, ho finito.
R.C. Quindi, lei dice che è un ar­rampica­tore.
B.V. Io dico che non è una favola posi­tiva, per quanto mi dicono che nei bambini la ricchezza rappresenta il simbolo di tante altre cose, però al giorno d’oggi mi sa che sono sempre quelle le cose che rappre­senta, cioè gli oggetti da possedere.
R.C. Il fatto è che questa è una fiaba.
B.V. Appunto, questo mi stupisce.
R.C. Non è uno strumento di or­ganiz­zazione sociale e nemmeno uno strumento per la morale, ma è una fiaba. Allora, se noi la leggiamo ideologicamente, diventa ter­reno per l’organizzazione sociale; così, però, trascuriamo il materiale della fiaba con le sue indicazioni logiche, la quale ha una virtù che non deve an­dare verso il bene o verso il male, ma indica una traiettoria verso la qualità. Ora, una questione che mi pare importante è il nome “Marchese di Carabas”, a partire da cui s’isti­tuiscono degli effetti, seguono delle cose. Ci sono due momenti. C’è un momento in cui pre­vale la genealo­gia: il padre muore, lascia l’eredità; ci sono tre fratelli, uno più fortu­nato, uno meno fortunato e uno sfortuna­tissimo. Questa è proprio la finitezza, homo homini lupus, cioè il confronto tra umani, l’umana mise­ria, uno più fortunato, uno meno fortunato, uno sfortunatissimo. Il confronto diretto, il duello: “Tu hai più di me, io ho meno di te, non è giusto, è più giusto. Io che sono sfortunato, ah…”. Proprio le umane miserie, sul terreno della genealogia. Muore il padre e i fratelli, in nome del padre, cosa fanno? Si misurano. A un certo punto, invece, questa cappa ge­nealogica non c’è più. Non c’è più! S’instaura un nome estraneo alla ge­nealogia, alla conferma della parità dei fratelli e estraneo al padre morto come strumento di organizzazione sociale. Sorge il Marchese di Carabas. Da dove viene questo nome?
Pubblico Dal ticchio del gatto.
R.C. Dal ticchio del gatto. Esatto.
A.S. Si può vederlo come un bat­tesimo? Il passaggio a una vita diversa e a una salvezza?
R.C. Certamente. È un nome che, per così dire, procede da un batte­simo.
A.S. Perché la genealogia prece­dente è puramente biologica: loro sono figli naturali del mugnaio. Questo è invece un passaggio di stato.
R.C. Bravo! Bella notazione. È un’altra scena. A questo punto, siamo su un terreno logico e lingui­stico. Quindi, il Marchese di Carabas è un ossimoro, marchese da niente, marchese delle cianfrusa­glie, cioè dal male-bene o dal bene-male è un ossimoro, valore-disvalore.
A.S. La questione degli stivali è pura­mente casuale, cioè in francese non ha lo stesso…
R.C. Devo dire che contavo di ve­rificare questa cosa, ma non sono riuscito a farlo, proprio per capire se era casuale la questione degli stivali del gatto con la frase, con quest’uso che sicuramente potrebbe ri­chia­mare… Però è da verificare l’uso lin­guistico del “marchese dei miei stivali”, cioè marchese da niente; dunque un marchese che non è mar­chese per discendenza, ma è mar­chese nella sembianza. Questo è un nome che funziona nell’abito. Marchese. C’è il nome e poi c’è l’abito re­gale. C’è una no­tazione nell’altra morale della fiaba che è interessante, dove dice che l’abito e la giovinezza sono l’armi meglio temprate, come dire che è l’abito che fa il monaco. L’habitus. L’habitus fa il monaco, dunque c’è una questione di vestis, di funzione vuota a partire da cui ci sono delle conseguenze; qui non si tratta del­l’a­bito mentale, o dell’abitudine, ma di un al­tro abito, della vestis, dell’investimento, che comporta la struttura dell’Altro nella dimensione di sem­bianza, nella dimensione delle immagini.

Il nome che fun­ziona ha effetti anche pragmatici. La fiaba dice che il Marchese di Carabas non si trova più nel mulino o addirittura estro­messo dal mulino, nella miseria, non si trova più nella scena domestica a patire l’ingiustizia paterna o a patire l’ingiustizia da parte dei fratelli. È un’altra scena, dove il nome funziona e, lungo il funzionamento del nome, ci sono effetti pragmatici, di trasformazione, di riuscita. Sorge un dispositivo, allora, “Marchese di Carabas”. Il gatto fa parte di questo ossimoro, cioè dell’animale fantastico che, da una parte, ha il suo versante negativo nel figlio sfortunato e, dall’altra, il suo ver­sante positivo nel gatto che si anima e fa le cose. Ma questo gatto che si anima e fa le cose, chi è? È l’altra faccia del figlio sfor­tunato. Quindi, il figlio sfortunato è anche il gatto con gli stivali, è l’animale fantastico che ritiene che le cose possono andare male e possono andare bene. Se vanno male, se re­sta sul versante del negativo, è il figlio sfor­tunato che si rammarica dell’in­giustizia subita, patita e, invece, sul versante posi­tivo è un immaginifico gatto che vede e prov­vede al posto suo. Su questo si inne­sta un nome, un nome che dis­sipa la genealogia e il ri­cordo della famiglia d’origine, un nome a partire dal quale si avvia il dispositivo. Nella fiaba, il dispositivo è attribuito al gatto, ma il gatto è il figlio stesso: è il figlio stesso non più figlio sfortunato, misero, rassegnato. Il gatto è il figlio non rassegnato. Questa è la questione. Se il figlio rassegnato dice che deve mangiare il gatto e rassegnarsi a morire di fame, e a aspettare la fine, il figlio non rassegnato di­viene Marchese di Carabas.

Una volta la­sciata la rasse­gnazione, incomincia l’itinerario e il dispositivo. Dunque, il gatto non è da in­tendere nel senso che c’è chi fa le cose al posto di altri, perché il gatto è il Marchese di Carabas. Il Marchese di Carabas è il gatto stesso, e le imprese del gatto indi­cano il lavoro del nome nella sem­bianza, cioè in che modo lavora la parola nella dimensione delle immagini. Il gatto non dice la verità, né mente, perché ciò che dice è effetto del lavoro del nome.

C’è una sfilata d’immagini con il loro inganno, con la loro semovenza, non perché sono im­magini false, ma perché questa è la struttura dell’immagine. L’immagine, in quanto semovente, è im­magine ingannevole. L’immagine non è mai fissa; l’immagine com­porta la lettura e è in costante trasformazione. È la questione anche della pittura. L’arte della pit­tura è propriamente l’arte che indica come l’immagine non sia fissa; è questo che il pittore cerca con la sua scrittura, inse­guendo un’immagine che costantemente si trasforma. E questa è la scrittura del gatto: una vicenda che produce una sfilata di im­magini lungo il lavoro di un nome, un nome che funziona: Mar­chese di Carabas. Oggi potrebbe essere “imprenditore” o “il cava­liere” per dire Berlusconi o “il professore” per dire Prodi, tanto per fare degli esempi che attingano all’attualità; cioè c’è un nome, non un nome che rappresenta una genealogia, ma un nome che indica, con il suo funzionamento, una struttura e un lavoro, e quindi ci sono effetti di senso, ef­fetti di trasformazione che vanno verso la qualità, vanno verso qual­cosa che tiene, in direzione della riuscita.

Questo gatto, che è molto intraprendente, istituisce dispositivi con le persone che incontra: dite questo, fate que­sto, facciamo così, facciamo colà, e la sua parola ha effetti. Dice: “Vi faccio a pez­zettini, carne per polpette”, d’ac­cordo, ma è la fiaba. Per tutta la fiaba, c’è comun­que questo ele­mento della parola che ha valore; c’è una parola che ha valore e que­sta parola produce effetti di senso, che nella dimensione delle immagini portano ai possedimenti del mar­chese, all’abito regale, al castello e a tutta una serie di cose che sor­gono tuttavia come dispositivi lungo il percorso. Non c’è la magia, qui, per cui im­provvisamente tizio diventa marchese, di­venta questo, diventa quello, non c’è la lampada di Aladino o il genio della lam­pada. C’è la parola che per il suo valore ha effetti, produce effetti e questi effetti sono, nella sembianza, nell’altra scena. Questo mi pare di grande in­teresse, perché indica propriamente un modo con cui agisce la pa­rola, che ciò che tiene è la parola con gli ef­fetti che da essa provengono. Dunque c’è un nome e, funzionando il nome, c’è l’autorità, questa autorità che pro­cede dal nome, a cui persino il re stesso s’inchina, accondi­scende; il re stesso accoglie questa parola e l’autorità che viene da que­sta parola, gatto o non gatto, perché il gatto, qui, è una fin­zione narrativa. È, per così dire, l’elemento che indica l’anfibo­lo­gia del figlio, nel momento della credenza genealogica, nel momento in cui chi si crede “figlio di” può rappresentarsi anfibologi­camente, o come figlio negletto, come figlio sfortunato, o come figlio fortunato. Se mantiene questa anfibologia è comunque sfortunato: sia il figlio sfortunato sia il fi­glio che si crede privilegiato restano “figlio di”, restano nella mitologia genealogica ma, se s’instaura il nome, ecco che allora procede un’altra vicenda.

A.S. Si può paragonare alla scelta del nome d’arte per l’attore senza il quale la sua car­riera non funzione­rebbe? Marilyn Monroe, se si fosse chiamata Marilyn Stracovsky, non avrebbe avuto la sua fama, o cose del genere.
R.C. Forse. È interessante questa cosa. La questione dello pseudo­nimo o nome d’arte è un modo di consacrare la ge­nealogia, nel senso che c’è un nome, quello ritenuto proprio, che sarebbe segnato. Allora il ricorso a un altro nome.
Sarebbe, caso per caso, da indagare come sorge anche uno pseudonimo, un nome d’arte, dove attinge, quali sono le sue radici.
A.S. Nello spettacolo, per lo meno nel­l’apparire, c’è l’idea che ci sono nomi che funzionano e nomi che non funzionano; che questo sia vero è di­scutibile…
R.C. Esatto, però non è nemmeno da credere che sia quello il nome, perché sa­rebbe allora un’altra genea­logia che viene instaurata. L’analisi indica nell’itinerario di ciascuno qual è il nome che a un certo punto funziona e a partire da cui s’instaura la nominazione e il processo di qualificazione delle cose secondo la no­minazione.
La fiaba indica il Marchese di Carabas. Ecco, x non è più figlio del mugnaio, non è più mugnaio, non è più figlio sfortunato, è Marchese di Carabas. Ma non è lui il mar­chese. Questo nome trae verso un cam­mino, un percorso, inaugura un itine­rario, cioè è un nome senza fondamento genealo­gico, è un nome che non è debitore di un’orga­nizzazione sociale, non deve fondare una stirpe o una progenie, ma inau­gura un lavoro, il lavoro del nome.
Ci sono domande, notazioni?
B.V. Io vorrei che lei mi chiarisse un po’ l’inganno. Cioè, quello che s’istituisce è un inganno.
R.C. Sì. L’inganno nel senso della semo­venza delle immagini, nel senso dell’equi­voco. L’equivoco, che il nome produce funzionando nella dimensione delle imma­gini, lo pos­siamo chiamare inganno, inganno delle immagini, trompe-l’oeil, l’inganno della vista. L’immagine non è rappresentata da ciò che si vede. Il visivo non riassume e rappresenta l’immagine nella sua totalità, perché è sempre questione di dettaglio. Lei può provare a guardare un quadro: magari dopo anni che ha un quadro, e lo guarda tutti i giorni, un giorno nota un det­taglio che non aveva mai considerato prima, perché il quadro e l’immagine del quadro non sono la stessa cosa. Ciò che lei nota nel quadro, non è rappresentato dal quadro stesso, non è qualcosa di fisso. C’è nell’immagine qualcosa in continua trasfor­mazione, qualcosa che è equivoco nell’imma­gine; non è mai stabile, non è mai fisso.
B.V. Ma qua parliamo di bugie, non di immagine.
R.C. No, qui non c’è nessuna bu­gia.
B.V. Sì, c’è la bugia dei contadini che di­cono: “Questi sono terreni del Marchese di Carabas”.
R.C. Ma non sono bugie. Nel senso che è il nome “Marchese di Carabas” che, fun­zionando, instaura un dispositivo per cui le cose sono effettivamente così. Quando ar­riva il re, quelli sono i possedimenti del Marchese di Carabas. Non sono i contadini che mentono, non c’è il soggetto mentitore, non c’è nessun soggetto che possa mentire e, per questa ragione, nessun soggetto che possa dire la verità, perché non c’è nessun soggetto. Qui si tratta di un nome, un nome che non ricopre nes­sun soggetto. È difficile da pensare, ma è l’effettiva questione della pa­rola. Senza parola abbiamo soggetti e è la fantasia con cui si apre la fiaba; senza parola abbiamo una scena lugubre, un padre morto, tre orfani, uno più povero dell’altro, una scena senza parola. Nel momento in cui s’instaura la parola, questa scena non c’è più, questa origine non c’è più. La que­stione che pone questa fiaba è l’assenza di origine e di genealogia. Non è la fiaba dell’arrampicatore sociale, che da un’origine misera giunge a una sca­lata sociale, dunque a una posizione sociale di rilievo. Qui non c’è proprio la rappresentazione dell’ap­parato sociale.

B.V. Ma io adesso non mi riferivo più a questo, ma alla possibilità che l’in­staurarsi della parola presuma un inganno o possa com­prendere anche un inganno.
R.C. Ma certo. È strutturale alla parola questo inganno.
B.V. Questo, volevo che lei mi spie­gasse.
R.C. Ma non è un inganno morale, è un inganno strutturale, ciò per cui esiste l’e­quivoco nel linguaggio e l’equivoco nella sembianza, ossia la semovenza delle im­magini, la non fissità delle immagini.
B.V. L’immagine è mutevole, non ingan­nevole. Ingannevole è una cosa che riguarda il rap­porto tra il soggetto e l’immagine.
R.C. Invece non è così, non c’è questo rapporto tra soggetto e im­magine. Se lei riesce a prescindere da questo rapporto, il termine in­ganno non le darà più fastidio per­ché, se lei ritiene che ci sia chi è in­gan­natore e chi è ingannato, allora dice: “Qui, siamo alle prese con un’ingiustizia”, cioè c’è chi subisce il torto, invece è un inganno che non può non esserci.
B.V. Ma è strumentale?
R.C. No, è strutturale.
B.V. Questo volevo sapere.
R.C. È assolutamente strutturale. Non è che possa esserci o non es­serci, c’è. C’è, e è lungo questo in­ganno che c’è l’equivoco e quindi il senso, il senso come controsenso. L’interpretazione esiste tra due equi­voci. Se non ci fosse l’equivoco non ci sarebbe nemmeno l’interpreta­zione di una frase, di un dettaglio.
B.V. Ma è un inganno che ha delle vit­time.
R.C. No.
B.V. Sì, chi non riesce a capire l’e­qui­voco.
R.C. Ciascuno, imbattendosi nel­l’equi­voco, ne ha un effetto di senso, perché il senso procede dall’equi­voco, quindi è assolutamente inevi­tabile, non può non esserci, perché è conseguenza del “lavoratore”, cioè del nome che lavora.

Il nome che lavora, che cosa pro­duce? Equivoci. È per questo che si avvia la co­municazione, di equivoco in equivoco sul versante del nome, di menzogna in menzo­gna sul ver­sante del significante, di abuso in abuso sul versante dell’Altro. La comunicazione è la punta del malin­teso, tra equi­voci, menzogne e ma­lintesi; ma non equi­voci e menzogne soggettivi, equivoci e menzogne dei nomi e dei significanti, per­ché la parola non vuole dire niente. È nel suo lavoro che produce senso, sapere e ve­rità come effetti. Allora, questi aspetti di equivoco, menzogna, malinteso sono strut­turali alla parola. È per questo che si parla: di equivoco in equivoco, di menzogna in menzo­gna, di malinteso in malinteso. È per questo che la parola va verso la qualifica, avvalendosi dell’equivoco, della menzogna e del malinteso. Altrimenti come si quali­fica? Come giungerebbe a qualificarsi se fosse pura o fosse già qualificata? Ma è proprio perché non è già qualificata che, tra un equivoco, una menzogna e un malinteso, si qualifica. Sono elementi della qualificazione questi, inevitabili, e non sono ele­menti negativi, né negativi né posi­tivi, sono elementi dell’itinerario di qualificazione, fanno parte del processo linguistico; l’equivoco, la menzogna e il malinteso sono costi­tutivi della lingua, ma non in­tesi soggettivamente, come possibi­lità soggettive, bensì come proprietà della lin­gua, proprietà della parola, modi del funzionamento. Tuttavia questi modi hanno effetti, producono effetti, perché non è af­fatto secon­dario per qualcuno ritenersi fi­glio del mugnaio, rassegnato a morire di fame, oppure ritenersi il Marchese di Carabas; ma non ritenersi nel senso di credersi qualcuno, come nell’enun­ciato: “Io sono Napoleone”.

Il lavoro del nome produce come effetto il controsenso: ora questo, ora quello, dunque c’è un percorso che si attua, che avviene, con una serie di tra­sformazioni che la fiaba si rappresenta come trasfor­mazioni fantasti­che, di animali fantastici, che sono il modo comune di rappresentarsi le difficoltà, cioè come avvenimenti negativi, possibilità negative. La difficoltà non è una possibilità nega­tiva, è un indice; la difficoltà è indice della non facoltà, del­l’assenza di soggetto. La difficoltà è qualcosa di strutturale alla parola. La difficoltà è un teo­rema della parola: “Non c’è più facoltà”. Non c’è più facoltà soggettiva, facoltà di scelta, perché la tensione linguistica, la procedura linguistica, comincia dalla difficoltà. Dalla diffi­coltà estrema sorge il Marchese di Carabas. Infatti, enuncia: “Devo morire di fame” e dinanzi a questa difficoltà estrema, sorge lo statuto “Marchese di Carabas”. Si sente dire talvolta di qualcuno: “È partito dal nulla e ora è un valente, insi­gne per­sonaggio”, ma non è personaggio. A un certo punto ha incominciato a fare partendo dallo statuto instaurato dal nome che ha incominciato a la­vorare.

Nella fiaba, apparentemente a par­tire dal “ticchio” del gatto, Marchese di Carabas diviene statuto, e dalla fiaba porta alla riuscita. Non è più un “ticchio”, è qualcosa che ha una tenuta, trova lo sta­tuto. Questo, così, è un battesimo. Mi pare proprio precisa la notazione. lei si chiama?

A.S. Andrea Squattini.
R.C. Lei è venuto altre volte? È la prima volta. Ecco, mi pareva infatti. Andrea Squattini fa una notazione precisa; al di là del rito religioso, la questione del battesimo è essenziale: in ciascun atto di parola c’è batte­simo, nel momento in cui s’istituisce il nome che funziona, e è que­sto anche il valore del rito del batte­simo. Viene dato un nome. Viene dato un nome che funziona.
A.S. Sì, però se il gatto rappresenta il figlio stesso, è un autobattesimo, è un qual­cosa in cui lui si impone il nome.
R.C. Sì, diciamo che, nella fiaba, c’è que­sta anfibologia positivo e nega­tivo. Questo gioco tra posi­tivo e negativo è mantenuto da que­sto animale fantastico che è il figlio rassegnato o il gatto.
A.S. Il fatto del sibi nomen impo­suit, qui, ha un valore ancora più forte per de­nominarsi, o è un caso?
R.C. Ma qui non è sibi nomen im­posuit, perché c’è un’alterità da cui viene questo nome. È differente dal darsi un nome. Per ciascuno, si tratta di intendere da dove venga il nome, da dove viene quel nome, funzionando il quale in­comincia il parricidio, cioè inco­mincia la vi­cenda pulsionale, l’itinerario, la storia, la domanda, perché si tratta della do­manda e del suo svolgimento verso la qualità, verso la riuscita. Allora è chiaro che non si tratta di ricavare la morale, ma di cogliere gli elementi clinici, ossia le indicazioni che la storia propone. Cioè, qui, la famiglia di origine del Marchese di Carabas, qual è?
Pubblico Non ha famiglia d’o­rigine.
R.C. Esatto! Il Marchese di Carabas non ha genealogia, non viene dalla famiglia del mugnaio. Capisce?
B.V. È uscito dal concetto del “padre”.
R.C. La genealogia è una fantasia, è una fantasia negativa. La famiglia di origine è una credenza, mante­nendo la quale gli umani si rappre­sentano e giustificano le loro male­fatte, perché la famiglia d’origine diventa la giustificazione delle male­fatte e quindi il motivo della loro ri­produzione; o delle loro benefatte, è la stessa cosa, uguale.
Riccardo Banzato Come si fa a dire biologicamente che una famiglia d’ori­gine…
R.C. Un momentino, perché c’era una mano alzata prima di lei.
F.B. Non volevo portare indietro la di­scussione, però mi piaceva riag­ganciarmi al concetto d’inganno, che mi pare importante, perché è vero che è una favola che fa pensare all’inganno; però a me pare che l’inganno sia nella prima parte, quando c’è appunto il gatto e il ragazzo sfortunato. L’inganno è quello, la separazione di questi due aspetti. E, invece, il non inganno ini­zia con il Marchese di Carabas, che è una na­scita, secondo me, più che un battesimo; ossia, riunendo il figlio sfortunato e il gatto, si ha il Marchese di Carabas: sono i due aspetti veri del Marchese di Carabas, sia l’uno che l’altro.
R.C. Nel rinascimento della parola non c’è più mugnaio o figlio del mugnaio, ma c’è il Marchese di Carabas. C’è il marchese nella sembianza.
F.B. Dunque non c’è l’inganno dei con­tadini e del castello, perché po­trebbero, strada facendo, sorgere, voglio dire.
R.C. Mutatis mutandis, po­tremmo dire che c’è uno statuto di in­trapresa. X in­traprende a vivere e per proseguire la sua intrapresa al­lestisce dispositivi.
F.B. Gli inganni sono quando crediamo di essere in un solo modo: o sfortunati o fortunati, insomma.
R.C. È chiaro. È proprio così.
F.B. Perché si vive anche nell’in­ganno di essere fortunati, è un grosso inganno quello.
R.C. È la peggiore delle cose. Chi crede di essere fortunato ha già im­boccato la strada della rovina. E chi crede di essere rovinato, lo stesso, perché si abbatte.
F.B. Però almeno lo sa.
R.C. La questione è di non credere né nel privilegio né nel segno del negativo.
A.S. Il fatto dell’ossimoro nel nome, “Marchese”, ma “di Carabas”, sta a ricor­dare sempre questa possi­bilità di scivolare verso l’una o l’al­tra di queste due chine?
R.C. Ecco, no. Questo è un gioco di pa­role che resta da esplorare, nel senso che nella fiaba “marchese” è uno sta­tuto che funziona. Che sia di Carabas indica, come dire, che non ha fondamento. È un titolo che non ha fondamento se non nel funzionamento del nome. Questo titolo “Marchese di Carabas” non viene per di­ritto di sangue, non ha un fonda­mento araldico. Questo dice nella fiaba questo nome. Marchese di Carabas è un nome in­ventato, non è un nome del nome; non è un nome che ha il suo fondamento in una stirpe, in una genealogia, in un ca­sato, è un nome che dà il titolo fun­zionando.

Questo è straordinario, indica propria­mente la struttura della pa­rola, che il titolo viene dal funziona­mento del nome, non da un fonda­mento. Per ciascuno, il titolo viene dal nome, dal nome che funziona; non dal nome che crede di avere in quanto tale, ma dal nome che funziona. Qual è per ciascuno il titolo, per cui la sua impresa fun­ziona? Questa è la questione assolu­ta­mente essenziale. Forse che x rie­sce nel suo lavoro perché ha fatto un corso di studi e ha conseguito quello che viene detto un titolo professio­nale che mette davanti al nome? È quello il titolo? No! Il titolo è il nome che funziona, a partire da cui, even­tualmente, anche la denominazione della professione funziona. “Dottore”, “Professore”, “Avvocato” e altri, non è quello il titolo; quello segue il ti­tolo, perché, anche nel corso di studi, se c’è titolo il corso si compie, se non c’è ti­tolo non c’è verso, e gli studi si fermano, perché non c’è il titolo, cioè non c’è il nome che funziona, c’è solo la genealogia. E, stante la genealogia, c’è la paralisi, per­ché se c’è la genealogia vuole dire che non c’è l’analisi, cioè non c’è l’assoluzione.

Assoluzione, cioè come l’oggetto interviene nella pa­rola. Come interviene l’oggetto? Se non viene inteso questo, le cose non trovano assoluzione e diven­tano so­stanziali. Se c’è la sostanza, c’è la paralisi, perché non c’è il ti­tolo, non c’è il funzionamento e quindi le cose non si svolgono, non si compiono, la scena è fissa, non c’è nessun inganno, tutto è sostanziale. Non c’è nessun inganno, nessuna differenza; è l’i­deale della paranoia, che tutto sia tale, so­stanziale, fisso, monolitico, stabile, tutto da abo­lire tutto per rifondare finalmente un mondo pulito, sano, puro, incontaminato.

B.V. Asettico.
R.C. Brava!
B.V. Però la capacità d’indignarsi non bisogna mica perderla.
R.C. Beh, ma se c’è la dignità, non c’è bisogno dell’indignazione.
B.V. Non sono d’accordo.
R.C. A meno che lei non dica che l’indi­gnazione è il modo della di­gnità.
B.V. No, non dico questo, dico che è una conseguenza.
R.C. La questione non sta nell’in­di­gnarsi, ma nella dignità della pa­rola e nella lealtà, dunque nella procedura della parola.
B.V. Sì, adesso non vorrei pren­dermi troppo tempo. Io intendo dire che… Ho capito cosa vuole dirmi, so già cosa mi risponderà.
R.C. Sa già. Ohibò. Sono curioso. Allora mi sveli la mia predestina­zione. Lei che sa già, mi faccia edotto.
B.V. Perché io volevo dirle: se dobbiamo insieme costruire una so­cietà, è giusto man­tenere dentro di noi una parte che s’indigna per le cose che vengono fatte male o che vengono fatte in mala fede. Lei mi rispon­derebbe, secondo il mio deli­rio: “No, per­ché non si tratta di fare una società buona o cattiva, ma si tratta che le cose si compiano verso la loro meta, che trovino la loro qua­lità”.
R.C. Innanzi tutto, perché questo av­venga, occorre un dispositivo che si situi nella dignità e non un dispositivo qualunque. Attenzione, noi non ci facciamo carico della società nel suo complesso; però, perché avvenga quanto stiamo dicendo, occorre pure che ci sia un dispositivo dove la le­altà, la dignità, le virtù della parola esi­stano, parlando di un dispositivo non ide­ale ma del dispo­sitivo analitico; il dispositivo che la pratica clinica individua nell’espe­rienza della parola originaria, clinica, analitica, cifrematica. Questo dispositivo non è qualcosa di ideale che si riversa sulla società, per cui per magia si tra­sforma la società. No, è qualcosa che richiede norme, regole, motivi, pro­cedure ben precise. Non è una cosa magica o automa­tica. Questo è importante, effettivamente. Non è che vada così e basti la buona inten­zione, però nemmeno la cattiva intenzione: è qualcosa che si attua nel dispositivo della parola originaria; nell’espe­rienza della pa­rola originaria, questo c’è. La società è un’altra cosa, perché il dispositivo della parola non è un dispositivo sociale. Le convenzioni sociali sono un’altra cosa e le convenzioni sociali per lo più contra­stano con la parola originaria, perché si trovano sul versante della dicoto­mia.
B.V. Però la cifrematica propone un nuovo rinascimento.
R.C. Secondo, non nuovo.
B.V. Un secondo rinascimento, quindi vuole dire che comunque ha in mente un modello di società.
R.C. No, affatto. Constata la logica della parola, è rinascimento secondo la parola originaria.
B.V. Ma provocherà dei cambia­menti, si spera, ci si augura.
R.C. Non automaticisticamente.
B.V. No, con i dispositivi adatti.
R.C. Bisogna che vi sia chi decide di fare l’esperienza, di intraprendere l’esperienza, d’istituire determinati dispositivi, altrimenti le cose vanno avanti per altre vie.
B.V. Alla carlona.
R.C. Anche. Avevamo detto che c’era anche un’altra fiaba che ritene­vamo interessante conside­rare. Vedo là una mano alzata, ma così in fondo che quasi non si vede. Dica.
Tiziana Resoli Mi chiedevo: la que­stione del titolo ha a che fare con la que­stione dell’avvenire?
R.C. Senza titolo…
T.R. Non c’è avvenire.
R.C. Brava! Esatto.
T.R. Però il titolo non è qualcosa che ciascuno, non so, può avere già in mente, per esempio: “Io voglio laurearmi e conseguire il ti­tolo di dottoressa”. Non è questo.
R.C. Non è quello il titolo di cui stiamo parlando.
T.R. Perché altrimenti è già qual­cosa di fisso.
R.C. “Dottoressa” è un significante. Il titolo sta nel nome che funziona.
T.R. Quindi è qualcosa che è in un processo.
R.C. Certo. È in un processo in cui c’è nome, c’è significante e c’è Altro, dunque c’è il titolo che è con­seguenza del nome che funziona, e c’è titolo, c’è statuto, c’è qua­lifica. Ci sono vari aspetti che concorrono a dissipare la credenza nell’es­sere, nell’essere tali, nell’es­sere sostanza. Avevo visto un’altra mano alzata. Pojani, mi sembra.
Marina Nives Pojani Sì, volevo chie­dere: lei ha detto che c’è as­senza di genea­logia e di origine, ma…
R.C. Non è detto.
M.N.P. Nella fiaba si nota questo.
R.C. Nell’itinerario analitico, nel­l’itinerario della parola, la genea­logia risulta una credenza e incontra la sua dissipazione, ma ci può essere chi invece la mantiene tutta la vita.
M.N.P. Ma io mi stavo riferendo alla fiaba…
R.C. C’è chi è affezionato a certi ricordi, a certe credenze. E le man­tiene…
M.N.P. Mi lascia parlare un attimo o no?
R.C. …vita natural durante.
M.N.P. No, quello che volevo dire è che il figlio, più che non esserci, e quindi esserci assenza di ge­nealogia, non è che il figlio va oltre a questa genealogia situan­dosi nella parola?
Mi veniva anche in mente l’ammissione, il figlio che si ammette, cioè quello che aveva detto di Elisa nella fiaba I cigni sel­vatici, del riconoscimento del padre e dell’ammissione quindi del figlio, non del riconoscimento da parte del pa­dre.
R.C. Certo.
M.N.P. Quindi il figlio si am­mette, si ammette nella parola e da lì incomincia un percorso. Anche qui, in questa fiaba, potrebbe essere questo.
R.C. Sì, certo. Infatti, non c’è più il fi­glio del mugnaio, il “figlio di”, ma c’è il nome, il nome che fun­ziona. Allora, funzionando il nome, c’è padre, funzione pa­dre; c’è figlio, come funzione figlio; c’è Altro, come funzione Altro. Dunque non “padre di” o “figlio di”, o “altro da”, ma: padre, figlio, Altro, come tre funzioni della parola. Tre funzioni, cioè tre funzionamenti, tre statuti, non genealogici ma sta­tuti funzionali, dunque statuti del transfert della parola.
È propriamente ciò che dice sant’Agostino quando parla del padre, del figlio e dello spirito: che il padre è padre non del figlio, ma è padre al figlio e il figlio non è figlio del padre, ma procede dal padre, e lo spirito procede dal padre e dal figlio. Tre funzioni, tre funziona­menti, non tre genealogie, non tre agganci genealogici, ma una proces­sione funzionale lungo cui le cose, le pa­role, incontrano il senso, il sapere, la verità, la loro differenza, la loro qualifica. Statuti funzionali, sta­tuti del transfert della parola, cioè statuti dell’itinera­rio intellettuale della parola.
Questo è il transfert: itinerario intellettuale.
M.N.P. Com’è che allora, inten­dendo questo, poi a volte non c’è, invece, un effetto, un cambiamento?
R.C. Un cambiamento?
M.N.P. Sì.
R.C. Cos’è il cambiamento?
M.N.P. Cos’è il cambiamento!? Cioè, ri­spetto a un “non fare”, un “fare”: lì c’è un cambiamento.
R.C. Cosa vuole dire?
M.N.P. Cioè prima non…
R.C. Prima della cura e dopo la cura? Prima del trattamento e dopo il trat­tamento? Non c’è nessun tratta­mento.
M.N.P. Devo pensarci.
R.C. Così come non c’è nessun cam­biamento. Come vede qui non c’è nessun cambiamento.
M.N.P. Potrebbe essere il figlio che…
R.C. Il figlio del mugnaio non è mai stato figlio del mugnaio, capi­sce? Non ha da cambiare, perché non è mai stato figlio del mugnaio. Ha da cambiare chi si crede tondo. Credendosi tondo e volendo diven­tare quadrato, dice: devo cambiare. Ma se non è tondo? Se non è né tondo né quadro? Deve cambiare cosa? La questione è nella parola. La parola non cambia. Oppure deve cambiare la parola? No. L’idea del cambia­mento è un’idea gnostica, sostan­zialista, rea­listica. Poi, cosa deve cambiare? Cosa cam­bia qui? Qui non cambia niente. Cosa deve cambiare? Il figlio del mugnaio non cambia, perché non c’è mai stato. Non c’è nessun figlio del mugnaio. Capisce?
Le cose non cambiano; si assolvono, trovano as­so­luzione, ma non cambiano. Se do­vessero cambiare, allora è la paranoia, nel sostanzialismo più so­stanziale. L’idea di cambiamento è un’idea paranoica, la fine del mondo, per dirla chiara chiara. L’idea di cambiamento è un’idea del discorso paranoico come idea di fine del mondo.
F.B. Cosa intende per “si assol­vono”? È la prima volta che la sento usare questo termine. Intende che vanno verso la loro qualifica? Oppure ha un altro significato an­cora?
R.C. Sì, vanno verso la loro quali­fica e la condizione è l’assoluzione, cioè absolutio, scioglimento. Le cose non sono legate, non sono sostanza e quindi si tratta di trovare l’assoluzione, il loro statuto intellettuale per cui anche il discorso paranoico possa dire: “Non c’è più cambiamento, non c’è più da cambiare nulla, per­ché non c’è più sostanza”.
È una bella cosa quando qual­cuno può ar­rivare a questo teorema “non c’è più sostanza”, perché indica che si trova nel transfert, si trova nell’itinerario intellettuale. Non c’è più sostanza, o anche non c’è più soggetto.
B.V. Ma io mi riferivo a quello che di­ceva lei, che come l’ho capito io…
R.C. Ma adesso lei sta parlando, ma non sa che tocca a Riccardo Banzato da mezz’ora?
B.V. No, non l’avevo visto…
R.C. Da mezz’ora tocca a Riccardo Banzato!
R.B. Volevo soltanto aprire una paren­tesi, ma sono tre parole messe assieme. Se non c’è la generazione, dal punto di vista biologico…
R.C. Chi ha detto che non c’è?
R.B. La genealogia.
R.C. Ah, perché se togliamo la ge­nera­zione allora è finita!
R.B. Implica un processo biologico di continuità. Se implica un processo biolo­gico di continuità, non vedo come si possa assolverla o dissol­verla. Può essere un’ideazione. Ma sul piano concreto, sul piano ideo­logico, non so. Se uno evocasse le leggi di Mendel, per esempio, non essen­doci la generazione, la genealogia…
R.C. Le leggi di Mendel vanno bene per i fagioli, mi scusi, ma adesso…
R.B. No, sono leggi scientifiche.
R.C. Non vorrà dire che lei è figlio di Mendel?
R.B. No, ma a un certo punto io credo che non ci sia nessuno che possa dire: “Io non ho padre, io non ho madre”, perché è una cosa che non ha un senso dal punto di vista biologico, però può avere un senso dal punto di vista ideologico.
R.C. Infatti, lei non può dire: “Non ho padre, non ho madre”. Ma chi può dire: “Io ho padre, io ho ma­dre?”.
R.B. Chiunque conosca la sua identità e sappia che non è nato dalla cicogna, non è nato sotto i cavoli, ma è nato da un’unione matrimo­niale.
R.C. Non le pare problematico, stante quello che abbiamo detto, do­vere conoscere la propria identità?
R.B. Mi sembra un fatto scontato sapere la propria identità dal punto di vista biolo­gico.
R.C. Abbiamo letto finora una fiaba che indica l’assenza d’identità.
R.B. Sì, è appunto una fiaba, un’affabu­lazione, non è scienza.
R.C. C’è titolo, c’è nome che fun­ziona, ma questo titolo e questo nome che fun­ziona non danno iden­tità, danno titolo, funzionamento, statuto, dunque un divenire, ma non identità. Questo è il bello della cosa, questa è la cosa importante che lei ha colto con precisione estrema. Non c’è que­st’obbligo all’identità. Anche l’identità è una fantasia, e può risultare addirittura paralizzante, perché l’identità è per sua defi­ni­zione stabile, perciò è parente dell’essere. E la trasformazione? E il divenire?
R.B. Il divenire nell’identità è possibile, secondo me. C’è una cre­scita, c’è una ma­turazione.
R.C. Eppure, alcuni problemi ven­gono proprio da lì, perché l’identità è dell’og­getto e l’avvenire è del si­gnificante e del nome, e dell’Altro. Il problema è che il di­scorso comune fa combaciare l’io e l’uno, l’io e il significante e, quindi, diventa iden­tità dell’uno all’Io: e qui c’è il corto circuito, abbiamo il figlio del mugnaio.
Il figlio del mugnaio è proprio il risultato di questa identità dell’uno, identità del significante, cioè: il figlio del mugnaio diventa il si­gnifi­cante identico a sé, per cui il fi­glio non è più figlio che si divide da sé, ma è figlio del mugnaio e dunque è un’identità. L’identità è ciò che comporta la paralisi, per­ché to­glie il processo analitico, infatti ana­lisi e paralisi sono due antitesi: anà-lüo, parà-lüo.
R.B. Non si può considerarle come un ossimoro, visto che sono due cose antiteti­che? Perché nell’ideologia che lei propone non ci sono compo­nenti antitetiche.
R.C. No, sono contrarie; non contradditorie, ma contrarie.
R.B. Ma proprio i termini con­tradditori, e anche con­trari, fanno parte, diciamo, della configurazione ossimoro, da quello che ho capito nelle altre lezioni. Forse ho capito male.
R.C. No, non proprio. Riprenderò la prossima volta questa cosa.
R.B. A e non A, fanno parte di uno stesso ossimoro.
R.C. No, lì è il principio di con­traddi­zione.
R.B. Che dovrebbe essere superato nel­l’ambito dell’ossimoro.
R.C. Perfetto. Però c’è anche il funzio­namento, ma poi lo riprendo. Allora volevo considerare anche la fiaba di Barbablù. Sapete la fiaba di Barbablù? Lei la sa?
Pubblico La sapevo.
R.C. La sapeva, adesso non la sa più. Chi ha letto la favola di Barbablù? Due, tre, quattro, così po­chi? Barbablù, Carmela?
C.T. L’ho letta, ma tanti anni fa.
R.C. Tanti, tanti, mica tanti. Qualche anno fa!
C.T. L’ho letta, l’avrò letta anche più di una volta.
Pubblico Era un mostro.
R.C. Ma come un mostro!? Un mostro?
A.S. Un omicida seriale
R.C. Un serial killer, lei dice. Quindi è un fantasma femminile, Barbablù.
F.B. Non so se è un fantasma.
R.C. Da quello che dite, mostro, serial killer, uxoricida, è un fanta­sma femminile.
F.B. Io non sono d’accordo con la parola fantasma.
R.C. Una fantasia fem­minile.
F.B. E neanche fantasia. Lei ha detto: è un mostro maschile che ha provocato paura.
R.C. Certo. Leggiamo, così ve­diamo un po’ di cosa si tratta.

C’era una volta un uomo che aveva case bellissime in città e in campagna: — un ric­cone — vasellame d’oro e d’ar­gento, suppellettili ricamate e berline tutte d’oro; — quindi è un buon partito, un ricco — ma, per sua disgrazia, aveva la barba blu, e ciò lo rendeva così brutto e spaven­toso che non c’era ragazza o maritata la quale, veden­dolo, non fuggisse per la paura. Una sua vicina, dama molto distinta, aveva due figliole belle come il sole. Egli ne chiese una in matrimonio, lasciando alla madre la scelta di quella che avesse voluto dargli. Ma nessuna delle due ne voleva sapere, e se lo rimandavano l’una all’altra…

Ci sono due fanciulle e un preten­dente; nessuna delle due lo vuole.

Cecilia Maurantonio Che preten­dente è se per lui fa lo stesso una o l’altra?
R.C. Questo è quello che lei crede. Lei già si mette dalla parte di una delle due! E brava! Dice che non la vuole abbastanza. Eh…! Abbiamo capito allora questo Barbablù. Ma bene! Non era abbastanza preten­dente. Ho capito.

…non potendo risolversi a sposare un uomo il quale avesse la barba blu. — Tutto, ma non la barba blu. Perbacco! — Un’altra cosa poi a loro non andava proprio a genio: era ch’egli aveva già sposato parecchie donne — dunque era un po’ libertino questo Barbablù — e nessuno sapeva che fine avessero fatto.

Lui corteggiava, sposava, e poi queste donne che fine facevano? Mah!

Pubblico Le metteva nel forno e poi le seppelliva.
R.C. Eh, non sappiamo, però c’era que­sta diceria: che avesse già spo­sato parec­chie donne e non si sapeva poi dov’erano andate. Un ragazzac­cio questo Barbablù, proprio un ra­gazzaccio. Ma questo Barbablù ci teneva a una di que­ste due. Ci teneva. Tant’è vero che…

[…] per far meglio conoscenza, le con­dusse, insieme alla madre, a tre o quattro delle loro migliori amiche, e ad alcuni giovanotti del vicinato, — proprio una vera bri­gata — in una delle sue ville di campagna, — compagni di merenda si po­trebbe dire, compagni e compa­gne — ove rimasero per otto giorni interi. Non si fe­cero che passeggiate, partite di caccia e di pesca, balli, festini e merende: — le imman­cabili merende — non si dormiva neppure più, perché si passava tutta la notte a farsi degli scherzi l’uno con l’al­tro; insomma tutto andò così bene che la minore delle due sorelle co­minciò a trovare che il padron di casa non aveva più la barba tanto blu, ed era in fondo una gran brava persona.

E poi aveva quella bella casa.

Non appena furono tornati in città, il matrimonio fu concluso.

In capo a un mese, Barbablù disse a sua mo­glie ch’egli era costretto ad intraprendere un viaggio, di al­meno sei setti­mane, per un affare assai im­portante; la pregava di stare allegra durante la sua assenza: invitasse pure le sue amiche più care, le portasse in campagna, se vo­leva; insomma, pensasse a passar­sela bene.

 “Ecco qui — le disse, — le chiavi dei due grandi guardarobe; ecco quelle del vasel­lame d’oro e d’argento che non si adopera tutti i giorni; ecco quelle delle mie casseforti dove tengo tutto il mio denaro, quelle delle cassette dove sono i gioielli, — aveva alcune cosette — ed ecco in­fine la chiave comune che serve ad aprire ogni appartamento”. — Quindi tante chiavi per i vari ripostigli — “Quanto a questa chiavetta qui, è quella che apre lo stanzino in fondo al grande corridoio al pianterreno; — c’è una stan­zetta in fondo — aprite pure tutto, andate pure dappertutto, ma quanto allo stanzino, vi proibisco di mettervi piede” — sopra tutto in fondo o in cima alla torre, alto-basso lo stanzino. Alto-basso, bene-male, in fondo-davanti, certo — “e ve lo proibisco in modo tale che, non sia mai vi entraste, dalla mia collera vi potete aspettare ogni cosa!”. — Categorico, senza equivoci. — “Dalla mia collera vi potete aspettare ogni cosa”.

E lei, cosa fa? Promette di ubbidire, scrupolosamente, agli ordini rice­vuti. Lui, dopo averla abbracciata, sale in carrozza e parte per il suo viaggio.

Arrivano le amiche, arrivano tutti gli ospiti, balli, feste, eccetera, ma questa qui non si diverte affatto, perché non vede l’ora di andare ad aprire la porta dello stanzino.

[…] La curiosità la spinse a un punto che, senza considerare quanto fosse sconve­niente lasciare lì, su due piedi, le amiche, ella vi andò, scendendo per una scaletta segreta e con una precipitazione tale che, due o tre volte, fu lì lì per rompersi l’osso del collo. Giunta dinanzi alla porta dello stanzino, esitò un momento pensando alla proibizione del marito e considerando che la propria di­sobbedienza avrebbe potuto attirarle qualche guaio; ma la tentazione era così forte che non poté vincerla; prese la chiavetta e aprì con mano tremante la porta dello stanzino.

Dapprincipio non vide nulla, — buio, molto buio — perché le fine­stre erano chiuse; ma a poco a poco co­minciò ad accorgersi che il pavi­mento era tutto coperto di sangue rappreso, nel quale si ri­specchiavano i corpi di pa­recchie donne morte appese lungo le pareti.

Una bella fiaba da raccontare ai bambini.

C’era uno stanzino nella casa, dove c’è tutto sangue per terra e, appese ai muri, cadaveri di donne. Bellissimo, educativo! Per un bambino è la mi­glior cosa.

Nello stanzino, cosa c’è nello stanzino? Per il bambino, cosa c’è nello stanzino? Non an­dare lì, perché? Perché no. Cosa pensa che ci sia il bambino nello stanzino dove non può andare? Cosa pensa che ci sia? Ve lo dice Perrault.

Erano tutte le donne che Barbablù aveva sposato e che aveva sgozzato una dopo l’altra. Per poco non morì di paura, e la chiave dello stanzino, che ella aveva riti­rato dalla serratura, le cadde di mano. Dopo essersi un tantino riavuta, raccolse la chiave, richiuse la porta e salì nella sua camera per riflettere un poco, ma non le riusciva tant’era la sua agitazione.

 Essendosi accorta che la chiave dello stanzino era macchiata di sangue, — c’è una macchia, dun­que, una macchia di san­gue — la ri­pulì due o tre volte, ma il san­gue non se ne andava via; allora la lavò e perfino la strofinò con la rena e col gesso: il sangue era sempre lì, perché la chiave era fatata, e non c’era mezzo di pulirla per bene: — c’è una macchia indelebile, una macchia di sangue, C’è un crimine — se si lavava il sangue da una parte, rispuntava dall’altra.

La sera stessa Barbablù ritornò dal suo viaggio; — ma non doveva stare via sei settimane? — disse che per strada aveva ricevuto una lettera, dove gli si di­ceva che l’affare per il quale era partito, era stato già con­cluso in modo vantag­gioso per lui. La moglie fece tutto il possi­bile per dimostrargli ch’ella era felice del suo pronto ritorno.

Il dì seguente egli le chiese le chiavi, lei le conse­gnò, ma con una mano così tremante che lui indovinò senza fatica tutto l’accaduto.

“Come mai, — le chiese — la chia­vetta dello stanzino non si trova qui insieme alle altre?”.

“Forse, — lei rispose — l’ho lasciata in ca­mera sul mio tavolino”.

“Non tardate a restituirmela”, disse Barbablù. Dopo qualche inu­tile indugio, non si poté fare a meno di portare la chiave. Barbablù, dopo averla ben guar­data, disse alla moglie:

“Come mai c’è del sangue su que­sta chiave?”.

“Non ne so nulla”, rispose la po­verina, più pallida della morte.

“Non ne sapete nulla? — replicò Barbablù, — Ma io lo so benissimo! Siete voluta en­trare nello stanzino! Ebbene, signora, adesso vi tornerete e prenderete posto accanto a quelle dame che avete visto lì dentro”.

Ella si gettò ai piedi del marito, pian­gendo e chiedendogli perdono — è facile, dopo, chiedere perdono, ma Barbablù… — con tutti i segni di un sincero pentimento. — che avrebbe convinto anche Caterina Caselli, per dire, ma non Barbablù — […] ma Barbablù aveva il cuore più duro d’un macigno.

“Bisogna morire, si­gnora — le disse — e senza indugi”.

“Dato che devo morire — ella ri­spose guardandolo con gli occhi pieni di lacrime, — datemi almeno un po’ di tempo per raccomandarmi a Dio”.

“Vi accordo un mezzo quarto d’ora, — ri­spose Barbablù — ma non un minuto di più”.

Rimasta sola, ella chiamò sua so­rella e le disse: “Anna — era questo il suo nome — Anna, sorella mia, sali, ti prego, sali in cima alla torre per ve­dere se i nostri fratelli, per caso, non stiano arrivando; mi avevano pro­messo di venire a trovarmi que­st’oggi, e se li vedi, fa’ loro segno di affrettarsi”.

La sorella Anna salì in cima alla torre — dunque lo stanzino era in basso, la torre è in alto — e la po­vera infelice le gridava di quando in quando: “Anna, sorella mia, vedi ar­rivare nessuno?”.

E la sorella Anna le rispondeva: “Vedo soltanto il sole che dardeggia e l’erba che verdeggia”. E così sappiamo da chi ha preso De Amicis, per La piccola vedetta lombarda.

Intanto Barbablù, brandendo un coltel­laccio, gridava a sua moglie, con quanto fiato aveva in corpo: “Scendi giù subito, o salgo su io”.

“Ancora un momentino, per pia­cere”, gli rispose la moglie; e, su­bito dopo, ri­prese con voce soffo­cata: “Anna, sorella mia, vedi arri­vare nessuno?”.

E la sorella Anna rispondeva: “Vedo sol­tanto il sole che dardeggia e l’erba che ver­deggia”.

“Scendi giù subito, — gridava Barbablù — o salgo su io!”. “Adesso vengo”, rispon­deva la moglie; e poi gridava: “Anna, sorella mia, vedi arrivare nessuno?”.

“Vedo…, — rispondeva la sorella Anna — vedo un gran polverone che viene da questa parte”.

“Sono i nostri fratelli?”.

“Ahimè no! sorella mia! È soltanto un branco di pecore!”.

“Insomma, vuoi scendere o no?”, sbraitava Barbablù.

“Ancora un momento!”, rispondeva la moglie; e poi gridava: “Anna, so­rella mia, vedi arrivare nessuno?”.

“Vedo…, — rispose la sorella, — vedo due cavalieri che vengono da questa parte, ma sono ancora molto lon­tani… Dio sia lodato! — esclamò un attimo dopo — sono proprio i nostri fratelli! Faccio loro tutti i segni che posso, perché si sbrighino a venire”.

Barbablù si mise a gridare così forte da far tremare la casa. La po­vera donna scese giù da lui e, tutta piangente e scarmigliata, andò a get­tarsi ai suoi piedi.

“Inutile fare tante storie! — disse Barbablù — dovete morire!”. Poi, af­ferran­dola con una mano per i ca­pelli, e con l’altra brandendo in aria il coltellaccio, si ac­cinse a tagliarle la testa. La povera donna, volgen­dosi verso di lui e guardandolo con lo sguardo annebbiato, lo pregò di conce­derle un ultimo istante per po­tersi racco­gliere.

“No, — disse lui — e raccomandati a Dio!”. Poi, alzando il braccio… A questo punto, bussarono così forte alla porta di casa che Barbablù si fermò interdetto. Fu aperto, e subito si videro entrare due cavalieri che, sguainando la spada, si gettarono su Barbablù.

Lui riconobbe ch’erano i fratelli di sua moglie, uno dragone, l’altro mo­schettiere, e allora si diede a fuggire per mettersi in salvo; ma i due fratelli gli cor­sero dietro così lesti che lo acciuffarono an­cora prima che avesse potuto raggiungere la scala. Lo passarono da parte a parte con le loro spade e lo lascia­rono morto. La povera donna era anche lei quasi morta come il marito e non aveva la forza di alzarsi per ab­bracciare i suoi fratelli.

 Si scoperse che Barbablù non aveva eredi; così la moglie diventò padrona d’o­gni suo avere. Ne ado­però una parte a maritare la sorella Anna con un giovane cavaliere che l’amava da molto tempo; un’altra parte a comperare il grado di capi­tano ai fratelli; e il rimanente, a ma­ri­tarsi con un galantuomo che le fece dimen­ticare i brutti giorni che aveva passati con Barbablù.

Allora, c’è una morale, anche qui:

“Quella curiosità che tanto spesso costa dolori e gravi pentimenti è un futile piacere, non spiaccia al gentil sesso che, una volta raggiunto, fini­sce immantinenti”.

È una morale dedicata alle signore. Ma è una morale: non tiene molto conto della fiaba, bensì del di­scorso comune. Poi c’è l’altra mo­rale:

“Chiunque sia del mondo un po’ infor­mato, subito vede che il rac­conto nostro non è che storia del tempo passato. Oggi, dove trovarlo un tale mostro di marito che vuole l’impossibile? Per malcontento e ge­loso che sia, oggi il marito si mo­stra im­passibile al fianco della moglie, e tira via. E di qualunque tinta sia tinto il suo barbone, è dif­ficile dire chi dei due sia il pa­drone”.

È l’altra morale, questa.

C.M. Il padrone di che?
R.C. Il padrone, il padrone di casa.

Ecco, qui ci sono alcune cose da ri­levare, mi pare, però ormai sono le diciannove passate. Dobbiamo aggiornarci alla settimana pros­sima.
Ciascuno è invitato a fare i suoi rileva­menti in modo che ne possiamo parlare mercoledì prossimo, insieme a quella che è l’ultima fiaba in pro­gramma, ossia Il brutto anatroccolo e insieme alle conclusioni degli ele­menti che abbiamo fino a qui incontrato.
Ciascuno è invitato an­che a presentare le sue considerazioni, in modo da potere fare un dibattito conclusivo.

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Il brutto anatroccolo

Ruggero Chinaglia Abbiamo ancora una fiaba da esplorare, Il brutto anatroc­colo, però ci sono anche alcune conside­razioni da fare attorno alla fiaba di Barbablù che abbiamo letto la settimana scorsa, senza peraltro dirne granché. Procediamo così con alcune notazioni, poi con la lettura dell’ultima fiaba e con il dibattito conclusivo.

Allora, dicevamo di Barbablù: è la fiaba dell’anfibologia, cioè del due che viene scisso in due possibilità: uomo onesto, ricchissimo e bruttissimo, spaventoso. Il candidato, il pretendente, è l’altra faccia di Barbablù uomo spaventoso, uomo dalla barba blu, quindi con un segno terrifico. Quando, da qualcuno, qualcosa è creduta e diventa il segno del negativo, quella cosa diventa portatrice di paura. Nasce da lì la paura, quando qualcosa è creduta essere il segno del negativo, il segno del male, in quanto rappresenta l’alternativa tra la vita e la morte. Quest’alternativa rappresenta sia la vita come sostanza sia la morte come sostanza, cioè come fondamenti, che possono esistere in quanto tali, in una sorta di immobilità. È la sostanza buona contro la sostanza malvagia o, viceversa, il veleno e il rimedio, il veleno e l’antidoto, il farmaco nella sua anfibologia, come veleno e come rimedio.

La credenza nella so­stanza è ciò che possiamo chiamare l’idola­tria, cioè la credenza in un dio agente, in un dio sostanza, una sostanza che può agire. Un dio che agisce è il dio della superstizione: nulla più superstizioso della cre­denza in un dio che agisca. Il dio agente è la versione religiosa della sostanza agente, della sostanza magica o ipnotica. Il dio agente, per così dire, è, di volta in volta, il dio psicofarmaco, il dio droga, il dio rimedio, il dio sostanza, che è anche il dio idiota di Schreber, dio che è in balia del de­siderio degli umani, un dio che desidera il bene degli umani. Schreber dice: questo è un dio idiota, un dio desiderante è un dio idiota, e il dio desiderante è il dio agente. Dio non agisce. Non è nella prerogativa di dio agire. Dio opera alla scrittura pragmatica delle cose, ma non agisce, né fa. In questo senso noi possiamo dire che dio è fede, cioè è operatore pragmatico, ma non è agente. Non è né soggetto agente né sostanza agente: Dio non agisce. Credere che Dio agisca è la credenza precisa dell’idola­tria, dunque anche della delega, a qualcosa o a qualcuno, rispetto a ciò che occorre fare; la stessa struttura del miracolo implica dio come operatore, ma non dio come agente. Così la questione è quella che non si tratta di essere idolatri, di credere che possa esi­stere una sostanza che possa fare, quello che occorre fare, al posto nostro, al posto di ciascuno.

Questa idolatria ha alcune implicazioni, nel senso che chi crede nel negativo e nel suo segno può attribuire anche a se stesso questa prerogativa, e ritenersi fortunato o sfortunato, predestinato al bene o prede­stinato al male, può credersi anche bello o brutto, buono o malvagio, positivo o negativo: sono forme differenti della stessa cosa, cioè dell’alternativa fra la vita e la morte. Tra la vita e la morte non è possibile scegliere, non c’è scelta tra la vita e la morte: si tratta della vita, come parola originaria e il suo itinerario, e della morte come indice della differenza sessuale, come indice del tempo. Non è che si tratti di scegliere una o l’altra: c’è la vita, c’è la morte, ma non come sostanza; né la vita come sostanza né la morte come sostanza. C’è la vita come logica e itinerario della pa­rola, c’è la morte come indice dell’altro tempo, indice della differenza sessuale; né la vita come sostanza, né la morte come sostanza possono risultare intellet­tualmente accettabili. Credersi segnato, credersi bello o brutto, positivo o negativo, capace o incapace, degno o non degno e via dicendo, è il modo di accettare la morte, la morte come sostanza e di fare l’eco­nomia della morte nel male ritenuto minore volta per volta. “Cosa faccio? Questo o quello? Beh, tra le due cose sembra che il male minore sia questo, faccio questo”. Questo è un modo di accettare la morte giorno per giorno e di alimentarsi della morte come sostanza, o della vita come sostanza, che è la sua altra faccia, nel senso che è una vita come calvario, come attesa della sua fine. È la vita come durata, ossia l’idea stessa di morte, di fine.

L’idea di durata è l’idea della fine: si interessa della durata chi si interessa alla fine delle cose. “Quanto dura? Dobbiamo fare questa cosa: quanto dura?”, cioè quando finisce? La passione per la fine delle cose, non già per quel che occorre fare, per il piacere che viene dal fare, ma per la fine. L’accettazione della morte trae con sé anche la rassegna­zione, ovviamente, l’assenza di entusiasmo, possiamo dire l’assenza di amore, a favore di una fine ripetuta. Sempre la stessa fine.

La rassegnazione come può avvenire, volta per volta? Nei modi più svariati, modi che rappresentano comunque la mo­dalità della fine nel lasciarsi andare; lasciarsi andare alla denigrazione, alla degradazione, all’esecrazione, alla trasgressione. Lasciarsi andare, cioè dall’alto in basso, in modo di andare sempre più in basso, fino a raggiun­gere la bassezza della propria origine presunta, sino a essere all’altezza della pro­pria origine presunta, ovviamente presunta molto in basso. Ecco dunque le varie modalità: dal perdere le staffe al perdere la pazienza, alla severità, all’alzare la voce, al fare la voce grossa, al comminare punizioni, al bere un bicchiere in più, una sigaretta in più, una droga in più: “Tanto, è solo per questa volta…”, “Lo faccio solo questa volta”, “Prendo una pastiglia in più”. È un uni­verso di cose a rappresentare questa moda­lità del lasciarsi andare come modo di accet­tare l’ideologia della morte, che diventa morte bianca, morte di cui alimentarsi giorno per giorno. Lasciarsi andare è il modo di rappresentarsi l’alto-basso, l’ossi­moro, nell’alternativa fra l’alto e il basso: salire in alto, scendere in basso. “Guarda come sono sceso in basso”, “Questa cosa è troppo alta per me”, “Adesso che ho fatto, questa cosa è tutto in discesa”; sì, fino al punto più basso. Se alto-basso, che è il modo dell’ossimoro, il modo della rela­zione originaria, viene volto nella possibi­lità dell’alto o del basso, ecco che sorge per ognuno la credenza di potere andare in alto o andare in basso: alto e basso diventano possibilità soggettive. Si costituisce cioè il soggetto dell’alto e il soggetto del basso, il soggetto dell’euforia e il soggetto della di­sforia.

Quella che comunemente viene chiamata depressione non è che la realiz­zazione di questa credenza, ovvero di potere andare in alto e poi di dovere scendere in basso. Euforia, disforia, alto, basso, o alto o basso, anziché alto-basso da cui le cose procedono; alto-basso non è scindibile, non è trasformabile nella possibilità dell’alto o del basso. Alto-basso è una diade, non è scindibile, è una diade originaria, e è da questa diade che le cose procedono. Cia­scuna cosa viene dall’alto-basso e va in di­rezione della sua qualità, e non va né in alto né in basso, perché alto-basso non è scin­dibile. Scindere alto-basso vuole dire farsi fatalisti, soggetti del fatalismo, credere nella predestinazione, vuole dire farsi animali fantastici bipolari o anfibologici. L’animale fantastico che può andare in alto o andare in basso, può essere buono o essere malvagio, può essere positivo o essere negativo, può fare bene o può fare male, può meritare il premio o meritare la puni­zione. Viene introdotta nella vita questa anfibologia, questa doppia possibilità, quest’alternativa, che è un’alternativa fatalista, che sta al posto del dispositivo pragmatico.

Chi si trova in questa credenza, evidente­mente, non fa quel che occorre fare, ma scansa, evita, attende. Sta nella paura, crede che ci sarà un domani migliore, fatalistica­mente. È una vita senza itinerario, senza impresa, senza formazione, senza ri­schio, senza audacia, nella paura del male, della malattia, della morte; vive sotto l’egida dell’animale totemico, dell’animale che porta la vita e porta la morte. Il fantasma d’alternativa tra la vita e la morte, come fantasma di padronanza, comporta lo scherzo con la morte, la sfida alla morte; l’animale, cioè ognuno, in quanto si crede animale bipolare, si fa cerchio del positivo e del ne­gativo, e si alimenta del presunto proprio negativo, come dire che tutto sta nel cer­chio, tutto deve entrare nel cerchio, per fare l’economia del cerchio.

Ebbene, l’animale che si alimenta con la propria negatività ha contrappassi e contropiedi nell’infarto, nell’ictus, nell’AIDS e nel cancro, che sono contrappassi e contropiedi della circolarità, modi con cui viene ritenuto di potere evi­tare la realizzazione del proprio fantasma. Infarto, ictus, AIDS e cancro sono contrappassi e contropiedi dell’impossibile realizzazione del proprio fantasma.

Ma dicevamo di Barbablù che è un fantasma femminile dell’economia del sangue. Aristotele dice che l’uomo si distingue dalla donna per l’economia del sangue: nella donna ce n’è uno spreco e un’impurità, e l’uomo deve appunto evitare questo spreco di sangue che caratterizza la donna. Nella fiaba di Barbablù abbiamo uno stanzino in basso il cui pavimento è pieno di sangue: lo stanzino in basso diventa il luogo dell’economia del sangue, il luogo della genealogia, il luogo dell’origine. Il sangue prende il posto dello specchio e avvia la specularità. La moglie vede così i corpi delle altre donne e delle altre mogli, uccise. Senza specchio, tolto lo specchio, tolto l’oggetto nel suo aspetto di impertinente, dunque tolto l’oggetto come causa di godimento, ognuno si confronta con l’Altro ritenuto simile; in questo caso una donna si confronta con le altre donne e si cadaverizza, e le altre donne risultano le altre mogli uccise. Senza lo specchio, tolto l’oggetto, sorge il fanta­sma materno del despota. Chi è Barbablù? Barbablù è il soggetto presunto godere, il soggetto presunto possedere tutte le donne, il soggetto assassino delle donne, in quanto possessore delle donne.

Nella fiaba I cigni selvatici abbiamo visto che c’è un altro fantasma, non già il fantasma del despota e il fanta­sma di assassinio, ma il fantasma dell’abo­lizione della voce, ossia il fantasma del sog­getto vampiro. Il soggetto vampiro, ovvero il soggetto che dice la verità, il soggetto possessore della verità. Terzo fantasma che può sorgere come modo dell’economia dell’oggetto è il fantasma del tiranno. Il fantasma del tiranno, ossia che esista un soggetto desiderante, un soggetto che padroneggia il proprio desiderio. Dunque, fantasma del despota, come fan­tasma di chi padroneggia il godimento; fan­tasma del tiranno, come fantasma del sog­getto che padroneggia il desiderio; fantasma del vampiro, come fantasma del soggetto che padroneggia la verità. Tre fantasmi che indicano l’abolizione impossibile del sem­biante, cioè dell’oggetto che, nella parola, causa il godimento, il desiderio e la verità.

Queste fantasmatiche, come ci mostrano le fiabe che abbiamo letto, sono in que­stione per quel che riguarda la rappresentazione della famiglia cosiddetta di origine: non c’è famiglia di origine che non venga rappresentata secondo le modalità dettate da questi tre fantasmi. Famiglia in cui ci sarebbe un despota, famiglia in cui ci sarebbe un tiranno, famiglia in cui ci sa­rebbe un vampiro, almeno. Di volta in volta può variare chi sarebbe il despota, il tiranno e il vampiro.

Prima di proseguire con altre notazioni, direi che possiamo leggere anche l’ultima fiaba, in modo da tenere conto anche di questa per alcune conside­razioni che possono riguardare certamente la questione della famiglia. Mi pare chiaro che ciò attorno a cui ruotano queste fiabe è in particolare modo la famiglia, in­tesa come famiglia d’ori­gine, quindi caratterizzata da alcuni segni, modalità, caratteristiche che possono oscillare dal ne­gativo al positivo, e che sfocia tuttavia in una famiglia come famiglia originaria, fa­miglia come traccia. Ciascuna fiaba si conclude non secondo quella che sarebbe la predestinazione della caratteristica nega­tiva, anzi indica che quella predestinazione è una credenza: la conclusione di ciascuna fiaba è altra rispetto alla premessa. Da qui l’interesse della lettura. È questo che ci dà modo d’intendere come la premessa sia la credenza soggettiva che si dissipa lungo l’itinerario. È nel percorso, nel cammino, nell’itinerario di qualificazione che si dissipa la credenza soggettiva dell’animale fantastico, cioè di potere essere o che qualcun altro possa essere anfibologico, ovvero esposto alla possibilità del bene o del male, dell’alto o del basso, del positivo o del negativo, del grasso o del magro. Ciascuna fiaba ci dice qual è l’itine­rario dell’educazione, dove va l’educazione.

Dove va l’educazione? Va verso l’origi­nario, verso la dissipazione di ogni possi­bile credenza nell’alternativa tra ciò che è diadico. Non c’è educazione, dove funziona la dicotomia ossia l’impossibile scissione di ciò che è ossimorico. Non c’è educazione se s’instaura l’alternativa esclusiva tra la vita e la morte, tra il bene e il male. Non c’è nessuna educazione se s’instaura l’intolleranza, il razzismo, l’idolatria, la superstizione.

L’educazione è in direzione della dissi­pazione di queste fantasmatiche inerenti la padronanza, la soggettività e l’idea di un possibile esercizio del controllo sulle cose, a scapito dello sforzo intellet­tuale, del rischio di vita, del ri­schio d’impresa, dell’intrapren­denza, dell’intrapresa, dell’allestimento di dispositivi. È abbastanza semplice verifi­care se in un certo contesto c’è educazione o no. Sicuramente lo si può escludere laddove vi sia soggettivismo, idolatria, super­stizione, nelle sue varie figure. Fa parte di questa modalità della superstizione anche credere nel despota, nel tiranno e nel vam­piro; credere nel padre despota, nel figlio tiranno, nella madre vampiro, per esempio, o nel figlio vampiro, nella madre despota, nel padre tiranno. Possono esserci varie configurazioni, varie idee in proposito. Ciascuna di queste indica che c’è un per­corso da fare, per non vivere da schiavo, perché ciascuna di queste idee non è altro che un’idea di schiavitù. Despota, tiranno e vampiro sono tre figure del padrone e quindi tre modi del farsi schiavo. Schiavo di che cosa? Della vita e della morte come so­stanza, schiavo della circolarità, del cerchio, della genealogia, della predestinazione. Possiamo chiamarla in tanti modi, ma si tratta sempre della schiavitù.

Ecco, allora leggiamo la fiaba Il brutto anatroccolo, di Cristian Andersen. C’è qualcuno che l’ha già letta? Lei. Di recente?

Pubblico Di recente no.
R.C. Sempre anticamente. Nessuno l’ha letta in vista della lezione di oggi? Lei. Ah, bene! Ce la vuole raccontare?
Cristiana Martin Brevemente o con tutti i particolari? Perché è abbastanza lunga.
R.C. È abbastanza lunga.
Cr.M. C’era una volta un pollaio e in questo pollaio c’era la mamma anatra che covava i suoi ovetti. Uno, in particolare, era più grande degli altri, però lei lo covava lo stesso. Arriva il momento in cui si schiudono le uova, nascono gli anatroccoli bellissimi, ma un uovo non si schiude; un’altra anatra viene a dare un’occhiata all’uovo grande che non si schiude mai, dicendo che, pro­babilmente, è un uovo di tacchina e non vale la pena di scaldarlo, di covarlo ancora, per­ché anche a lei una volta è successa una cosa simile e questo uovo l’ha lasciato perdere.
R.C. Ecco, anche a lei è successo.
Cr.M. È già successo, sa già, era di tac­china, era sicura. Non si è mai schiuso, ma sapeva che era di tacchina.
R.C. Le comari sono sempre all’erta per segnalare che anche a loro è accaduta…
Cr.M. Anche a loro è successa la stessa cosa.
R.C. …una cosa simile; non la stessa cosa, una cosa simile, e che quindi…
Cr.M. E che quindi non valeva la pena. Il rimedio era quello.
R.C. …Il rimedio è quello. La cura è per similarità.
Cr.M. È comoda.
R.C. “Anche a me!”. Il luogo comune, esatto. Però, lei dice un pollaio.
Cr.M. Sì, la mia storia parlava del pol­laio. In questa fattoria c’era il pollaio; però, effettivamente, oltre al pollaio, c’era un’al­tra immagine. Il nido dell’anatra non era proprio nel pollaio, era un po’ fuori. Però, poi, quando nascono gli anatroccoli…
R.C. Perché, le anatre, come fanno a vi­vere nel pollaio?
Cr.M. Nella palude, perché dopo i pic­coli devono andare… Il pollaio è ter­ribile, è un’immagine che ricorre in tutta la storia, perché quando nasce anche l’anatroccolo brutto, grigio e diverso dagli altri, deve andare insieme a tutti gli altri nel pollaio dove c’è una specie di giu­ria, dove bisogna presentarlo agli animali del cortile. E c’è un’oca gigantesca che ha uno straccetto rosso attaccato a una zampa, che è una specie di giudice, la per­sona più importante del pollaio. Quindi, per questo anatroccolo, poi, rimane per tutta la vita la questione del pollaio come posto in cui è nato e dove tutti lo becca­vano, lo denigravano e gli davano le botte.
R.C. Il pollaio come il luogo della genealo­gia, il luogo dell’accettazione.
Cr.M. Da incubo. La storia è terribile, perché a ‘sto povero piccolo gli succede di tutto, e se le tira anche.
R.C. Perché bisogna essere accettati nel pollaio, è fondamentale per ogni buon pollo. Per ogni rampollo è fondamentale essere accettato nel pollaio di riferimento Qui dice, appunto, che c’era il castello, ai cui piedi c’era una palude.
Cr.M. No, io non ho quella del castello.
R.C. Va bene. Andiamo avanti.
Cr.M. Allora cosa succede? Saltiamo. Insomma nasce ‘sto anatroccolo, la mamma lo accetta, gli vuole bene lo stesso e dice: “Insomma, secondo me non è un pic­colo di tacchina, perché nuota come gli altri e anche un pochino meglio, quindi vuole dire che è senz’altro mio anche se un è po’ di­verso. Si farà col tempo”. Poi, oltre tutto, è un maschio e dunque, anche se è bruttino, non importa: l’importante è che sia grosso, questo è il concetto. Però, andando avanti con i giorni, anche i fratellini rifiutano que­sto anatroccolo, lo beccano, lo buttano via, insomma, la mamma si augurerebbe…
R.C. Però c’è un dettaglio, qui, che sa­rebbe invece il caso di non trascurare. Allora: ci sono le uova che si schiudono, nascono i vari anatroccoli e incominciano a guardarsi attorno tra le foglie verdi.

[…] E la mamma li lasciò guardare quanto volevano, perché il verde fa bene agli occhi.

“Com’è grande il mondo!” esclamarono gli anatroccoli. Infatti ora avevano molto più spazio di quando stavano chiusi nell’ovo.

“Credete che il mondo sia tutto qui? — disse la madre — Il mondo è ben più grande: arriva dall’altra parte del giar­dino, sino al podere del parroco; là io non ci sono ancora mai stata.”

Ognuno si rappresenta il mondo secondo le proprie misure.

“Ci siete tutti? Tutti uniti, per benino? — e fece per alzarsi: — No, non siete tutti; l’ovo più grosso è sempre qui. Quanto ci vorrà ancora? Davvero che questa volta ne ho quasi abbastanza”.

Questo è un dettaglio non trascurabile. Dicevamo una sera da qualche parte che lo statuto della madre è di non averne mai abbastanza. Dicevamo qualcosa del genere? Novaretti, la sua memoria storica com’è?

Fernanda Novaretti Non mi ricordo proprio.
R.C. Forse era al quartiere, al seminario.
Barbara Valerio Non è uno statuto, è una condanna.
R.C. Condanna! “Davvero che questa volta ne ho quasi abbastanza”, come dire che il primo pen­siero è di farlo fuori. È un pensiero abortista. Il brutto anatroccolo, perciò, è la con­seguenza di un’idea di aborto. Di chi è que­sta idea?
Sabrina Resoli Dell’anatroccolo.
R.C. Dell’anatroccolo. Chiaro, esatto. Attribuito però alla madre. Che, quindi, ha fatto qualcosa per farglielo pensare? Ancora non sappiamo, però leggiamo.

“Davvero che questa volta ne ho quasi abbastanza!” e si rimise a co­vare. — “Dunque, come va!” — domandò una vecchia anitra venuta a farle visita. — La vicina — “Va, che va per le lunghe con uno di questi ovi!”, disse l’anitra che co­vava”.

Dunque ancora ci sarebbe l’idea di smet­tere, di farla finita.

“Non ci si scorge ancora nemmeno uno screpolo. Ma bisogna tu veda gli altri: — eh, gli altri sì che… gli altri sì che sono proprio… — sono i più belli anatrini che io abbia mai veduti”.

Sembra toscana questa fiaba; c’è una co­struzione sintattica e frastica che sono del dialetto toscano.

“Tutti il loro padre, quel mariuolo, che nemmeno è venuto una volta a trovarmi!”.

Il padre mariuolo, però i più belli anatrini sono tutti il loro padre, mariuolo. Questo è un secondo dettaglio non trascurabile: il padre mariuolo.

“Lasciami vedere quest’ovo che non vuole scoppiare, — replicò l’altra. — Bada a me, sarà ovo di tacchina. È toccata a me pure una volta, e ti so dire che ho avuto il mio bel da fare con quei piccoli: avevano una paura dell’acqua…”.

Il ricordo, il ricordo dell’altra volta, per­petua la paura.

“Per quanto chiamassi e sbattessi le ali, non ne venivo a capo. Fammi vedere. Sì, sì, è un ovo di tacchina”.

L’esperta: uno sguardo, un’occhiata, oc­chio clinico, diagnosi. Un’occhiata e la dia­gnosi: “Sì, uovo di tacchina. La cura? È semplice: come ho fatto io”.

“E tu lascialo fare, e insegna piuttosto a nuotare agli altri piccini”. — Tu, quello lì, lascialo per conto suo — “Ormai ci starò un al­tro poco — rispose la mamma — ci sono stata tanto, che poco più, poco meno…”.

Sempre l’eventualità di lasciare perdere fa capolino.

“Bontà tua!”, fece la vecchia; e se ne andò. Finalmente anche l’ovo si aperse. “Pip, pip!”, disse il figliolo, e scappò fuori. Era grande, grande e bruttissimo. L’anitra lo guardò bene. “È terribilmente grosso, — disse, — nessuno degli altri è così: fosse mai davvero un piccolo tacchino?”.

E già comincia a vederlo tacchino. La vi­cina le ha detto che è tacchino.

“Si fa presto a vedere. Ma nell’acqua ha da andare, dovessi buttarcelo dentro io”.

Dovessi! Deve andare nell’acqua? Perché? È scritto, predestinato, deve an­dare nell’acqua.

Cecilia Maurantonio Ma perché c’è questo dubbio? Lei doveva saperlo con chi si è accoppiata per fare…
R.C. Dunque abbiamo detto che questa è una fiaba, è una credenza. Non è la cre­denza dell’anatra; abbiamo detto che è la credenza del brutto anatroccolo. Non c’en­tra l’accoppiamento dell’anatra.
C.M. Rimane nella credenza…
R.C. Il giorno dopo il tempo era magni­fico: il sole splendeva caldo tra il verde. Mamma Anitra fece la sua comparsa al fossato con tutta la famiglia. Plasch! e saltò nell’ac­qua…
[…] e l’uno dopo l’altro gli anatrini salta­rono dentro. L’acqua si richiuse sul loro capo, ma ben presto essi tornarono a galla, e si misero a nuotare: le gambe si muovevano da sé, e tutti andavano benone: anche il brutto anitroccolo bigio nuotava con gli altri.

“No, non è tacchino — disse la mamma — vedete come sa adoprar bene le gambe, come fila diritto! Quello è figlio mio. In fondo non è poi brutto, a guardarlo bene. Qua, qua! — fece poi: — Venite, ora, e impa­rerete a conoscere il mondo. Vi presenterò alla corte; ma statemi sempre vicini, per non farvi schiacciare, e guardatevi dal gatto!”.

La mamma, prodiga di attenzioni, pre­cauzioni: “Attenti, ai pericoli, c’è il gatto, gli altri vi schiacciano, state attenti. Non è tacchino, beh, meno male, è proprio figlio mio”. Dunque tutta la stirpe viene presen­tata alla società, avviene l’ingresso in so­cietà, la presentazione della genealogia.

E vennero nel cortile delle anitre. C’era un chiasso tremendo, perché due famiglie si disputavano una testa d’anguilla, la quale poi toccò al gatto. “Vedete? Così va il mondo”, disse Mamma Anitra, e si leccò il becco, perché anche a lei sarebbe piaciuta la testa d’anguilla.

Così avviene la presenta­zione, come diceva la nostra amica Martin, alla vecchia anitra e a tutte le altre anitre intorno, e ognuno disse la sua.

[…] “Vedete qua! Anche questa truppa ci capita! Come se non fossimo già troppi!”.

Arrivano gli albanesi, arrivano quelli dal Kosovo. “Ah, anche questi arrivano, come se noi non fossimo già abbastanza”. Uguale.

“Oh, che è quel brutto coso bigio laggiù? Non possiamo tollerare una simile brut­tura!”. E un’anitra gli piombò addosso, e lo beccò sul collo.

“Lasciatelo stare, — disse la madre — non fa male a nessuno”.

“Sì, ma è così grande e così diverso dagli altri, — disse l’anitra che l’aveva morso — che bisogna le buschi”.

“Avete una bella famiglia, Mamma Anitra! — disse la vecchia col nastrino rosso alla zampa — Sono tutti bei figlioli, eccetto quel povero disgraziato lì. Vorrei che pote­ste rifarlo”.

“Ahimè, Eccellenza, — eh, ahimè — questo non è possibile! — disse Mamma Anitra. —  “Non è bello, ma è di buonissima indole, — lo giustifica subito — e nuota magnificamente, come tutti i suoi fratelli; starei quasi per dire che nuota meglio. Credo che col tempo migliorerà, o, almeno, finirà di crescere. È stato troppo nell’ovo, per questo non è venuto bene”.

È perché succhiava troppo latte, è perché dormiva troppo, anzi dormiva troppo poco, mangiava troppo poco, no, mangiava troppo, per quello adesso è così, perché allora…

E la madre gli batté sul dorso ed inco­minciò a lisciarlo. — Pat, pat, poveretto! Eh, poveretto! Su, coraggio — Del resto, — continuò, — è un maschio, e quindi poco im­porta. — Eh, già! — Prevedo, anzi, che di­verrà robusto; — se non è bello, almeno sarà robusto — se la cava già abbastanza bene…”. “Gli altri anatrini sono molto gra­ziosi, — disse la vecchia — fate come se foste a casa vostra, e se per caso trovate una testa d’anguilla portatemela pure”.

E fecero infatti come se fossero a casa loro. Ma il povero anitroccolo, ch’era uscito ultimo dall’ovo, ed era tanto brutto, s’ebbe i colpi di becco, gli assalti e le beffe delle anitre e dei polli.

“È troppo grande!”, dicevano tutti; e il tacchino, ch’era nato con gli sproni e perciò s’immaginava d’essere imperatore, si gonfiò come un bastimento che spiegasse le vele, fece la ruota, divenne tutto rosso nel capo e gli si avventò. Il povero ani­troccolo non sapeva che fare né dove scappare. Si sentiva avvilito d’essere tanto brutto da servire di zimbello a tutta la corte.

Così passarono i primi giorni, e poi andò di male in peggio. Il povero anitroc­colo era scacciato da tutti, e persino i suoi fratelli gli usavano mille sgarbi, e dicevano: “Magari il gatto t’ingoiasse una buona volta, brutto che sei!”.

E la madre sospirava: “Ah, fossi tu lontano mille miglia!”.

Le anitre lo beccavano, i polli gli si av­ventavano e la ragazza della fattoria, che veniva a portare il becchime, lo respingeva, col piede. Egli allora scappò davvero, e spiccò il volo al di là della siepe; gli uc­celli fuggirono spauriti dai cespugli e s’al­zarono nell’aria.

E cosa succede poi?

Cr.M. Nell’attimo in cui lui scappa via e gli uccelli volano, lui pensa subito: “Scappano via perché sono così brutto, ho fatto paura anche agli uccelli”. Questa è proprio una genealogia impressa in questo povero ana­troccolo.
R.C. Eh, già.
Cr.M. Lui da solo ormai si qua­lifica bruttissimo, repellente e così via. Vivacchia nella palude e incontra diversi al­tri animali. Io mi ricordo l’episodio di quando trova i due paperotti che lo vogliono por­tare con loro in un paese dove ci sono tan­tissime anatroccole da corteggiare; però, sul più bello quando lui sta per decidere di partire con i paperotti, arrivano i cacciatori, si spara, eccetera. Un cagnaccio brutto e rin­ghioso vede in mezzo alle canne il brutto anatroccolo tutto pieno di paura, gli dà una annusata e poi va via. “Sono così brutto, dice, che perfino il cane non mi vuole mangiare.”. Però in­tanto gli è andata bene. Dopo, arriva presso un’altra fattoria, un’altra casa, perché piove, una notte di pioggia, mi pare, co­munque arriva presso un’altra fattoria e riesce a intrufolarsi nella cucina dove vive una vecchina con due animali: un gatto che faceva le fusa e sprizzava scintille quando lo si accarezzava contro pelo e una gallina intelligentissima e sapientissima. Si consideravano gli esseri più intelligenti di questo mondo e lo tengono lì un po’ con loro, come una specie di profugo, cercando di insegnargli due cose che possono ren­derlo utile alla famiglia, e cioè fare le uova o fare le fusa. La vecchina, che spera in qual­che uovo d’anatra, lo tiene volentieri e gli dà da mangiare; passa qualche settimana, però questo povero anatroccolo uova non ne fa e quindi la vita diventa impossibile anche lì, perché non si presta a quelli che sono i desideri di queste tre figure, la vec­china, la gallina sapiente e il gatto.
Così scappa anche da là. Il tempo passa, arriva l’autunno, comincia a fare freddo e la vita è sempre più difficile per il brutto anatroc­colo, perché è da solo e deve arrangiarsi. Arriva al punto tale che, con il freddo che avanza, lui è costretto a non dormire nean­che più di notte, perché, se vuole evitare che il ghiaccio dell’acqua lo prenda nella sua prigione, nella sua morsa, lui deve con­tinuamente muoversi. Però suc­cede che, stremato, una notte si addor­menta, il ghiaccio lo serra in questa morsa gelida. La mattina un cacciatore lo salva, rompe il ghiaccio e lo porta a casa sua pensando di fare bene…
R.C. Aspetti un momento.
Cr.M. Perché vado veloce.
R.C. Allora viene mandato via…
Cr.M. Cosa ho saltato?
R.C. Aspetti un attimo. Prima ancora di andare via da questa dimora…
Cr.M. Dalla dimora del gatto e della gal­lina.
R.C. Dice:

[…] “Ah, ma nuotare, che delizia! — replicava l’anitroccolo. — Che delizia rinfrescarsi il capo sott’acqua”.…

[…] “Sì, dev’essere proprio una bella gioia! — disse la gallina ironicamente: — Diventi matto, ora? Domanda un po’ al gatto, che è il più savio tra quanti io conosca, se gli parrebbe un piacere saltar nell’acqua e nuotare! Di me, non parlo… Domandalo, se vuoi, anche a sua Eccellenza”.

Quindi ci sono i vari pareri.

Cr.M. Sì, è una gerarchia di sapienti.

R.C. […] “Voialtri non mi capite!” — disse l’a­nitroccolo. — “Se non ti si capisce noi, chi dunque t’ha da capire? Non vorrai già essere più sa­piente del gatto e della padrona. Di me, ti dico, nemmeno voglio parlare. Non farmi lo schizzinoso, bambino; non ti mettere grilli per il capo. Ringrazia il tuo Creatore per tutto il bene che ti ha concesso. Non sei capitato in una stanza ben riparata, e in una compagnia, dalla quale non hai se non da imparare? Ma sei un cervello sventato, e non c’è sugo a ragionare con te. A me, tu puoi credere, perché ti voglio bene; ti dico certe verità che ti feriscono, ma da questo si conoscono i veri amici! Vedi d’imparare a fare l’ovo, a buttar fuori scintille e a far le fusa!”.

“Credo che me ne andrò a girare il mondo”, disse l’anitroccolo.

“Buon pro ti faccia!”, disse di rimando la gallina.

Dunque se ne va, e cosa accade poi?

Cr.M. Mi ricordo che arriva l’autunno e che fa freddo, però c’è anche un episodio, e non mi ricordo in che momento delle solitarie avventure dell’anatroccolo, comunque c’è un momento in cui lui sente un rumore, un fruscio d’ali, alza gli occhi e vede in volo dei cigni. Non sapeva che ani­mali fossero, però rimane assolutamente af­fascinato e si strugge dal desiderio, non dal desiderio, dall’am­mirazione per questi animali così belli, per questi uccelli reali e, al tempo stesso, dice: “Non potrò mai, neanche lontanamente invidiarli, perciò li ammiro e basta”. Però, prova sempre molta nostalgia per questi cigni, che rimangono per lui delle fi­gure da sogno, neanche lontanamente emu­labili. Comunque dopo c’è la faccenda del ghiaccio, il cacciatore che cerca di fare bene, lo libera dal ghiaccio e lo porta a casa. Lì i bambini vogliono giocare con lui, e l’anatroccolo prende paura; salta nel secchio del latte, rovescia il latte; dalla paura, va in mezzo al burro, spacca le robe del burro, rovescia il sacco della farina, di­strugge la cucina, la massaia grida, i bambini piangono, ridono, gli corrono dietro. Scappa anche da là. Tutto ciò che per lui do­veva essere pace, tranquillità, di­venta un disastro e perciò scappa di nuovo.
R.C. […] scappando a traverso ai cespugli, sulla neve caduta di fresco; e là ri­mase così spossato, che pareva stesse per morire. Ma qui la storia diverrebbe pro­prio troppo malinconica, se vi avessi a raccontare tutti i patimenti e la miseria, che l’anitroccolo dovette sopportare in quel crudo inverno. Stava accoccolato tra le canne della palude, quando il sole ridi­venne caldo e splendente, e le allodole tor­narono a cantare. Venne una magnifica primavera, ed egli poté spiegare di nuovo le ali, che erano divenute più forti e lo regge­vano ora molto meglio. Prima che egli stesso sapesse come, si trovò in un grande giardino — ecco, l’altra scena. Non è più nella pa­lude. Non c’è più la palude, non c’è più il cortile delle anatre, non c’è più l’inverno, non c’è più ghiaccio, non c’è più la morte, ma un giardino — dove i meli erano in piena fioritura, dove i lillà spandevano un dolce odore, allungando le verdi rame pendule sin sopra ai ruscelli ed ai canali che lo traversa­vano. Che bellezza quel giardino! Che fre­schezza di primavera! E proprio dinanzi a lui sbucarono, tra il fitto del fogliame tre splendidi cigni candidi, e si accostarono nuotando: con le ali leggermente arruffate, venivano scivolando agili e maestosi sul­l’acqua… L’anatrino riconobbe gli splendidi animali e fu preso da una strana angoscia. “Voglio volare sin là, presso gli uccelli regali” — ecco, sono diventati uccelli regali. Non regali regali, regali regali — “mi morderanno e mi faranno morire, per avere osato, io, così brutto, accostarmi ad essi. Meglio ucciso da loro che perseguitato dalle anitre, beccato dai polli, respinto dalla ragazza della fattoria, per patire poi tutto quel che ho patito durante l’inverno!”. E volò sino all’acqua e poi nuotò verso i candidi cigni, i quali accorsero ad ali spie­gate.

“Uccidetemi!”, disse la povera bestiola e chinò il capo verso lo specchio dell’acqua aspettando la morte… Ma che cosa vide mai nell’acqua chiara? Vide sotto di sé la sua propria immagine; e non l’immagine d’un brutto uccello tozzo e grigiastro, orribile a vedersi, ma quella di un candido cigno. Che importa l’esser nati nel cortile delle anitre, quando si esce da un uovo di cigno?

Che importa l’essere nati nel cortile delle anitre quando si esce da un uovo di cigno?

Ora sì che si sentiva perfettamente felice, compensato di tutte le miserie e le disgrazie passate. Ora egli comprendeva tutta la sua felicità, e sapeva apprezzare lo splendore che si vedeva d’intorno. E i grandi cigni lo circondavano e lo lisciavano col becco. Vennero nel giardino alcuni bambini: get­tarono pane e grano nell’acqua, ed il più piccolo gridò: “Uno di nuovo! Ce n’è uno di nuovo!”. E gli altri bambini, tutti con­tenti: “Sì, ecco che n’è venuto un altro!”. E batterono le manine, e si misero a ballare, e corsero a chiamare il babbo e la mamma; e buttavano pane e biscotti nell’acqua, e tutti dicevano: “Il nuovo è il più bello, il più bello di tutti, così giovane, così mae­stoso…”. Ed i cigni più vecchi si inchinavano dinanzi a lui.

Allora la timidezza lo prese: divenne tutto vergognoso, e nascose il capo sotto l’ala; provava un certo che… non sapeva neppur lui quel che provava. Era sin troppo beato; ma nient’affatto superbo, perché il cuore buono non è mai superbo. Pensava quanto era stato perseguitato e schernito; ed ora sentiva dire da tutti che era il più bello tra quei bellissimi uccelli! I rami dei lillà si chinavano sull’acqua verso di lui; il sole splendeva caldo e lo ristorava. Arricciò le penne, allungò l’esile collo e si rallegrò dal profondo del cuore:

“Non avrei mai sognato una gioia simile, quand’ero ancora un brutto anitroccolo!”.

E così si conclude la fiaba del Brutto ani­troccolo. Ci sono notazioni, domande in merito? Martin, lei che ha letto an­che di recente questa fiaba, che cosa l’ha colpita di più?

Cr.M. Intanto, è una fiaba proprio ter­ribile, per quello io mi ricordavo solo del cortile e non della palude, perché la scena del cortile, del pollaio, secondo me, è ter­ribile, con tutte queste odiosissime anatre vecchie, e poi questo anatroccolo che si sente brutto già prima di nascere.
R.C. Eh, no. Prima di nascere, no.

Cr.M. Eh, sì, l’ha detto lei prima. Se la mamma ha la fantasia “abortifera” e vuole disfarsi dell’uovo grosso, non ha tempo da perdere…
R.C. Ma questa è una fantasia dell’ana­troccolo, del brutto anatroccolo. Tuttavia la questione è quella di un messaggio in questa direzione, che può venire poi letto in modo tale da fare sorgere la mitolo­gia del superstite, dello scampato alla morte.
Cr.M. Direi che il brutto anatroccolo in­carna, rifacendomi a quello che abbiamo ascoltato prima, il concetto di diade, dove l’ossimoro non è scindibile: alto-basso, bello-brutto. Il brutto anatroccolo incarna perfettamente la diade, perché è bello e è brutto.
R.C. No, è brutto.
Cr.M. È brutto, però dopo diventa bello.
R.C. Il fatto è questo, che è brutto.
Cr.M. È brutto, perché glielo dicevano, ma lui non poteva sapere di essere bello o brutto. Era brutto perché lo beccavano, non era convinto di essere brutto. Gliel’hanno fatto credere.
R.C. Eh, no. È il più brutto.
Cr.M. È il più brutto degli altri, ma non è detto che sia brutto in assoluto.
R.C. Ora, il più brutto o il più bello, è già nella dicotomia, è già nell’alternativa, non è più nell’ossimoro del bello-brutto.
Cr.M. Nella sua fantasia di brutto ana­troccolo, lui è prima brutto e poi bello.
R.C. Cioè, o bello o brutto. Quindi, “il più bello” è già nella genealogia, nell’alter­nativa, è già nel processo di filiazione, in cui il confronto non è con l’asso­luto, non è con il punto più alto, ma è con i figli. È già nell’accettazione della morte, e infatti la scena è una scena morti­fera, dove tutti vogliono il suo male, dove la famiglia è famiglia malefica, la madre è madre malefica, infatti è scappato. La madre avrebbe potuto anche stancarsi e lui avrebbe potuto non nascere. Questa non è una fantasia della madre, è una fantasia del figlio.
Qui si tratta del brutto anatroccolo come del figlio inscritto in una genealogia e dunque del figlio senza resurrezione, cioè del figlio che può morire, dove ogni gesto, ogni accadimento è sotto il segno della morte, dove ogni cosa che accade è un pericolo di morte. Tutta la scena è una scena del negativo, è una scena del male, dove l’altro è nemico, è ostile, è aggressore, dove la madre è abortista e il padre è mariuolo. È proprio una famigliaccia. I fratelli belli, bellissimi, bravi, buoni; la madre abortista; il padre mariuolo. In questa genealogia non c’è dispositivo, c’è la scena del negativo, dove si tratta di essere il più bello, per meritare l’amore, o il più brutto, per meritarsi tutte le angherie. Il più bello o, l’altra faccia, il più brutto. Ma l’idea del “il più bello” e del “il più brutto” sono una conseguenza della famiglia maledetta, della famiglia negativa, cioè della genealogia del negativo, dove ciascun segno è segno del male.
Andrea Squattini In questo senso, il fatto che la madre renda come inevitabile che i figli belli siano anche mariuoli, cioè uguali a quel mariuolo del padre, è una ras­segnazione al negativo, alla non evoluzione di questa situazione?
R.C. Sì, questa è sempre nel testo della fantasmatica del figlio, che è quindi figlio nell’alternativa, di essere ac­cettato o di non essere accettato. Infatti la questione è quella di venire accettato dalla corte, dell’essere accettato, di­ciamo così, dalla società.
Fantasia dell’accettazione, dunque del conformismo o dell’anticonformismo, fantasia che sorge sempre come modo di mantenere il cerchio e il segno dell’origine. Se vengo accettato, allora il segno è positivo; se non vengo accettato, allora il segno è negativo. Fantasia di accettazione, ossia fantasia di genealogia e anche di predestinazione. Ma a un certo punto questa scena non c’è più, questa mitologia del negativo non c’è più, questa famiglia maledetta non c’è più. Come mai?
B.V. Gli è passata la depressione.
R.C. Eh, è passata. Come mai è passata?
A.S. Volevo chiedere un’altra cosa. Il fatto che i fratelli siano belli e cattivi si può vedere come un altro ossimoro inscin­dibile, come alto-basso o qualche cosa che non potrà mai separarsi, o sono due cate­gorie diverse e non c’entra niente il fatto che siano in coincidenza belli e cattivi?
R.C. In questo caso, non ci sono i fratelli. In quanto belli, più belli, non ci sono i fratelli, e i fratelli non sono fratelli, sono rappresentazioni dell’Altro, come Altro negativo, come Altro ostile. Il punto è proprio que­sto, che in questa fantasmatica il padre è assente: “Il padre, mariuolo, non è venuto nemmeno una volta a trovarmi”. Il padre è assente e dunque non ci sono nemmeno i fra­telli, perché il frater è un modo della certi­ficazione. Il frater, cioè, l’altro figlio. E l’altro figlio certifica il padre. Ora, qui, il padre è assente e dunque non ci sono fratelli, ma rappresentazioni dell’Altro, rappresentazioni del ne­gativo e dunque i fratelli sono cattivi. Ma, in quanto cattivi, è negato il fratello e è ne­gato il padre, cioè è consacrata la genealogia attraverso la negazione del padre e del fra­tello. Il fratello, in quanto alter filius, non è né buono né cattivo. È frater, e perciò si dispone nell’amicizia, nell’alleanza, si di­spone nel dispositivo. Nella fiaba non c’è, perché è negato il padre e è negato il frater. Quelli che vengono chiamati fratelli, in quanto malvagi, non sono fratelli; è una rappresentazione dell’Altro che, in quanto rappresentato, è tolto. L’Altro è Altro irrappresentabile.

L’Altro è l’alterità assoluta. L’alterità è irrappresentabile. Non posso dire com’è l’alterità, perché, nel momento in cui la prefiguro, non è più al­terità, diventa sostanzialità. Allora, in questo caso, il fratello cattivo non è più fra­tello, è tolta l’alterità, la differenza e si tratta di rappresentazioni del negativo, cioè dell’altro se stesso. Il fratello cattivo è la rappresentazione della specularità pro­pria, negato il funzionamento della parola, perché il figlio è il significante che fun­ziona. Basta leggere sant’Agostino per ac­cogliere questa cosa. Il fratello è il filius, in quanto significante che funziona, non ha nessuna caratteristica del positivo o del negativo. Il funzionamento è funziona­mento in direzione della qualifica, non è positivo o negativo. Procede dal positivo-negativo, procede dall’ossimoro. Il padre buono o il padre malvagio è la nega­zione del padre; il figlio buono o il figlio malvagio è la negazione del figlio, perché è tolto l’Altro, cioè è tolta l’alterità, la diffe­renza, la differenza assoluta, perché viene posta un’ideologia della sostanza, invece dell’attribuzione alle cose di ciò che per­tiene alla diade.

La diade, cioè l’ossimoro, non è un attributo delle cose. Le cose non sono positive o negative, perché positivo-negativo non è un attributo delle cose. Non c’è cosa che possa essere positiva o negativa, perché positivo-negativo è l’apertura su cui le cose si stagliano. Le cose si stagliano sull’apertura, non sono apertura, né hanno le caratteristiche dell’apertura. Come dire che, se questo bicchiere si staglia sulla bottiglia, non può avere le caratteristiche della bot­tiglia. Positivo e negativo è ciò da cui, possiamo dire, viene questa cosa. Allora positivo-negativo sta nell’apertura, non è attributo delle cose. Le cose funzio­nano a partire da questo positivo-negativo, non possono a loro volta risultare positive o negative, perché vanno verso la loro qua­lificazione. E la qualificazione non è un ag­gettivo delle cose, ma è la loro struttura, cioè, a partire dall’apertura, le cose entrano nella temporalità. Entrando nella temporalità, le cose si qualifi­cano, si precisano, giungono al loro caso. Ecco, positivo e negativo non sono nella temporalità: sono in un’altra logica, che è una logica diadica, mentre la logica del funzionamento è singolare triale. Ora, la questione dell’anatroccolo è che non c’è conci­liazione tra il bello e il brutto, tra l’alto e il basso. Alto-basso, bello-brutto, positivo-negativo rappresentano l’inconciliabile della relazione, che mai può diventare relazione sociale, cioè conciliazione, accettazione e, infatti, im­possibile venire accettato, farsi accettare.

Questo dice la fiaba. Impossibile farsi ac­cettare come il più bello, come il più brutto o come né bello né brutto. Impossibile farsi accettare. Farsi accettare è il tentativo di mediare l’inconciliabile, vor­rebbe dire accettare la genealogia, l’origine localizzata, quindi accettare il cerchio. È proprio questo che la fiaba indica come impossibile. Nel momento in cui in­terviene l’audacia, quando a un certo punto dice: “Uccidetemi per aver osato”, ovvero nel momento in cui non è accettata questa mitologia della significazione dell’origine, la scena del negativo si dissipa. E di che cosa si accorge il brutto anatroccolo?

A.S. Di non essere un anatroccolo.
R.C. Di non esserlo mai stato! Come dire che, nel corso del suo itinerario, giunge al teorema, alla formalizzazione dell’assenza del negativo come possibilità: cioè non c’è più il brutto ana­troccolo. Non per metamorfosi, non perché prima era brutto e poi diventa bello, ma perché non c’è mai stato il brutto anatroc­colo, se non come credenza di una rappresentazione del negativo. Nel corso dell’educazione, il brutto anatroccolo constata i termini della propria fantasma­tica e può dire che il brutto anatroc­colo non c’è più. Non c’è più, perché? Perché non c’è mai stato. Non perché prima c’era e poi è stato “trattato”, o ha incontrato una metamorfosi: non c’è più perché non c’era mai stato.

Questa è la questione dell’analisi, con la relativa dissi­pazione di una credenza. Non c’è più il male, non c’è più il negativo, non c’è più la malattia, non perché prima c’era e poi si converte in un’altra cosa, ma perché non c’era neanche prima, se non in termini di una credenza, di una fissazione di qualcosa rispetto a una mitologia, rispetto a una fantasmatica, che evidentemente non consentiva una certa formalizzazione. Novaretti aveva alzato la mano, vero?

F.N. Volevo chiedere: come si colloca la giustificazione? Cioè, in fondo c’era la ma­dre che giustifica…
R.C. Nella genealogia, nel fantasma di appartenenza, e nell’altra sua versione che è il fantasma di appartenenza alla comunità, la giustificazione del male, nelle sue varie possibilità, è il modo della sua accet­tazione. Allora, lì dove sembra che la questione sia quella di essere accettati, essere riconosciuti, avere un’identità, ogni giusti­ficazione è buona, perché, per un verso, sancisce il negativo o il suo segno, per al­tro verso, però, ha come bilanciamento il fatto di essere accettato. Dunque l’essere accettato ha come prezzo quello di accettare un’identità negativa. Il brutto anatroccolo è la vicenda paradossale dell’impossibile accettazione di un’identità negativa. Ora, non c’è identità se non come identità negativa. È questo il punto. Non c’è identità se non come identità negativa.

Cecilia Maurantonio Lei dice che l’i­dentità è dell’oggetto.
R.C. Come?
C.M. Lei ha detto la volta scorsa che l’i­dentità è dell’oggetto.
R.C. Certo. Ora, siccome qui si tratta dell’identità dell’anatroccolo, cioè dell’i­dentità del figlio, qualunque identità attri­buita al figlio è un’identità negativa, è un’i­dentità inaccettabile. Non c’è identità attri­buita al figlio che possa venire accettata, perché il figlio è per sua natura differente. Il figlio è differente, attribuirgli l’identità è inaccettabile. Questa è la questione. Sì, Valerio.
B.V. Ma la fiaba sembra suggerire che l’uovo, da cui nasce il brutto anatroccolo, sia in realtà un uovo di cigno.
R.C. Giunge poi.
B.V. Giunge poi. Allora, voglio dire, c’è una prima genealogia circondata da una se­conda genealogia, quella in cui si compie la genealogia vera della sua essenza di cigno e non di anatroccolo. È come una cornice dentro un’altra cornice.
R.C. Come dire che la famiglia maledetta non esiste, perché si tratta sempre della famiglia regale, cioè della famiglia mitica. Ora qui non esiste né l’anatroccolo né il cigno, se non come anfibologia di un animale fantastico.
B.V. Sì, ma io mi riferivo sempre alla fantasia, che poi tra l’altro trova riscontro nel bambino infelice che sogna di essere un trovatello. Il bambino con dei genitori insopportabili sogna che non siano quelli, perché la fiaba, poi, alla fine, può essere interpretata anche che il brutto anatroccolo muore e si trova in paradiso in mezzo ai cigni.
R.C. Eh, no, non lo dice. Qui, il testo non dice questo.
B.V. No, ma voglio dire…
R.C. Eh, no. È importante questo, perché si tratta della resurrezione, non della morte. Capisce? Quindi non della morte, ma della resurrezione.
B.V. Ma per me la morte non esiste, ne­anche per lei. Parliamo di resurrezione. Però, voglio dire, questa fantasia infantile di avere un’origine diversa da quella che al bambino risulta insopportabile, è comunque una fantasia che conferma un’origine che avrebbe potuto essere più felice, che è altra rispetto a quella reale.
R.C. Questa fantasia che cosa indica? Che siamo alle prese con una circolarità, cioè che la famiglia in questione, lì dove un bambino raccontasse di questa fantasia che forse lui in realtà è un trovatello, che quelli non sono i suoi genitori, oppure che ha sognato questa cosa, dice che gli viene attribuita un’identità che non accetta. Pertanto lui non è figlio loro, quelli non sono i suoi genitori, è lì, ma non discende da loro. Già in questo c’è qualcosa di assolutamente strutturale, di originario, nel senso che papà e mamma non sono il padre, non sono la madre, cioè non ricoprono lo statuto originario, nella parola, del padre come funzione e della madre come indice del tempo, indice del malinteso, indice della comunicazione che non si realizza mai, che non si realizza nella comprensione, nella chiusura del messaggio o del discorso. La madre è anche indice del malinteso, indice di un discorso che non si chiude, di una intesa che non giunge mai a chiudersi.
Pubblico Nella nostra società.
R.C. No, nella parola. Nella parola, per­ché la “nostra” società sembra invece inse­guire questo miraggio, questa possibilità; ritiene che effettivamente ci sia un’unione simbiotica tra la mamma e il suo bambino. E non è così perché, se si realizzasse, il bambino non troverebbe più modo di parlare, perché sarebbe soffocato da questa idea di simbiosi, sarebbe assolutamente imprigionato in un mondo senza parola. Quindi la madre è lo statuto del malinteso, è l’in­dice del malinteso. È per questo che allora c’è madre e, se c’è madre, le cose non fini­scono e allora ciascuno può intraprendere, perché la madre è l’indice dell’infinito. Se invece c’è la mamma, che impedisce, che vincola, che prescrive, che proibisce, che vieta, che dice: “Guarda, questo è così. Tu sei qua, tu sei mio figlio, mio figlio deve fare così, tu qua, tu sei il brutto anatroc­colo, tu sei il brutto anatroccolo però sei robusto” oppure il padre che prescrive: “Mio figlio deve fare così, perché lui porta il nome mio”, allora non c’è più la famiglia originaria. C’è una cappa genealogica dove il destino è già assegnato. Non c’è un dispositivo, non c’è un itinerario possibile, perché c’è un’identità che dev’essere mantenuta passo passo. Allora che passi sono, se questi passi devono mantenere un’identità già data? E questa identità, che identità è? È una prigione.
B.V. Posso fare una domanda?
R.C. Sì.
B.V. L’identità che danno i fratelli al brutto anatroccolo è l’identità che viene trasmessa dalla madre?
R.C. In questo caso sì, certo.
C.M. La madre ha detto che è indice del malinteso, dell’infinito e delle cose che non finiscono mai. Però, come statuto di madre, le cose anche non si conclu­dono mai.
R.C. Come?
C.M. Non si concludono neanche mai.
R.C. Chi dice così?
C.M. Sto chiedendo. Lo statuto di madre, i termini dello statuto di madre. Questo statuto ha queste caratteristiche, diciamo, non quella della conclusione.
R.C. Come no! Altrimenti ci sarebbe l’aborto come prescrizione. Se ci fosse l’idea delle cose senza conclusione, saremmo in presenza di una fantasia abortista, che è infatti una delle prime fantasie che abbiamo qui nella fiaba.
C.M. Sto pensando alla prima; però, visto che lei la sua lettura la svolge, dice, concludendo appunto…
R.C. Dove la fantasia di aborto non è una fantasia della madre, è la fantasia del procreato, del figlio a cui è assegnata una certa identità, in questo caso. La fiaba considera la fantasia di aborto come fantasia del “figlio di”, del figlio di mamma. Figlio di mamma abortista e padre assente, perché questa è la caratteristica che emerge dalla fiaba, che la madre potrebbe stancarsi e il padre è assente.
C.M. L’inserimento di questa fantasia, cioè accorgersi che non c’è una identità con la famiglia naturale, porta, per esempio, per il figlio a incontrare lo statuto di madre, nella sua esperienza. Questa lettura che lei sta svolgendo tende non solo quindi a dissipare e a fare uno svolgimento di quelle che possono essere le fantasmatiche, ma anche a trovare e a qualificare quali invece sono le trovate, e questo è nel testo. Quindi si tratta di vari statuti, da ciò che io ho inteso. È una domanda.
R.C. Certo.
C.M. Ne abbiamo incontrati alcuni nelle varie letture.
R.C. Questa fiaba dice che la madre, come indice del tempo, non può abortire. Non abortisce.
C.M. Esatto. Ovviamente, pensando alla prima… Però in termini proprio di qualificazione, una caratteristica dello statuto di madre non è quello della conclusione, in quanto si esigono vari statuti.
R.C. Sì, è anche quello della conclusione.
C.M. Quello di madre?
R.C. Certamente.
C.M. Non è stata allora fornita l’occasione per…
R.C. Assolutamente. Se stiamo dicendo che la fantasia che nega la madre è una fan­tasia di aborto, è proprio perché è proprietà della madre la conclusione delle cose. La madre è indice del malinteso ma anche della conclusione. Perbacco! Altrimenti siamo nella nevrosi ossessiva più sfrenata.
C.M. Spero che ci sia occasione, magari in qualche conferenza o seminario, di tro­vare anche dettagli maggiori, perché, ri­spetto alla diade, all’ossimoro, è stato…
R.C. È il discorso ossessivo che ritiene che non possa esservi conclusione, perché questa conclusione corrisponderebbe alla fine, e dunque viene evitata. Per padroneg­giarla, allora viene evitata la conclusione e s’incominciano tante cose, ma nessuna viene portata a conclusione. Anzi, c’è molta facilità di cominciare tante cose e di non concluderne nessuna. Invece il discorso isterico teme di non concludere, per questo non incomincia mai. Tende a non incominciare mai, perché teme di non potere concludere.
C.M. In virtù di quale sfiga?
R.C. Nessuna sfiga. Per una fantasmatica inerente l’incesto. Quindi non incomincia, rimanda sempre, perché c’è l’estrema difficoltà nell’incominciare, temendo di non po­tere concludere. Il discorso ossessivo, al contrario: grande facilità di incominciare e la difficoltà sta nel concludere e non conclude mai. Le questioni stanno qui, nella mitologia inerente il padre e la madre. Non in quanto forme di malattia, ma per una logica che trova una prevalenza quale logica del fantasma, per una credenza di potere o di dovere esercitare una padronanza e un controllo sull’eventualità positiva o sull’eventualità negativa. Per un verso, il discorso isterico non incomincia temendo di non concludere, quindi c’è un’eventualità nega­tiva, per cui c’è un’anticipazione del negativo e non c’è l’incominciamento. Il discorso ossessivo è il contrario, per così dire: grande facilità di incominciare, perché ritiene che non ci sia problema. Il problema viene dopo, all’atto di dovere concludere, e siccome la conclusione potrebbe rivelarsi negativa, allora non c’è conclusione; a un certo punto lascia perdere, non conclude, perché la conclusione sancirebbe, realizzerebbe una fantasmatica e, rispetto alla presunta identità che verrebbe dalla cifra, rinuncia, rinuncia alla cifra stessa, rinuncia a concludere, si astiene.

Ma questi sono dettagli più clinici, su cui magari ci soffermeremo nel prossimo corso, dato che questo, ormai, l’abbiamo terminato in questo istante.

Tutto ciò anche per dire che le implicazioni, che vengono dalla lettura di queste fiabe, quindi anche dalla lettura del testo della storia di ciascuno, sono cliniche, cioè vanno in direzione della clinica, vanno in direzione della cifratura. È con la clinica che procede l’educazione stessa. Un’educazione che non si avvalga della clinica, che non individui la logica che è in atto in un certo itinerario, non assolve il suo compito.

L’educazione esige un dispositivo clinico e la formazione clinica, altrimenti risulta una somma di applicazioni e di convenzioni sociali; non è più educazione, è il cortile dell’oca, con strepito, schiamazzo, confusione, mirante all’accettazione della propria identità sociale. L’identità sociale è quella che il brutto ana­troccolo non può accettare. Fino a che questa identità sociale gli viene attribuita, è brutto anatroccolo, è reietto, è escluso, è ribelle, cioè è nel disagio. È nel disagio, che però non trova la sua articolazione, la sua via, il suo itinerario. Nel momento in cui il disagio trova il suo itinerario, il brutto anatroccolo non c’è più. E non sappiamo che cosa ci sia, perché non c’è più animale. A questo punto, non c’è più l’animale, non c’è più l’animale fantastico. Questo è il punto importante, che nessuno può più pensarsi come animale fantastico, cioè come esponente del bene o del male.


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